Trump gela Taiwan: «Non voglio che scateni una guerra e ci coinvolga»

di Elena Molinari, New York
Sull'Air Force One, rientrando dal vertice con Xi a Pechino, il presidente americano non ha voluto promettere la difesa militare dell'isola in caso di attacco cinese
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May 16, 2026
Trump in piedi davanti nel corridoio dell'aereo davanti a diversi microfoni tenuti dai giornalisti che lo accompagnano
Trump parla ai giornalisti a bordo dell'Air Force One al ritorno dal suo viaggio a Pechino/ REUTERS
«Potrei farlo. Potrei non farlo». Donald Trump lascia Pechino alimentando il timore che molti a Washington e a Taipei avevano alla vigilia del vertice con Xi Jinping: che Taiwan possa essere entrata nel grande negoziato tra Stati Uniti e Cina. Il presidente americano, parlando con i giornalisti a bordo dell’Air Force One durante il rientro, ha evitato di offrire rassicurazioni sulla linea americana verso l’isola autogovernata, il dossier più esplosivo del confronto con Pechino. Alla domanda se gli Stati Uniti interverrebbero in caso di attacco cinese, Trump è rimasto vago: «Non voglio dirlo. Non lo dirò».  Poi ha aggiunto un dettaglio eloquente: «Xi mi ha fatto la stessa domanda». La risposta? «Non parlo di queste cose». Formalmente, Washington non ha cambiato posizione: non promette esplicitamente la difesa militare di Taiwan, senza però escluderla, per scoraggiare Pechino da un’aggressione.
Ma ieri il capo della Casa Bianca ha messo in guardia esplicitamente Taiwan contro qualsiasi mossa indipendentista: «Non vogliamo che qualcuno dica: proclamiamo l’indipendenza perché gli Stati Uniti ci sostengono», ha detto. E poi: «Non vogliamo dover percorrere 95mila miglia per andare in guerra». È un linguaggio che si avvicina alla posizione cinese, che considera ogni ipotesi di indipendenza formale una provocazione. Trump ha anche lasciato aperta la questione delicata delle armi. A dicembre Washington ha autorizzato per Taiwan un pacchetto militare da 11 miliardi di dollari, il più grande mai approvato per l’isola. Pechino ne chiede apertamente la cancellazione. Nei giorni precedenti al vertice, circolavano indiscrezioni secondo cui l’attuazione della fornitura fosse stata rallentata proprio per non compromettere l’incontro con Xi. Anche qui, Trump è rimasto ambiguo: «Potrei farlo. Potrei non farlo», ha detto.
È la formulazione che Taipei, e una parte bipartisan del Congresso americano, temevano. Perché la politica americana verso Taiwan si regge anche sull’impegno a non consultare Pechino sulle vendite di armi a Taiwan. Il ministro degli Esteri taiwanese ha reagito con prudenza, sottolineando che la comunicazione con Washington resta buona e richiamando le rassicurazioni del segretario di Stato Marco Rubio, secondo cui la linea americana non sarebbe cambiata. Ma Trump in passato ha accusato Taiwan di aver sottratto agli Stati Uniti quote decisive dell’industria dei semiconduttori e ha suggerito che Taipei dovrebbe pagare di più per la propria difesa. Sul volo di rientro, Trump ha affrontato anche il dossier iraniano con gli stessi toni vaghi. Ha sostenuto che Stati Uniti e Cina condividono l’obiettivo di impedire a Teheran di dotarsi di un’arma nucleare e di riaprire lo Stretto di Hormuz. Ma poco dopo ha rilanciato l’ipotesi di un nuovo intervento militare americano, dicendo che Washington potrebbe tornare a fare «un po’ di pulizie» oppure entrare direttamente in Iran per rimuovere la «polvere nucleare», definendo il Paese ormai «completamente sconfitto».

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