Il raid israeliano nello Yemen che ha cancellato vite di giornalisti e pezzi di storia
di Laura Silvia Battaglia, Sanaa
Il 10 settembre, un raid israeliano ha causato il più alto numero di vittime civili nel conflitto con gli Houthi: 37. Fatima ha perso la nipote: faceva lo stage e stava per sposarsi

L’ultima volta che Fatima ha visto la nipote era il 10 settembre 2025, al mattino, a poche ore dall’esplosione. Un abbraccio fugace, qualche raccomandazione di troppo, uno scambio veloce di opinioni in vista delle prossime nozze di Amal, una telefonata, un salto sul minibus per rientrare a casa. Fatima si immergeva nel traffico del primo orario di punta, nella capitale Sanaa. Il successivo sarebbe stato verso le 17 quando, dopo la preghiera, gli yemeniti acquistano il pasto per la cena, prelevano i figli da scuola, riprendono ancora una volta i minibus per tornare al lavoro. A quell’ora, Amal sarebbe morta mentre Fatima, da casa, avrebbe avvertito i vetri tremare, e un sinistro presentimento si impossessava di lei.
Il luogo dove si erano salutate e viste per la prima volta è la redazione del giornale 26 Settembre, situato nella zona nord di al-Tahrir, intersezione tra la città vecchia e la nuova, non distante dal museo archeologico e dallo storico Ghamdan Palace, dal palazzo delle televisioni, dalla piazza dove, nel 2011, migliaia di persone fecero la rivoluzione che fece cadere il presidente Ali Abdullah Saleh.
Fatima lavora al 26 settembre come segretaria di redazione. Amal era la stagista di grande talento, buon carattere e belle speranze. Una bomba di fabbricazione americana, sganciata dall’esercito israeliano contro il nord dello Yemen l’ha fatta a brandelli insieme ad altri 37 civili di cui, lei compresa, 31 giornalisti e cinque bambini. La zia di Amal Mohammed Ghaleb al-Manakhi, Fatima al-Daemari, sopravvissuta suo malgrado, cerca di identificare la scrivania della nipote camminando con noi in mezzo alle macerie del sito. Ricorda, guardando la zona irriconoscibile dove si trovavano i tavoli dei redattori del giornale: «Io e Amal siamo cresciute insieme nella stessa casa e abbiamo continuato a lavorare insieme al giornale. Quando è morta mia madre, Amal non mi ha mai lasciata sola, ha insistito per stare sempre con me a casa, ha vissuto con me, non mi ha mai abbandonata. Un giorno l’ho lasciata io, ed ecco cosa è successo. Non me lo perdonerò mai».
Il 10 settembre 2025 lo Yemen Data Project ha registrato un numero elevato di vittime: 22 uomini, 11 donne e 5 bambini uccisi. Altri 87 uomini, 29 donne e 31 bambini sono rimasti feriti in quello che è stato il peggior attacco per numero di vittime civili tra i bombardamenti israeliani dall’inizio dell’Operazione Long Arm nel luglio 2025, nata per contrastare le milizie filo-iraniane del nord dello Yemen che hanno bombardato ripetutamente Israele e bloccato la navigazione internazionale sul Mar Rosso, dopo l’inizio della guerra tra Tel Aviv e Hamas a Gaza. Questo è anche il secondo peggior attacco alla stampa registrato a livello globale, secondo il Comitato per la protezione dei giornalisti (Cpj), dopo il massacro di Maguindanao del 2009 nelle Filippine, in cui 32 giornalisti furono uccisi in un’imboscata.
Fatima piange e si vede, anche se indossa il niqab che le copre il volto, lasciandole scoperti solo gli occhi. Di Amal non è rimasto quasi niente. Nulla è rimasto anche di un bambino, il figlio di Esam al-Hashidi, che aveva raggiunto al lavoro il padre, pure lui giornalista, dopo essere uscito da scuola. I soccorritori riferiscono di avere trovato i resti del padre abbracciato a quel che restava del bambino undicenne. Esam al-Hashidi manteneva una famiglia numerosa. «Il figlio – riferisce Noryah al-Harazi, redattore del 26 Settembre scampato all'attacco – aveva detto alla madre che dopo la scuola preferiva accompagnare il padre al lavoro, per osservarlo e imparare in modo da sostenere la famiglia in futuro, se il padre avesse dovuto invecchiare o morire». Le testimonianze dei sopravvissuti e dei soccorritori sono terrificanti. Ibrahim al-Masoudi, disegnatore e calligrafo per il giornale, descrive lo sbalzo, il suono, il fumo e il fuoco come qualcosa di mai visto prima; lamenta di non avere più sentito nulla per una settimana e di non avere «più di denti a posto». Tutti i pochi superstiti hanno subìto dei ricoveri prolungati per gravi problemi all’apparato respiratorio, all’udito e alla vista, al netto della perdita di arti superiori o inferiori. Il tecnico Mohammed al-Mahdi mostra le ferite tuttora presenti nel suo corpo afflitto da schegge di metallo ancora incastonate lungo la schiena e gli arti superiori e inferiori. È un effetto della bomba, alimentata dalla batteria termale EAP-12241, di fabbricazione americana, che ha guidato l’ordigno convenzionale più grosso che esista, con la precisione del sistema cosiddetto Jdam, direttamente sul compound. La ragione, dice il ministro della Difesa israeliano Israel Katz, era «l’apparato di propaganda Houthi» del dipartimento di pubbliche relazioni del loro partito, Ansarullah. Di fatto, nello stesso compound, erano presenti da più di quarant’anni le redazioni di due giornali yemeniti di proprietà statale, 26 Settembre e al-Yemen, ben prima che la milizia filo-iraniana degli Houthi prendesse il controllo delle istituzioni statali dal 2014 in poi.
Insieme alle due redazioni, a chi vi lavorava e a tutti i macchinari e le rotative, è stato incenerito anche l’archivio storico centrale dello Yemen, nato con il giornale, fondato appunto dopo la Rivoluzione del 26 settembre 1962, quando i repubblicani rovesciarono l’imamato che governava il Paese da secoli. «Qui erano conservate 36 milioni di foto in pellicola e ancora tantissimi documenti dell’epoca ottomana: paesaggi di siti turistici, interviste alla stampa di figure governative. Tutto sparito: non è rimasto nulla», dice Nabil Shobail, responsabile dell'archivio e vicedirettore del dipartimento di fotografia. Nabil quasi si genuflette davanti a una serie di foto in bianco e nero, sparpagliate sul fondo di un buco, al quale si accede dopo un percorso accidentato, un avvallamento in fondo al cratere che la bomba ha aperto al posto del palazzo che ospitava l’archivio: «Guarda, questo è il maresciallo Anbullah Al-Sallal: è stato uno dei presidenti dello Yemen dopo la rivoluzione del 26 settembre 1962. Non bastavano 12 anni di guerra. Adesso anche la nostra storia è stata cancellata: chi ce la darà indietro?»
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