Famiglie expat: così l'Italia sta crescendo altrove

Sono quasi 25mila i bambini che nascono ogni anno all’estero da genitori italiani che hanno deciso di espatriare. Stipendi più alti, servizi migliori e una vita meno precaria: le storie di chi ricomincia a vivere lontano raccontano cosa manca oggi al nostro Paese
May 10, 2026
Famiglie expat: così l'Italia sta crescendo altrove
Lorenza, il suo compagno Shanoor e il piccolo Philippe
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Da Milano a New York Sabrina e suo marito Giuseppe, oggi cinquantenni, sono arrivati un po’ per caso. Lui, ingegnere elettronico, a dicembre 2012 riceve un’offerta di lavoro da una multinazionale giapponese con una sede nella Grande Mela. «Avevano visto il suo profilo su LinkedIn – dice Sabrina – e la sua esperienza corrispondeva al ruolo che stavano cercando. Quasi per gioco risponde, gli fissano un colloquio. Noi pensiamo: non prenderanno mai un italiano! E invece è stato assunto e così siamo partiti, senza alcuna scadenza né biglietto di ritorno, insieme ai nostri tre figli, Elisa, Riccardo e Laura, che allora avevano 9, 5 e 3 anni. Ed eccoci ancora qua, dopo quasi 14 anni!».
Capita di partire per caso, perché ci si trova davanti a un’opportunità inaspettata, pensando che, mal che vada, si può anche tornare. Oppure si può farlo per scelta, con la determinazione di chi cerca una vita migliore. Le ragioni di chi decide di andarsene sono tante quante sono le famiglie expat italiane, quelle cioè che fanno nascere e crescere i propri figli all’estero. Solo nel 2024 a espatriare sono stati in 123mila, tra cui 15mila minorenni, e sono quasi 25mila i piccoli cittadini italiani che nascono ogni anno in giro per il mondo. Dietro i numeri poi ci sono le storie. Conoscerle vuol dire partire per un viaggio fatto non solo di lunghe distanze, ma di cambiamenti, sacrifici e rinascite. «L’inizio è stato molto difficile – ricorda Sabrina –. L’integrazione di una famiglia immigrata non è così aperta come spesso la si dipinge dall’esterno. Conquistare il proprio spazio richiede tempo e molta determinazione. Tutto è piuttosto complesso: l’inserimento a scuola, le pratiche burocratiche, la casa, la cultura e le abitudini diverse, per citare alcuni dei muri che abbiamo scavalcato. L’impatto più forte è stato adattarsi al sistema sanitario americano che garantisce efficienza, rapidità e l’accesso a tecnologie all’avanguardia ma non fa sconti perché indissolubilmente legato alla copertura assicurativa, che spesso dipende dal datore di lavoro. Chiamare un’ambulanza o andare al pronto soccorso costa tantissimo. Anche sul fronte dell’istruzione questi due Paesi rappresentano filosofie opposte» spiega Sabrina. «La scuola italiana, pur con le sue rigidità, offre una formazione teorica e culturale di altissimo livello. A New York il panorama è molto più disomogeneo. Esiste una grandissima disparità tra i vari distretti scolastici per le scuole pubbliche. Molte famiglie puntano su scuole private, con costi che in Europa sarebbero considerati proibitivi. I ragazzi vengono incoraggiati da subito a sviluppare e valorizzare le proprie abilità e hanno opportunità reali che da noi sono più rare: possono costruire fin da giovanissimi una rete solida di contatti con il mondo del lavoro. È veramente il paese delle grandi occasioni dove menti geniali e innovative trovano sicuramente terreno fertile per sviluppare le loro idee».
Lorenza, 33enne milanese, è arrivata a Lione 10 anni fa per un programma di doppia laurea e non è più ripartita. Vive con il compagno Shanoor, di 38, ingegnere informatico e il loro bambino, Philippe, di due anni. Riferisce pro e contro della loro esperienza, a cominciare dalla situazione degli asili pubblici. «Non è migliore rispetto all’Italia, i posti sono pochi e difficili da avere, salvo per situazioni familiari molto precarie. Però esiste un sistema per cui dei privati, definiti assistant o assistante maternelle, possono accogliere a casa propria qualche bambino. Si tratta di una via di mezzo tra nido e baby sitter privata, la soluzione scelta per Philippe, e lui ci va molto volentieri! Differenza curiosa rispetto all’Italia è che scuole materne e elementari non accolgono i bambini di mercoledì. Rispetto al nostro Paese ho l’impressione che in Francia sia più valorizzato il fatto che le donne riprendano velocemente la vita professionale dopo il parto, e in generale che i bambini si adattino alla vita degli adulti e non il contrario. Da un lato è un bene per l’indipendenza femminile, ma dall’altro a me manca un po’ l’amore indiscusso per i bambini che abbiamo in Italia, dove, per esempio, è molto più facile uscire a cena in famiglia perché tutti i ristoranti hanno vari seggiolini e il personale è contento di accoglierli. In Francia invece non tutti sono contenti di riceverli».
Mamma Sabrina, papà Giuseppe e i loro tre figli Elisa, Riccardo e Laura
Mamma Sabrina, papà Giuseppe e i loro tre figli Elisa, Riccardo e Laura
Nei racconti di Sabrina e Lorenza ci sono già tanti vissuti che si ritrovano nelle famiglie expat italiane. Elenora Voltolina, giornalista e attivista, ne ha contattate 1200 da 50 Paesi nel suo libro Crescere Expat. Famiglie italiane in giro per il mondo, pubblicato da Tau editrice con la Fondazione Migrantes. Ben tre quarti dei genitori coinvolti nella ricerca ha risposto che sì, fare i figli all’estero è più facile grazie a sgravi fiscali, assegni mensili di sostegno economico, rimborsi per le spese, ma anche attività extra scolastiche, baby sitting, servizi di assistenza dopo il parto, oltre che nei primi mesi di vita del bambino. Molti sottolineano l’esistenza di contributi per le spese dell’asilo nido e orari prolungati, contro la carenza cronica di posti pubblici in Italia. Segnalata spesso anche la copertura delle spese sanitarie, anche quelle dentistiche, e dei medicinali. In alcuni Paesi poi gli aiuti per i figli sono garantiti fino alla maggiore età e oltre. Fa esempi concreti Valentina, che vive con il marito e i due figli in un paesino vicino a Dachau, a quaranta chilometri da Monaco di Baviera. «Pannolini, latte in polvere, prodotti per la prima infanzia, tutto è talmente così più a buon mercato che mi capita spesso di ordinarne anche per le amiche italiane».
Silvia, graphic designer, per l’Austria ha lasciato alle spalle Napoli. Nel suo caso la nascita del figlio ha coinciso con la perdita del lavoro da parte del marito, architetto. «Ci siamo spaventati ma nel giro di una settimana lui già lavorava in un altro studio professionale». È convinta che andarsene sia stata la scelta giusta. «Qui ho avuto la possibilità di contare su uno stipendio soddisfacente, e di vivere un anno di maternità a casa, pagato. In Italia sarebbe stata fantascienza». Una considerazione identica a quella di Andrea. «Se fossi rimasto in Italia non so se avrei fatto figli, sarebbe stato troppo costoso». Originario dell’hinterland milanese, in Svezia è diventato papà a 28 anni contro la media italiana dei 36. Ha otto anni ora il bambino avuto dalla compagna, 34enne studentessa svedese. «È soprattutto per la precarietà del mondo del lavoro che l’Italia mi è sempre stata stretta». Ricorda «contrattini senza prospettiva che andavano di sei mesi in sei mesi» e guadagni che gli permettevano «solo il necessario per vivere». Qui sta seguendo un nuovo percorso come sviluppatore informatico, con la prospettiva di poter lavorare di più a casa. «Così riuscirò a stare vicino ai miei figli, il tempo con loro passa velocemente».
Anche Luca, classe 1982, è entusiasta della sua esperienza di paternità expat. Ingegnere informatico, vive con moglie e i figli di 7 e 6 anni, in una cittadina nel Washington State. «Quando torno a Genova mi sembra di essere in una città per vecchi, per trovare un parco giochi devi farti venti minuti di macchina, mentre qui ce n’è uno ogni tre metri. Poi ci sono tante attività per i bambini e molti musei sono interattivi». Karim è nato nel 1978 in Svizzera ed è cresciuto in Emilia. Dal 2018 risiede in Vietnam dove ha trovato l’amore e ha costruito la sua famiglia triculturale italo-svizzera-vietnamita. Ha due figli gemelli di sette mesi che, oltre al nome occidentale, hanno anche due nomi vietnamiti che si traducono come “foresta grande” e “foresta preziosa” perché il Vietnam non ammette documenti con nomi stranieri. Karim fa parte di quella piccolissima fetta di expat che non tornano mai in Italia. Nel 2023 ha fondato una rete di famiglie italiane a Saigon. «Mi chiedevano: c’è qualcosa per i bambini italiani?». Non c’era niente e così Karim ha sfruttato la sua esperienza come insegnante di lingue per organizzare lezioni e feste per bambini e famiglie. E non è detto che si debba sempre essere in coppia per essere famiglia. Paola e sua figlia, per esempio, vivono da sole la loro storia a Utrecht. Un percorso di adattamento complesso in un Paese straniero, reso ancora più difficile dal problema linguistico. «L’Olanda viene considerata un Paese aperto, si pensa che non parlare olandese non sia un limite. Ma questo non corrisponde alla realtà, a noi questa nazione ha permesso poca integrazione, se non con la comunità italiana. L’Olanda è una bolla a sé, con una cultura che capisci bene solo se sei nato qui». Ma se è vero che ogni famiglia expat lo è a modo suo, c’è però un vissuto che le accomuna quasi tutte: il peso della lontananza dalla famiglia di origine. «Manca quella rete invisibile fatta dai nonni, dagli zii, da quel supporto che non devi chiedere perché è semplicemente lì, a portata di mano» ammette Sabrina. «La lontananza ti priva della quotidianità degli affetti, così le festività diventano progetti di viaggi per tornare in Italia. E anche se la tecnologia ha accorciato le distanze, le telefonate non potranno mai sostituire un caffè bevuto insieme in cucina». E allora si cerca di colmare il vuoto con legami nuovi, come dice Lorenza. «A salvarmi dall’isolamento è stato iscrivermi a un club di mamme della città. Ne sono diventata addirittura volontaria, insieme organizziamo degli incontri. È bello trovarsi per andare al parco giochi, bere un caffè o un aperitivo mentre i nostri bambini ci corrono intorno».

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