Madri sole, padri vedovi, coppie in crisi: un giorno tra i genitori in “coterapia”
di Roberta Pumpo, Roma
Nel gruppo terapeutico dell’Asl Roma 3 siedono genitori paralizzati dal senso di colpa. Tutti accomunati dalla stessa domanda: come si educa oggi, senza smarrirsi tra iperprotezione, paura del conflitto e miti della perfezione?

Ogni cambiamento d’epoca si riflette profondamente nei modelli educativi. Se negli anni ’50 il dialogo tra genitori e figli era pressoché assente o incentrato sull’autorità, oggi si punta sull’essere “amici” dei propri ragazzi. È luogo comune che quello del genitore sia il mestiere più difficile del mondo, ma questa “educazione di difesa”, incentrata prettamente sull’affettività, rischia di creare una bolla iperprotettiva che soffoca l’autonomia dei giovani. «Non esiste più un modello universale o tradizionale di educazione familiare» spiega Giulia Gregorini, psicoterapeuta specializzata in psicoterapia sistemico relazionale. Insieme al collega Francesco Giuseppe Capuozzo, esperto in terapia cognitivo-comportamentale, ha avviato il progetto di coterapia “Processo di svincolo dalla famiglia d’origine nei giovani con disturbi di personalità”, rivolto a genitori di figli tra i 20 e i 30 anni con patologie conclamate.
Il percorso, attivo dallo scorso anno in uno dei Centri di salute mentale dell’Asl Roma 3, adotta uno sguardo «non colpevolizzante verso i genitori». Tutt’altro: l’obiettivo, spiegano gli esperti, «è l’umanizzazione delle persone, delle diagnosi e delle famiglie. Bisogna far comprendere che la famiglia perfetta non esiste, ma è fondamentale curarne l’equilibrio». A chiedere aiuto sono soprattutto genitori che «vivono con il senso di colpa perché, per esempio, trascorrono molto tempo al lavoro». Per Gregorini e Capuozzo, non aiuta «una società che bombarda di miti perfezionistici e ideali utopici di efficienza, veicolati soprattutto dai social network, terreno principale da cui tutti, genitori inclusi, traggono modelli di comunicazione e informazione». Nel gruppo siedono anche genitori che solitamente restano in sala d’attesa durante le terapie dei figli. Per la prima volta hanno uno spazio riservato dove poter esporre la propria fatica. «Sono coinvolti in una quotidianità impattante – interviene Capuozzo –. Metterli al centro significa ridare valore alle relazioni in un’epoca in cui siamo tutti un po’ vittime dell’illusione dell’individualismo e del bastare a se stessi. Coinvolgere la famiglia serve anche ai figli, perché permette di dare un significato relazionale alla sofferenza individuale». Il progetto prevede due gruppi paralleli: uno per i giovani adulti con disturbi di personalità e uno per i genitori (non appartenenti agli stessi nuclei per preservare i confini e favorire i movimenti di svincolo). Il secondo gruppo, con un massimo di 15 partecipanti, si incontra ogni due settimane e accoglie madri single, padri assenti ritrovati tardi, coppie in crisi, famiglie adottive, vedovi. «Questo gruppo – dice Gregorini – nasce dall’osservazione clinica trasversale, che individua nel “processo di svincolo”, ovvero nel raggiungimento di un’autonomia sana dei figli, un nodo sempre più centrale e critico. Assistiamo oggi a un fenomeno di adolescenza prolungata, con dipendenze dalle famiglie d’origine che si protraggono in modo disfunzionale». Per comprendere pienamente il percorso di svincolo, emblematiche risultano alcune storie. Maria (il nome è di fantasia, come tutti quelli che seguono) è una mamma sola. Il padre di sua figlia, che si chiama Lucia, non l’ha mai riconosciuta. Maria ha un lavoro precario, mentre Lucia non frequenta la scuola, non ha una vita sociale, trascorre il suo tempo in rete e mette in atto comportamenti autolesionistici. Le due donne vivevano in simbiosi e Maria, prima di iniziare la terapia, sperimentava «un’ansia costante. Se mi allontano da mia figlia chissà cosa fa» si ripeteva. Ignorava, però, che anche Lucia si sentiva in colpa per la depressione della madre. «Eravamo convinte che la nostra presenza costante fosse indispensabile alla sopravvivenza reciproca» afferma la ragazza. Il gruppo terapeutico è diventato per Maria, innanzitutto, uno spazio per sé, diverso dal suo appartamento e lontano dalla figlia. «Con il tempo ho capito di essere donna oltre che madre» dichiara. Ha rispolverato una vecchia passione, il cucito. Si è iscritta a un corso, frequenta altre persone e anche Lucia sta imparando a conquistare la propria indipendenza.
Francesco è il padre adottivo di Giovanni e Luca. Aveva sempre delegato alla moglie la gestione quotidiana dei figli. «Quando lei è morta, cinque anni fa, mi sono trovato spaesato» confessa. I due ragazzi avevano già problematiche, acuite con la morte della mamma. «Avevo paura di sbagliare con loro – ammette –, li sentivo lontani». Il gruppo lo ha aiutato a leggere le proprie emozioni a lungo soppresse e lo ha sostenuto quando per uno dei figli si è reso necessario il ricovero in una comunità terapeutica. «I precedenti tentativi di inserimento in struttura residenziale – intervengono Gregorini e Capuozzo – erano falliti per l’ansia di separazione del padre. Nei progetti riabilitativi ad alta intensità, il ruolo del genitore è fondamentale. Se non è pronto a sostenere quel distacco, aumenteranno le probabilità che il figlio boicotti il progetto terapeutico». Giorgio e Lorena sono invece una coppia in crisi da tempo. Questo si riflette sui figli, seguiti da servizi specialistici, diventati con il tempo avvocato di uno e giudice dell’altro genitore. «Si erano create due squadre» ricordano. Giorgio si era alleato con la figlia e Lorena col figlio generando una frattura nella relazione tra fratelli. «Si era creato un meccanismo definito triangolazione – spiega Capuozzo –. Si ha quando il conflitto della coppia viene deviato attraverso i figli. La terapia ha puntato sulla detriangolazione, cioè ricostruire un confine che riguardi solo marito e moglie». I coniugi hanno iniziato una terapia di coppia e il cammino intrapreso « si presenta vincente perché sono finalmente aiutati e perché il benessere individuale e quello familiare sono imprescindibilmente interconnessi» sottolinea Gregorini. Luana, mamma single di Stefano, racconta che ogni discussione finiva male. «Lui mi provocava, io alzavo la voce e poi mi chiudevo in bagno a piangere – dice –. Credevo che arrabbiarsi significasse non amarlo abbastanza. Mi sentivo sbagliata, responsabile dei suoi insuccessi, colpevole di essere troppo assorta dal lavoro. Quando ho sentito che altri genitori vivevano la mia stessa difficoltà, ho respirato. Non ero mostruosa». Imparare a distinguere tra scatto impulsivo e funzione educativa del limite ha cambiato il clima in casa. Enrico, invece, non riusciva ad arrabbiarsi. «Mio padre era autoritario. Io mi ero promesso che non sarei stato come lui. Così evitavo ogni conflitto. Dicevo sempre sì. Ma dentro accumulavo frustrazione». Con la terapia ha scoperto che dietro la sua repressione c’era la paura «di ferire e di perdere l’affetto. Ma mia figlia aveva bisogno di un padre, non di un adulto spaventato». Il percorso gli ha permesso di integrare fermezza e affetto, senza sentirsi colpevole per ogni “no”. I figli, concludono Gregorini e Capuozzo, «hanno bisogno di percepire che c’è qualcuno “sopra” di loro, necessitano del conflitto con i genitori per sperimentare di non essere soli e per delineare progressivamente i contorni della propria identità. Devono ricevere dei “no” da contestare e rispettare».
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