Artem, Ivan e i prigionieri di guerra salvati dall'impegno della Chiesa
Tra i 205 soldati ucraini liberati nello scambio con Mosca ci sono anche due giovani i cui nomi erano stati affidati alla missione umanitaria del cardinale Matteo Zuppi. Le madri: «Avevamo sperato nel Papa»

«È la nostra alba». Tetyana ha le lacrime agli occhi mentre riabbraccia suo figlio Artem Vyshniak. Liberato poche ore prima dopo quattro anni di detenzione in Russia e condannato a 22 anni di carcere dai giudici di Mosca con false accuse di terrorismo. L’Ucraina la conosce come “mamma Tetyana” per la sua tenacia e la sua lotta «a non dimenticare chi è finito nelle mani di Putin», ha sempre raccontato. E con lo stesso appellativo la conosce il cardinale Matteo Zuppi che ha contribuito al rilascio di Artem, annuncia l’ambasciatore ucraino presso la Santa Sede, Andrii Yurash. «Sono sinceramente lieto che tra i 205 soldati appena ritornati ce ne siano alcuni di cui il cardinale Zuppi si è preso cura con tanto affetto», scrive sui social. Il riferimento è alla missione umanitaria voluta da papa Francesco e confermata da Leone XIV che vede impegnato il presidente della Cei dal 2023 come “facilitatore” fra Kiev e Mosca nel rilascio dei prigionieri di guerra, nel rientro dei bambini ucraini e nella restituzione delle salme dei caduti.
È di oggi il primo round dello scambio di mille detenuti di entrambe le nazioni che aveva reso noto il presidente Usa Donald Trump annunciando la mini-tregua in occasione del giorno della vittoria, la festa nazionale che la Russia celebra con enfasi per ricordare la sconfitta del nazismo nella seconda guerra mondiale. Nell’elenco dei liberati l’ambasciatore Yurash ne indica almeno due che erano entrati nelle liste recapitate da Zuppi: Artem Vyshniak, appunto, e il sergente Ivan Zakharov, originario della regione di Cherkasy, «la cui liberazione è stata resa più agevole grazie all’altruismo di sua zia Tetyana Rakk» che il cardinale ha incontrato più volte. E più volte si è confrontato “mamma Tetyana”, una delle donne-coraggio di cui l’arcivescovo di Bologna ha ascoltato il grido di dolore. Un grido che Zuppi ha fatto arrivare fino nelle stanze del Cremlino attraverso le liste di migliaia di nomi consegnate da famiglie, parenti, vescovi, sacerdoti, politici dell’Ucraina. «Per capire che cosa ho provato, cercate di mettervi nei miei panni: ho avuto un figlio catturato e poi condannato illegalmente», spiega. Una pausa. «Avevo sempre detto che la nostra speranza era il Papa. Ne resto convinta perché la rete della Chiesa ha permesso che si arrivasse a una svolta». Lo scorso febbraio, in piazza San Pietro, Tetyana aveva incontrato Leone XIV insieme a trentacinque donne e volontari arrivati in Italia alla vigilia del quarto anniversario dell’inizio della guerra per affidare il loro dramma nelle mani del Pontefice e incoraggiare l’azione di Zuppi. Aveva 19 anni Artem quando è stato catturato dai russi. Era uno dei soldati del battaglione Azov che aveva difeso la città di Mariupol nei primi tre mesi di guerra, prima che cadesse sotto controllo di Mosca. Le sue ultime giornate erano state nell’acciaieria Azovstal, ultimo presidio a capitolare nel maggio 2022. «Avevo sentito la sua voce per l’ultima volta il 9 maggio 2022 e ricevuto il suo ultimo messaggio il 17 maggio. Scriveva che ci voleva bene e che era orgoglioso dei suoi genitori». Poi il silenzio. «Sapevo che era vivo ma nulla più». Soprattutto dopo la “svolta” russa di trascinare in tribunale i militari Azov e pilotare sentenze che prevedessero anni e anni di carcere per escluderli dagli scambi e quindi dai rimpatri. «I nostri figli avevano e hanno l’unica colpa di aver preservato la città dedicata alla Vergine», ricorda la donna. Adesso Artem è uno dei “salvati” dall’impegno vaticano che ha sempre tenuto aperto il dialogo fra le due capitali puntando sul versante umanitario.
Dialogo che dal punto di vista politico non decolla, mentre gli attacchi si intensificano. Sono saliti a 24 i morti del massiccio raid russo di missili e droni che giovedì si sono abbattuti su Kiev: fra le vittime tre bambini i cui corpi sono stati estratti dalle macerie di un condominio colpito. E quattro sono i morti di uno stormo di droni ucraini giunti sulla città russa di Ryazan e i suoi impianti industriali a 200 chilometri da Mosca. Il tutto mentre i ministri degli Esteri del Consiglio d'Europa varano il tribunale speciale per il crimine di aggressione contro l'Ucraina per «indagare, perseguire e processare le persone che portano la maggiore responsabilità per l'aggressione».
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