Viaggio nella “smart care”, la tecnologia che aiuta i nonni a casa loro
Dai sensori anticaduta ai tablet “protetti”, passando per telesoccorso e intelligenza artificiale: sempre più soluzioni consentono agli anziani di restare a domicilio in sicurezza. Tra sperimentazioni, servizi e nuove piattaforme, gli strumenti alleggeriscono il lavoro dei caregiver, ma la rete di relazioni resta decisiva

Anticaduta indossabili, dispositivi di “esistenza in vita”, telesoccorso, tracker per chi rischia di perdersi uscendo di casa. E ancora: mini-telecamere pronte a rilevare movimenti o azioni che deviano dalla normalità, inviando segnali di allarme. La tecnologia “formato nonni” non è più un tabù. Può diventare uno strumento efficace, capace di sostenere autonomia, domiciliarità e perfino socialità. Ma a una condizione precisa: che lo strumento resti strumento, inserito in una rete di relazioni e accompagnato da persone. È il punto di partenza da ci ha mosso i suo passi un progetto nato nel Lecchese, in Lombardia, e che coinvolge un centinaio di over 65: ventinove comuni, insieme all’impresa sociale Girasole, hanno messo in campo un’équipe multidisciplinare con un obiettivo preciso, prevenire l’istituzionalizzazione degli anziani permettendo loro di restare a casa, ma in sicurezza. Accanto al telesoccorso, sono stati testati dispositivi indossabili anticaduta e sistemi più avanzati come Silver Eye, sviluppato dalla start-up Magic Vision: una tecnologia che utilizza videocamere non invasive e intelligenza artificiale per intercettare comportamenti anomali, accessi inattesi, spostamenti fuori casa o cadute. I dati vengono elaborati su una centralina domestica, a tutela della privacy, e solo in caso di eventi rilevanti parte una notifica al caregiver. «Per questo progetto d’ambito – spiega Raffaella Gaviano, assistente sociale – lavora un’équipe multiprofessionale, tutta al femminile. Da un paio d’anni stiamo lavorando in questa direzione, non senza fatica. Abbiamo contattato circa cento persone proponendo due dispositivi tecnologici. La tecnologia deve essere di supporto alla domiciliarità, soprattutto in un periodo di scarsità di operatori sociali e sanitari. Il monitoraggio può sostenere, ma non può sostituire la relazione».
Il punto, però, è già nei fatti: sapere che un familiare solo ha assunto le terapie, si è mosso in casa, non ha avuto visite inattese, diventa un sollievo concreto. Meno ansia, relazioni più distese. E infatti, quando i finanziamenti del Pnrr verranno meno, «indietro non si torna» dice ancora Gaviano. La tecnologia ha dimostrato di poter alleggerire un carico quotidiano che grava sempre più sulle famiglie. Sempre nel Lecchese, dal luglio scorso, è stato attivato anche il servizio di teleassistenza presidiata di Auser Lecco: venti anziani in condizioni di isolamento hanno ricevuto un orologio digitale indossabile, attraverso cui gli operatori possono contattarli direttamente o attivare i soccorsi. Un dispositivo semplice, reso efficace soprattutto dalla presenza dei volontari che ne garantiscono il funzionamento quotidiano. Dopo un anno, il riscontro è positivo e il progetto è destinato ad ampliarsi. Un’altra esperienza significativa è quella della cooperativa La Meridiana di Monza, con la piattaforma Isidora. Qui il punto di partenza è diverso: «Sul campo – racconta il project manager Matteo Mauri – molte soluzioni mostrano limiti, dai problemi di batteria alla complessità d’uso. Noi abbiamo scelto un’altra strada: un supporto socio-assistenziale che risponda ai bisogni reali, a partire dall’impoverimento delle relazioni». Il cuore del sistema è un tablet “blindato”, utilizzato per videochiamate e contatti con operatori e sanitari, affiancato da una vera e propria offerta culturale: circa novecento contenuti video, dalla ginnastica all’arte, fino al bricolage, pensati per stimolare la mente senza affaticare. Brevi, mirati, inseriti in un palinsesto quotidiano. Non un intrattenimento generico, ma una forma di cura.
Anche il mondo della ricerca si muove in questa direzione. Dal 2009 al Politecnico di Milano, un gruppo guidato da Sara Comai lavora su tecnologie per sostenere autonomia e domiciliarità, da cui è nato lo spinoff Lyotech. «C’è una crescente attenzione alle esigenze della persona – spiega Andrea Masciadri – e una maggiore apertura anche verso strumenti un tempo rifiutati, come le telecamere. Ma le famiglie spesso non conoscono queste possibilità e si affidano a soluzioni non adeguate». Il quadro che emerge è quello di un cambiamento già in atto. Gli anziani di oggi – e ancora di più quelli di domani – hanno competenze diverse, aspettative diverse, una maggiore familiarità con gli strumenti digitali. Restano però alcune resistenze: il timore di essere controllati, le difficoltà nell’uso, la diffidenza verso dispositivi percepiti come invasivi. Eppure, proprio durante la pandemia, strumenti semplici come le videochiamate hanno dimostrato quanto la tecnologia possa ridurre l’isolamento, pur con limiti evidenti: non tutti i device sono adatti, non tutti gli anziani riescono a utilizzarli con facilità. Da qui emerge una linea condivisa da tutte le esperienze: la tecnologia funziona quando è accompagnata. Quando è inserita in un progetto, sostenuta da operatori, spiegata e resa accessibile. Quando diventa parte di una presa in carico più ampia, che guarda alla persona nella sua interezza. Per questo, nel progetto lecchese, il monitoraggio tecnologico è affiancato da quello dei custodi sociali, con visite settimanali e un lavoro in rete con i servizi territoriali. Non basta portare un dispositivo in casa: serve fiducia, serve formazione, serve relazione. Ed è qui che il discorso torna al suo punto essenziale sul piano sociologico: «Queste tecnologie possono essere un ausilio fondamentale, ma non sostitutivo – osserva Lucia Boccaccin, docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università Cattolica di Milano –. Devono inserirsi in contesti di relazioni significative: la persona anziana vive di relazioni, e da queste dipende in larga parte il suo benessere». Il passaggio, sottolinea, è culturale prima ancora che tecnico: non più il singolo caregiver isolato, ma una rete che sostiene la fragilità. In questa prospettiva anche l’intelligenza artificiale e la robotica trovano senso, a patto di non oscurare la dimensione umana. «C’è nelle relazioni una componente di eccedenza, di libertà, che nessun sistema può prevedere o replicare, e che spesso è decisiva nel rendere una situazione sopportabile». Per questo la questione non è scegliere tra tecnologia e relazione, ma riconoscere la loro gerarchia. Gli strumenti possono alleggerire, prevenire, segnalare. Possono persino favorire nuovi contatti. Ma la qualità della vita – per un anziano come per chiunque – resta legata a ciò che non è misurabile: la presenza, il legame.
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