Altro che vecchi. Tutto quello che potrebbero fare gli over 65 (e che sarebbe generativo)

Dai “nonni civici” ai servizi di accompagnamento per anziani, dagli orti sociali al volontariato digitale, fino alle esperienze intergenerazionali nelle scuole, si delinea una nuova stagione di cittadinanza attiva: quando la inauguriamo?
May 9, 2026
I nostri anziani non possono essere considerati “pietre di scarto” come spesso la società di ci impone
I nostri anziani non possono essere considerati “pietre di scarto” come spesso la società di ci impone
Se vogliamo immaginare un nuovo ruolo per gli anziani di oggi e per quelli che lo diventeranno nei prossimi dieci anni, non possiamo fare a meno di confrontarci con la realtà. E questa realtà ci dice che l’Italia è uno dei Paesi in cui la speranza di vita è più alta: 83,4 anni. Un dato che sarà sempre più elevato nei prossimi anni. Gli ultra 90enni, che oggi sono quasi 900mila diventeranno nel 2040 oltre 1,3 milioni, il 2-2,5 per cento della popolazione. Vivere più a lungo e in buona salute rimane un obiettivo importante anche se non si può negare che l’invecchiamento della popolazione è un processo che ha risvolti significativi sul sistema previdenziale, sulla sanità, sul sistema produttivo, sulla forza lavoro e, soprattutto, sulle reti familiari.
Ma chi sono gli anziani oggi? La soglia anagrafica dei 65 anni è utile forse per fini statistici, ma non aiuta a tracciare un quadro realistico della situazione. Ci sono persone di 65 anni che per stile di vita, autonomia, salute, partecipazione alla vita sociale e culturale appaiono lontanissime dalla definizione di anziani. Il crinale è spesso rappresentato dalle condizioni di salute. Nel 2009 le persone di oltre 65 anni che si dichiarano in buona salute erano il 29,4 per cento, nel 2023 sono diventate il 37,8 per cento e, secondo le previsioni, saranno quasi il 50 per cento nel 2040. Stili di vita e abitudini salutari adottate lungo l’intero arco di vita hanno consentito di prevenire la diffusione di patologie cronico-degenerative. Si sono ridotte infatti le persone in condizioni di multi cronicità, spesso invalidanti; aumenta però l’obesità. Negli anni più recenti, è diminuito in questa fascia il consumo di frutta e verdura, ma rimane comunque più alto rispetto al resto della popolazione: circa un anziano su quattro consuma quattro o più porzioni di frutta e/o verdure al giorno.
Anche per quanto riguarda la pratica sportiva, la crescita è significativa. Gli over 65enni che praticano sport sono più che raddoppiati in vent’anni, passando dal 6,7 al 16,4 per cento tra 2003 e 2023. Peggiora, invece, l’abitudine al fumo e, nel consumo di alcol oltre le quantità raccomandate, gli anziani si collocano sopra la media. Per il fumo, il fenomeno è femminile: la quota delle fumatrici è raddoppiata rispetto a vent’anni prima. Per l’alcol, l’abitudine è spesso collegata alla non conoscenza dei limiti consigliati. Curiosità: gli anziani più istruiti, quelli con titoli di studio più elevati, che sono di più rispetto al passato, adottano maggiormente le abitudini elencate sopra – sport, fumo e alcol in eccesso.
E il volontariato, che è l’aspetto che qui maggiormente ci interessa? Sempre secondo i dati Istat ci sono oggi circa un milione di persone tra i 65 e i 75 anni impegnate in modo stabile nelle associazioni di volontariato, un numero che triplica se si includono modalità informali (attività familiari, vicinato, comunità). La percentuale di impegno sale ancora se si prendono in esame le persone con istruzione medio-alta e gli ex lavoratori con professionalità elevata che continuano ad avere una presenza attiva nel volontariato sociale, in quello sanitario e culturale. Si tratta di una presenza che tende a mettere da parte le iniziative spot per privilegiare attività concrete – aiuto diretto – continuative e relazionali, ben radicate nel territorio. Vediamo quali sono.

Dai nonni civici all’accompagnamento educativo. La fantasia dell’aiuto

Spesso portano una pettorina gialla o arancione con il nome del Comune di appartenenza. Operano nelle metropoli ma anche nei piccoli centri. Sono i Nonni civici, uno degli esempi di volontariato più diffuso in Italia. Sono anziani, indifferentemente uomini o donne, che sostano, con funzioni di supporto, davanti a scuole, parchi, musei. Aiutano i bambini ad attraversare le strisce pedonali, li accompagnano sullo scuola-bus, rafforzano il legame sociale nei quartieri, danno una mano per la tutela del verde pubblico nei parchi cittadini, in alcuni casi conoscono il patrimonio culturale e sanno dare informazioni di massima ai turisti. La loro presenza, al di là della funzione svolta, regala tranquillità e rassicurazione. Sono il segnale di una rete sociale che esiste, che funziona e che si rende evidente. Si tratta di un tipo volontariato che non richiede competenze specifiche, prevede impegni di tempo limitato e può essere svolto da chiunque. Esistono poi forme di volontariato – un modello largamente conosciuto è quello dell’Auser – in cui anziani autosufficienti, in buona salute, con ampie disponibilità di tempo, aiutano altri anziani che vivono momenti di difficoltà per quanto riguarda la salute, il trasporto sociale, l’assistenza a persone sole, il supporto quotidiano per fare la spesa, visite mediche, pagare le bollette e tanto altro. Si tratta di un modello solidale tra pari che crea legami di vicinanza e spesso di amicizia molto intensi che diventano uno scudo straordinario per combatte isolamento e solitudine.
Un’altra forma di solidarietà in forte espansione è quella degli orti sociali inquadrati nella più ampia prospettiva dell’agricoltura urbana. Un modello mutuato dall’estero – a Londra, a Parigi, a Berlino sono forme di condivisione e di socialità consolidate da tempo – che coinvolgono gli anziani nella cura degli orti condivisi, spesso su spazi pubblici. Esistono studi importanti che sottolineano il valore terapeutico degli hobby a forte impronta ecologica. Ma, accanto ai benefici per la salute fisica e mentale, non va dimenticato che si tratta di un’attività importanti anche dal punto di vista dello scambio intergenerazionale perché realizza una sintesi importante tra custodia della comunità e impegno sostenibile. In rapida crescita anche le forme associative che vedono in prima linea i cosiddetti “anziani digitali” (reverse mentoring). Spesso ex dirigenti, professionisti, esperti digitali che affiancano i coetanei meno esperti per accompagnarli a scoprire le infinite possibilità dell’informatica e del web. Si tratta di una forma solidale importante per colmare il divario digitale che ha avuto un’accelerazione importante durante e dopo il Covid.
Le persone che usano Internet tra i 65 e i 74 sono passate dal 68 per cento del 2024 al 72,5 per cento del 2025. Mentre tra gli over 75 si è passati dal 31,4 per cento del 2024 al 35,7 del 2025. Un salto importante che non basta certo a colmare il divario con i giovani, visto che tra i 15 e i 24 anni soltanto il 2 per cento non ricorre al web. Se dall’uso di Internet si passa ad esaminare le competenze digitali di base, il divario appare ancora più ampio. Se i giovani tra i 20-24 anni che si possono definire competenti – in possesso cioè di conoscenze tecniche digitali che vanno oltre il normale utilizzo – sono il 72 per cento, gli anziani tra i 65 e i 74 anni che dispongono di conoscenze simili sono soltanto il 27 per cento. Meno di uno su tre. E conoscere il mondo digitale oltre il normale utilizzo dello smartphone è ormai fondamentale non solo per tutte le attività quotidiane e di gestione della persona e della casa – prenotazioni visite mediche, spesa on line, informazioni relative alla sicurezza e tanto altro – ma anche per rompere il muro dell’isolamento sociale. Ecco perché il volontariato digitale è tra le forme solidaristiche più importanti, un sostegno da promuovere e incentivare.
In questa rapida rassegna abbiamo lasciato in fondo il volontariato intergenerazionale perché si tratta dell’impegno più delicato e, in qualche modo, più importante sotto il profilo relazionale ed educativo. I nonni che offrono il proprio contributo come supporto per le attività scolastiche, ma anche per l’accompagnamento educativo, oltre alle conoscenze culturali, devono disporre di qualità umane non casuali. Aiutare un ragazzo, una ragazza a fare i compiti – in particolare quando siamo di fronte a piccoli gruppi di preadolescenti - non significa solo trasmettere conoscenze ma anche memorie, modi d’essere, valori. Non si tratta solo di assistenza, ma anche e soprattutto di scambio generazionale che diventa, quando proposto con misura, consapevolezza, empatia e rispetto, un importante momento. Ecco perché, come già dicevamo, l’organizzazione di una “banca anziani competenti”, soprattutto quando si tratta di affiancare le famiglie, non può essere affidata al caso ma deve obbligatoriamente nascere in una cornice di garanzie tali da rendere possibili scambi proficui sia sotto il profilo delle competenze educative e culturali, sia sotto quello dell’equilibrio umano e dell’affidabilità etica. E chi meglio della comunità ecclesiale, in particolare degli uffici di pastorale famiglia, potrebbe svolgere questa funzione?

Perché l’impegno solidale è una barriera all’esclusione sociale?

Abbiamo più volte accennato al tema della solitudine e al valore del volontariato come mezzo privilegiato per sconfiggerla. È arrivato il momento di fare una distinzione importante. Non tutte le solitudini sono uguali. Non sempre la solitudine si traduce in isolamento sociale. Da un lato sembra inevitabile che la vecchiaia vada a braccetto con la solitudine. Vedovanza, pensionamento, perdita delle relazioni, problemi fisici e difficoltà di movimento possono diventare altrettante cause di solitudine. E ancora, figli lontani o mai avuti, ageismo con conseguente invisibilità ed esclusione dalla vita sociale aprono la strada alla sensazione di una paura spesso immotivata e poco gestibile, quella di rimanere soli, di non aver più punti di riferimento, di non sapere a chi chiedere aiuto. Dalla solitudine al peggioramento della qualità della vita il passo è breve. E se la qualità della vita peggiora aumenta il rischio di depressione e di altre patologie, non solo psicologiche. I più vulnerabili sono gli uomini. Per loro il rischio della solitudine, con tutte le possibili conseguenze, è doppio rispetto alle coetanee.
Che fare, allora? Rassegnarsi. No, dobbiamo tornare a ribadire che le buone relazioni derivanti da un impegno solidale costante e strutturato, rimangono la strada vincente per una terza età che non si traduca in un complessivo decadimento ma che ci offra la possibilità di continuare a crescere. Ma come, la crescita nei suoi vari aspetti, non è una prerogativa dell’infanzia e della giovinezza? Niente affatto, ci dice Rossana De Beni, una delle più autorevoli esperte di psicologia dell’invecchiamento, che ha scritto un libro illuminante, Vivere a lungo, vivere bene. Psicologia, scienza e arte della longevità (Città Nuova, 324 pagg, euro ) in uscita tra pochi giorni: «Negli ultimi anni si parla molto di invecchiamento attivo. Non significa restare giovani a tutti i costi, ma vivere la vecchiaia come una fase ancora vitale, in cui coltivare partecipazione, relazioni, curiosità, movimento e senso di appartenenza. È l’idea che anche a settant’anni o ottanta possiamo continuare a imparare, a dare contributi, a prenderci cura di noi stessi e degli altri. Un ruolo centrale, in questo percorso, lo gioca la comunità».
Per invecchiare bene una strategia c’è, quella di creare relazioni, di allargare i propri contatti, di cercare nuove opportunità di scambio. Ascoltiamo ancora la psicologa; «Nessuno invecchia davvero bene da solo: abbiamo bisogno di reti, di spazi di incontro, di luoghi in cui sentirci utili e riconosciuti. Una comunità che valorizza gli anziani non li considera un peso, ma una risorsa, custodi di memoria e portatori di esperienza. In diverse ricerche internazionali si è visto come la qualità del contesto sociale influisca tanto quanto la genetica o lo stile di vita sulla salute e sul benessere degli anziani». In un testo ricchissimo di spunti – si parla di funzioni cognitive, dei modi per tenere sempre attiva la mente, di emozioni e di sentimenti, di benessere e di felicità, del ruolo fondamentale delle motivazioni, di luoghi, reti e culture dell’invecchiamento attivo e di tanto altro – il “cuore” della longevità viene individuato in modo esplicito nelle relazioni, non solo – evidentemente – in quelle di coppia e in quelle familiari come ponte tra le generazioni, ma anche nelle amicizie, nelle reti sociali, nel capitale relazionale, nelle relazioni di cura e di reciprocità e, infine, nelle relazioni spirituali come legame trascendente. Il volontariato, secondo Rossana De Beni, «rappresenta una delle forme più mature di capitale relazionale. Chi dedica parte del proprio tempo agli altri, anche poche ore alla settimana, sperimenta spesso un aumento del benessere psicologico, della vitalità, della percezione di utilità. Ma l’effetto più interessante è quello della reciprocità percepita: chi aiuta spesso sente di ricevere di più. È la generatività comunitaria che si esprime non solo nella famiglia, ma nella partecipazione sociale».
Un impegno che, fa ancora notare, è sempre all’insegna della reciprocità: «La psicologia della cura ha evidenziato che prendersi cura è un atto morale fondato sull’ascolto del bisogno dell’altro e sulla risposta a quel bisogno. Eppure, la cura autentica non può esistere senza reciprocità: chi cura ha bisogno di sentirsi riconosciuto, e chi è curato deve poter restare soggetto, non oggetto. Il rischio della cura unidirezionale è l’esaurimento, ciò che gli psicologi chiamano burden, il “peso del prendersi cura”. Ma quando la relazione è bilanciata, può nascere una caregiving resilience: la capacità di trasformare la fatica in significato». Ecco perché la “risorsa anziana” non può più essere considerata un’eventualità da lasciare al caso, all’improvvisazione, alla buona volontà dei soliti noti. È arrivato il momento che la comunità – a cominciare da quella ecclesiale – si renda conto che questo crescente e prezioso capitale sociale è un bene da riconoscere e promuovere con un atteggiamento consapevole, con uno sguardo attento, con un impegno non casuale. È una nuova sfida da affrontare. Non possiamo tirarci indietro.

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