Il Nobel Stiglitz: «Il conto della guerra lo pagano i più poveri»

Il premio Nobel dell'Economia boccia la politica commerciale di Trump: «I dazi hanno causato danni, non vantaggi. L'IA gonfia una bolla in Borsa, ma servono regole e l'innovazione abbia scopi sociali»
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May 16, 2026
Il Nobel Stiglitz: «Il conto della guerra lo pagano i più poveri»
Il premio Nobel per l'Economia Joseph Stiglitz
“La crescita rallenta, i prezzi salgono e i più vulnerabili pagano il conto: è lo schema che si ripete, guerra dopo guerra, crisi dopo crisi. E stavolta, con il conflitto in Iran che non accenna a finire, il rischio è che le disuguaglianze globali si allarghino ulteriormente, colpendo soprattutto i Paesi già indeboliti dal debito. L'intelligenza artificiale, intanto, promette di cambiare il mondo, ma dovrebbe farlo per scopi sociali, non per alimentare rendite finanziarie o motori pubblicitari, mentre le politiche commerciali di Donald Trump hanno già fallito”. È netto nella sua analisi Joseph Stiglitz, statunitense premio Nobel per l'Economia, in questi giorni presente a Linkontro, l'appuntamento annuale organizzato da NielsenIQ al Forte Village in Sardegna, dove i grandi temi dell'economia globale si intrecciano con le strategie del largo consumo. Stiglitz, ex capo economista di Banca Mondiale, non risparmia qualche colpo: Trump ha una visione dell'economia profondamente distorta, la Borsa americana è una bolla, e l'Europa, pur con tutte le sue fragilità, rimane l'ultimo baluardo di qualcosa che assomiglia ancora alla democrazia.
Prof. Stiglitz, la Bce avverte: la guerra in Medio Oriente pesa sulla crescita e incrina la fiducia di consumatori e imprese. Quanto può pesare il conflitto in Iran sui più deboli?
La disuguaglianza è uno dei temi centrali di questa epoca. All'ultimo G20, a presidenza sudafricana, mi è stato chiesto di presiedere un comitato sull'impatto delle disuguaglianze, e nel rapporto che ne è scaturito abbiamo delineato gli effetti negativi sulle nostre società e sulle nostre democrazie. La principale raccomandazione è stata la creazione di un panel internazionale sulla disuguaglianza, simile all'Ipcc sul clima, capace di offrire ricerche obiettive e soluzioni sulle tendenze in atto. La guerra con l'Iran avrà certamente un impatto sulle disuguaglianze: se l'aumento del prezzo dell'energia dovesse persistere, si trasmetterebbe ai prezzi degli alimenti di base, e sono sempre i più marginali a soffrirne di più. Una cosa è quando sale il prezzo di un bene di lusso, un'altra quando a capitolare sono i Paesi più poveri. Un anno fa sottolineavamo nel rapporto che molti Paesi soffrivano già di stress sul debito, e quella crisi sottrae risorse all'istruzione, alla sanità, ai servizi essenziali. Non sappiamo quanto la guerra in Iran durerà, ma le prospettive che vediamo sembrano quelle di un conflitto senza fine. E c'è un altro aspetto da non trascurare: al di là di una possibile tregua, l'Iran ha già danneggiato strutture produttive ed energetiche in vari Paesi del Golfo che richiederanno anni per essere rimesse in sesto. Questo significa che la crisi sui prezzi peggiorerà con il passare dei mesi.
Anche negli Usa molti dati parlano di un’economia in difficoltà. Come hanno inciso i dazi sulla capacità d'acquisto del consumatore americano?
I dazi come strumento di politica industriale hanno fallito totalmente. L'anno scorso il numero di posti nella produzione manifatturiera è sceso negli Usa di 66mila unità: hanno causato un danno, non un vantaggio. Quando si impongono dazi su prodotti come alluminio o acciaio, si rendono i manufatti meno competitivi. E poi bisogna rendersi conto di come Trump li abbia imposti, senza alcuna analisi seria: puoi imporre dazi sul rame cileno, ma le miniere di rame non possono essere rilocalizzate negli Usa. O i dazi sul caffè, che negli Usa non viene prodotto. Per il consumatore ovviamente aumentano i prezzi. Inoltre, normalmente quando un Paese impone dazi il tasso di cambio si apprezza, importando meno merci. Invece il tasso di cambio del dollaro è sceso, il peso dell'euro è aumentato: è il risultato di una sfiducia nei confronti degli Usa. E questa svalutazione del dollaro non si è ancora trasmessa completamente sui prezzi.
Qual è dunque la strategia economica di Trump?
La mia opinione è che Trump abbia una serie di presupposti di base sbagliati, di pregiudizi e convinzioni errate. Crede che il resto del mondo tratti male gli Usa, che gli accordi commerciali siano stati fatti a loro svantaggio. Ma sono stati proprio gli Usa a scrivere quegli accordi, per i benefici delle proprie banche e aziende. Le sue lamentele ruotano sempre attorno ai deficit commerciali, ma non ha letto Ricardo, non ha letto Smith. La sua logica è questa: gli Usa sono il paese migliore al mondo, quindi tutti dovrebbero comprare prodotti americani, altrimenti vuol dire che qualcuno li inganna. Ma i deficit sono determinati dalle variabili macroeconomiche. Il risparmio nazionale sotto Trump sta crollando, e questo significa che il deficit commerciale crescerà indipendentemente dalle sue politiche. È una sconnessione che lui semplicemente non comprende.
Sul Nasdaq: è davvero sopravvalutato del 50%? E come può tutelarsi un investitore?
La Borsa americana riflette davvero poche aziende: le società tecnologiche e dell'intelligenza artificiale che stanno andando molto bene. Io penso che sia una bolla. Il resto del mercato negli Usa non sta andando bene, i numeri complessivi danno un'immagine distorta. Affinché l'IA possa generare i rendimenti che gli investitori auspicano, ci sono varie condizioni che devono essere soddisfatte, ma non sappiamo quanto velocemente si svilupperà l'intelligenza artificiale. Molti dei problemi delle nostre società non possono essere risolti dall'IA, si è riposta nei suoi confronti una fiducia irrazionale. Risolverà il back office, avrà un impatto, ma non quanto si pensa: porterà più disturbo macroeconomico rispetto ai benefici previsti.
Quali sono i rischi concreti che l'IA porta con sé?
L'IA è stata dirompente in molti ambiti, ma ogni tecnologia rivoluzionaria ha bisogno di tempo per filtrare attraverso tutte le maglie dell'economia. Quello che mi preoccupa sono i suoi usi distorti: la sorveglianza, lo sfruttamento dei dati dei consumatori. Le fondamenta dell'economia di mercato vengono minate: prima tutti pagavano lo stesso prezzo per un bene o un servizio, ora con gli algoritmi non è più così. Questo può essere deleterio, per non citare certi aspetti di sicurezza nazionale. Quello che sta facendo l'Europa è giusto: porre dei limiti, costruire confini intorno all'IA, perché è uno strumento che può essere usato in maniera non appropriata. Essere innovativi paga, ma soprattutto se l'innovazione ha scopi sociali. Negli Usa un'enorme quota delle risorse dedicate alla ricerca è andata a creare motori pubblicitari più efficaci. Cos'è più prioritario: salvare il pianeta dal cambiamento climatico o costruire un motore per le inserzioni? La risposta è ovvia.
L'Europa è l'unica area del mondo dove la democrazia prospera ancora?
È importante che l’Europa non capitoli, qui prosperano ancora democrazia e diritti umani. L’accordo sui dazi raggiunto in Scozia con gli Usa mi ha deluso profondamente: era tutto sbilanciato a favore di Washington. L'Europa è il mercato più vasto, avrebbe dovuto spuntare un accordo migliore. Invece, a causa del rifiuto di opporsi a Trump per la dipendenza dalla difesa americana e dalla tecnologia statunitense, Bruxelles ha ceduto terreno. Questo solleva una questione che mi preoccupa già da tempo, più per gli Usa che per l'Europa: nella misura in cui gli oligarchi controllano lo spazio dell'informazione, si indebolisce la cittadinanza. Negli Usa Jeff Bezos controlla il Washington Post, Murdoch il Wall Street Journal: miliardari che plasmano esplicitamente l'informazione come strumento di propaganda. Questo filtra nelle notizie e ha un effetto sulla percezione individuale dei temi principali.
La sua percezione della situazione attuale Usa non le consente di essere fiducioso?
Gli Usa si trovano in una profonda crisi. Sono un Paese fortemente polarizzato, con uno dei due partiti che doveva far parte del sistema di pesi e contrappesi che è capitolato totalmente, diventando servo di Trump. Pensavamo agli Usa come un prodotto dell’illuminismo, ma tutto questo è stato buttato alle ortiche. Molte persone nel mondo accademico vogliono trasferirsi all'estero, come accadeva in Europa negli anni Trenta quando si intuiva l'arrivo del fascismo. Per l'Unione Europea questa oggi può essere una grande opportunità. C’è però un altro lato. A Minneapolis, con temperature gelide, cittadini comuni sono scesi in strada per proteggere, in nome dei principi, persone che non conoscevano nemmeno. Quell’episodio ha mostrato il meglio degli Usa, ma anche il peggio dell’America.

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