Sulla pagina di Maria c'è tutto quello che le mamme non dicono (e che invece dovrebbero)

Maria Ceglia racconta sui social anche gli aspetti più faticosi della maternità, come la solitudine o la paura di perdere il lavoro. Così, raccoglie centinaia di testimonianze di altre mamme che hanno bisogno di essere ascoltate e capite
May 9, 2026
Maria Ceglia
Maria Ceglia
La pagina Instagram di Maria Ceglia è come un rifugio: molte ci approdano perché trovano lì qualcosa che le riguarda, perché si sentono viste e capite. Sono, soprattutto, mamme. Quellochelemamme ha 182mila follower ed è una delle tante pagine che parlano dell’essere madri. In questo caso, però, in vetrina non c’è una maternità perfetta, o raccontata solo attraverso i suoi aspetti più gratificanti. Ceglia, 38enne mamma di due bambine di 5 e 8 anni, porta contenuti che provano a restituire una maggiore complessità perché, spiega in videochiamata, le cose più preziose della vita sono composte da lati bellissimi ma anche da grandi fatiche. «Quando sono diventata mamma, mi sono resa conto che la narrazione social su questo tema era totalmente scollegata dalla realtà», racconta, quando le chiediamo come sia nata l’idea della sua pagina. «Vedevo mamme super, subito in forma dopo il parto, bambini che dormono tutta la notte e che non danno alcun tipo di problema. La mia realtà era completamente diversa, anche perché il mio primo post-parto è stato molto difficile: ero ovviamente felicissima di essere diventata mamma, ma allo stesso tempo ho vissuto degli aspetti per me molto traumatici».
Quali sono i lati più faticosi della maternità, che spesso si tende a non raccontare? «Uno è il senso di solitudine», risponde Ceglia. «Si dice che per far crescere un bambino ci vuole un villaggio, il problema è che le strutture comunitarie purtroppo oggi non ci sono più. Basti pensare a chi magari non ha i nonni, a chi vive lontano dalla propria famiglia di origine. Ci sono a volte gruppi di amici, ma la vita di tutti è frenetica e non sempre è possibile essere presenti». Poi c’è il lavoro. «Io sono stata fortunata perché, quando è nata la mia prima figlia, i miei genitori si sono resi disponibili ad aiutarmi e io sono riuscita a mantenere il mio posto. Ma ci sono molte mamme che purtroppo, per mancanza di aiuti, si vedono costrette ad abbandonare il proprio ambito professionale». Perché per una mamma può essere così importante mantenersi attiva anche in ambito lavorativo? «Questo è un aspetto che secondo me viene spesso sottovalutato», risponde ancora Maria. «Il lavoro, che magari è qualcosa per cui hai studiato, che ti sei scelta, per cui ti sei sacrificata, ti restituisce un altro lato della tua persona e questo può aiutare a mantenere un equilibrio psicologico sano. Il problema subentra quando le aziende, e sono molte, non riescono a venire incontro alle esigenze di una lavoratrice-madre». Ci sono poi i problemi legati alla gestione quotidiana della famiglia, in una società che non sembra costruita per aiutare i genitori. «Basti pensare agli asili nido: quelli pubblici sono pochi e con posti insufficienti».
Maria racconta che la sua pagina è nata per un bisogno di condivisione, ma se oggi esiste ancora è per merito delle persone che la seguono e le scrivono. «Loro mi ringraziano perché si ritrovano nei contenuti che pubblico, ma in realtà sono io che devo ringraziare loro. All’inizio avevo molto timore ad espormi, avevo paura del giudizio perché quando si parla degli aspetti meno piacevoli della maternità, i commenti a volte sono superficiali o cattivi». Ad esempio: “Volevi la bicicletta, ora pedali”. Il confronto con le mamme che la seguono ha portato anche alla pubblicazione di un libro: Ceglia ha aperto un form anonimo dove le persone potevano raccontare la propria esperienza di maternità. Il risultato è Una cattiva madre. Viaggio onesto nelle sfide della genitorialità moderna, Nexus Edizioni, che raccoglie le testimonianze di decine di altre donne.
L’esperienza di Ceglia evidenzia il bisogno di parlare anche delle ombre dell’essere madre. «Evidenziare gli aspetti più difficili», conclude Maria, «non significa negare l’infinita bellezza della maternità. Faccio un parallelismo con il matrimonio: si può essere sposati e innamoratissimi della persona che si ha accanto, e non desiderare nessun altro al proprio fianco. Eppure, la vita in due è fatta comunque di alti e bassi, di cose più belle e di cose meno belle. È proprio la normalità delle cose, e per la maternità è lo stesso discorso». C’è un vantaggio nel tenere uno sguardo più complessivo su questo tema: «Diventare genitori più consapevoli e sapere che la fatica nel crescere un altro essere umano è qualcosa che fa parte del gioco e su cui ci si può confrontare».

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