L'Italia che non si è girata dall'altra parte si scopre anche multietnica

Al netto delle semplificazioni che ci sono state sugli immigrati brutti, sporchi e cattivi, emergono figure trasversali, di italiani e di stranieri, che a Modena si sono distinte per azioni altruistiche e generose. Sullo sfondo c'è un Paese che sta cambiando in positivo, anche se discriminazioni e contraddizioni rimangono
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May 18, 2026
È un’Italia sempre più multietnica quella che ha riempito e sta riempiendo la cronaca di questi giorni. Nel male e nel bene. Da applausi e da condanne. Vittime e carnefici. Eroi e sfruttati. Ed è normale per una società multietnica. O almeno dovrebbe. Non per politici come il ministro Matteo Salvini o l’ex generale/capopopolo Roberto Vannacci. O come i giornali di destra, su questo tema voce corale. Per loro l’immigrato, anche se di seconda o terza generazione, è sempre brutto, sporco e soprattutto cattivo. Da additare al pubblico ludibrio quando è protagonista drammaticamente negativo come Salim El Koudri a Modena. Con problemi psichiatrici e personali (lo ha ribadito anche il ministro Piantedosi) ma comunque immigrato. E dunque si annunciano provvedimenti più duri e restrittivi, talmente duri e restrittivi che non piacciono a parte della maggioranza di destra. Ma immigrato è anche l’egiziano Osama Mohamed Shallaby che ha fatto correre il figlio ventenne a bloccare Salim El Koudri aiutando e salvando l’italiano Luca Signorelli che per primo era intervenuto subendo due coltellate.
«L’Italia non è morte, c’è ancora» ha detto Luca. «Perché l’abbiamo fatto? Perché è giusto così», ha spiegato Osama. Un intervento multietnico davvero, di un’Italia giusta e solidale. Non il primo. Proprio Osama ricorda che l’altro figlio, di appena 18 anni, un mese fa ha soccorso a Milano un ragazzo che era stato accoltellato. Lo fa quasi timidamente, forse perché tra gli immigrati è ancora forte quel «non girarsi dall’altra parte» che noi italiani forse stiamo dimenticando. O peggio. Come il barista di Taranto che ha cacciato dal locale Bakari Sako che chiedeva aiuto ributtandolo in mano ai suoi giovanissimi e italianissimi aguzzini. Altra drammatica storia multietnica, ma di multietnia negata, da usare come bersaglio, frutto certo di disagio giovanile ma abbeverato alla fonte avvelenata di adulti che nell’immigrato vedono solo l’invasore, che toglie lavoro e identità. E se muore peggio per lui, qualcosa avrà fatto. Ma Bakari Sako alle 5 del mattino stava solo andando al lavoro.
Come milioni di lavoratori, italiani e immigrati. Come Gari, Saifi e Yassim i tre giovani braccianti morti nel furgone finito in un canale in provincia di Rovigo. O come Mamadou, 23 anni del Senegal, morto schiacciato mentre lavorava in nero in uno stabilimento balneare a Paola, nel Cosentino. Morti presto dimenticati. Ma anche le morti sul lavoro sono sempre più multietniche. Perché di lavoro si muore a prescindere dal passaporto. Anche se ad aumentare sono soprattutto gli episodi drammatici che riguardano lavoratori immigrati. Colpa loro. Come per la morte della neonata della Costa d’Avorio, assiderata in un barcone tra le braccia della giovane mamma. Qualcuno ha scritto: «Che mamma scellerata, affrontare un viaggio con una bambina così piccola». Lo disse anche il ministro Piantedosi dopo la terribile strage di Cutro. La colpa di cercare una nuova vita, una speranza in un Paese, l’Italia, che ancora fatica a essere multietnico. Ma che lo è. Ce lo ha ricordato Mattia Furlani, lunghista dal colore scuro, campione mondiale e appena “volato” a 8,43, splendido record per l’atleta appena ventunenne. E con lui tanti ragazzi che dello sport stanno facendo una realtà davvero multietnica. Prendiamo esempio. “Voliamo” tutti più avanti. Tutti insieme. 

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