Quel "pane nostro" che unisce tutti i popoli del Mediterraneo
Sulla scia delle parole di Matvejević, il fotografo Stefano Torrione costruisce un viaggio straordinario e profondo attorno alla sacralità del pane, alimento primario e simbolo religioso delle culture che si affacciano sul Mare Nostrum. La mostra "Sacred Bread" alla Fabbrica del Vapore di Milano

«Il paese dove siamo nati e dove siamo cresciuti ci ha donato il sapore del suo pane. Quando il destino ci spinge o ci esilia in un'altra terra, ce lo portiamo con noi, in noi. Chi perde questo sapore, perde una parte del proprio paese e di sé stesso». Guardiamo delle immagini, ma in principio fu un libro: Pane nostro di Predrag Matvejević, lo scrittore nato nel 1932 in Jugoslavia a Mostar, oggi città bosniaca, in quella regione dei Balcani tragicamente segnata negli anni Novanta dai conflitti che lo porteranno poi all’esilio. È l’autore di Breviario Mediterraneo, una delle opere più belle e profonde sul Mare Nostrum. Sulle cui sponde c’è anche una sorta di “pane nostrum”, un viaggio alle origini del simbolo del nutrimento: il pane come fondamento della civiltà, della storia, della cultura, della sacralità, che attraversa i millenni, dalla Mesopotamia alla tavola mediterranea. Quel pane – come scrive ancora Matvejević – che «ha modificato il destino di terre, popoli, stati». Parole che evocano profumi e ricordi, in tutti, e che per il fotografo Stefano Torrione diventano la molla per iniziare il suo viaggio per immagini alla ricerca del senso sacro del pane nel Mediterraneo. Le parole di Matvejević sono una folgorazione. Per oltre sei anni ha seguito quello che Torrione stesso definisce il «grande vagabondaggio del pane», immergendosi nel cuore profondo delle civiltà mediterranee dove il pane continua a vivere nelle tradizioni più antiche, nei gesti tramandati di generazione in generazione, nei rituali quotidiani e nelle feste popolari. Un grande viaggio per immagini che attraversa geografie e culture alla ricerca dei pani più antichi dell’umanità, quelli che ancora oggi vengono preparati secondo codici millenari. Peregrinazioni, incontri, visioni, odori, persone, mani in pasta, tavole e riti. Il pane come nutrimento, ma anche come simbolo.
"Sacred Bread", il pane come metafora dell'esistenza
Nasce così “Sacred Bread. Le vie del pane”, un progetto potente. Che si fa mostra e libro. Immagini semplici come il pane ma straordinarie, in una narrazione che cattura lo sguardo e l’anima, imponendo all’osservatore di fermarsi. Dal 7 maggio al 28 giugno ci si può letteralmente immergere nel viaggio di Torrione allo Spazio Messina della Fabbrica del Vapore a Milano nell’esposizione prodotta proprio da Fabbrica del Vapore-Comune di Milano e da Massimo Pozzi Chiesa con Sinergia Venture, accompagnata dal libro edito da MI-HUB.
Con 77 fotografie in bianco e nero, Torrione accompagna il pubblico in un itinerario circolare di sedici tappe attorno al bacino del Mediterraneo, ripercorrendo le rotte ancestrali del pane: dalla Mesopotamia alle sponde del Mar Mediterraneo, dal Corno d’Africa all’Algeria e ai monti del Marocco, dalla Spagna alla Francia e l’Italia, certo, soffermandosi in Sardegna, Sicilia e Puglia, e poi prosegue per i Balcani, Sarajevo, la Grecia del Monte Athos e giunge fino a Konya, antica città della Turchia dove è stato ritrovato il pane più antico del mondo. Il mare nostrum e il pane nostrum.
«Il pane – dice Torrione – è simbolo universale di vita, fede e condivisione: nato da un semplice impasto di acqua e farina e trasformato dal fuoco, è da millenni il nutrimento primario dell’uomo, ma è anche metafora dell’esistenza, rappresentando il lavoro, la fatica, la generosità e la ricompensa. Inoltre, nelle tre grandi religioni monoteistiche il pane assume una dimensione profondamente sacra. È consacrato nel Talmud per l’ebraismo, nella Bibbia per le religioni cristiana e ortodosso ed è menzionato nel Corano per l’Islam, diventando ponte spirituale tra l’uomo e il divino. È nel bacino del Mare Nostrum – dove millenni fa fu seminato il primo grano – che questa cultura continua a vivere ogni giorno: qui il Pane Sacro conserva sulla propria crosta i segni della storia e fotografarlo è come ritrarre e restituire l'Umanità». Il progetto Sacred Bread Le vie del pane si inserisce così nel solco della fotografia umanistica, ispirata allo sguardo di autori come Larry Towell e Abbas. È una narrazione epica che attraversa popoli e territori, restituendo valore a quel patrimonio immateriale che spesso rimane nascosto all’ombra della modernità e che merita di tornare alla luce.








Il viaggio: dall'Etiopia alla Turchia, dalla Spagna all'Italia e i Balcani
Si parte dall’Etiopia, dalla città santa di Lalibela: la distribuzione dei pani benedetti nella Chiesa di Biete Lehem (Betlemme, che letteralmente significa «Casa del Pane») e la celebrazione del Natale copto nelle chiese rupestri. Si passa in Egitto, nel Monastero di Santa Caterina del Sinai, custode di tesori inestimabili, «un’arca nel deserto dove cristianesimo e islam si sono sempre uniti nell’impasto di farina e acqua», annota Torrione sulla scia del racconto di Matvejević: «Ancora oggi i beduini aiutano i monaci a preparare il pane con il lievito o senza, secondo una ricetta nota da tempi biblici. Il pane del Sinai se lo ricordano tutti quelli che lo hanno assaggiato. Non ce n’è uno uguale a Gerusalemme né a Istanbul». Da un deserto all’altro. Quello dell’Almeria in Spagna dove grandi e piccoli pani a forma di ciambelle (Roscos) vengono lanciati dai balconi al passaggio delle statue dei Santi.
Passando per il pane azzimo per la Pasqua (Pesach) della comunità ortodossa di Gerusalemme o il Ka’ek che in Palestina viene preparato per il Ramadan, si arriva in In Iraq, dove 20 milioni di fedeli sciti si recano ogni anno nella città santa di Karbala: qui il pane viene cotto in strada e offerto ai pellegrini che camminano per giorni. E così via fra il Monte Athos, in Grecia, e il pane indispensabile alla liturgia greco-ortodossa degli antichi monasteri della penisola Calcidica e la benedizione annuale del lievito Madre e i Monti Atlante, in Marocco, a scoprire il pane Aghroum, fondamentale per l'eredità dei berberi: prodotto in casa quotidianamente, non strettamente legato alla religione, è simbolo di vita, o in Algeria dove i Tuareg cuociono il pane Taguella sotto la brace nella sabbia.
E poi c’è l’Italia, i pani del Sud, così diversi e simbolici, centrali nella cultura popolare e strettamente legati alle manifestazioni religiose. In Sardegna, “su pane” magnificato come forse in nessun altro posto, da Bottida a Ortueri a Fonni, ogni paese ha il suo nella musicalità straordinaria del dialetto dell’isola. in Puglia, la comunità Arbereshe festeggia San Giuseppe con una grande quantità di pani benedetti. In Sicilia, i pani di vari nomi e forme si legano al voto e vengono offerti ai santi. Accade in tantissime realtà, da Palazzolo Acreide a Campofranco, da Naro a Ribera e Niscemi. Come scriveva l’antropologo Antonino Buttitta, il pane «può essere pegno di nuove alleanze, può sciogliere i debiti contratti con il Santo per grazia ricevuta, può allontanare o depotenziare pericoli o calamità naturali, può guarire da malattie del corpo e della psiche». Tutto può il pane.
E con questo spirito Torrione si muove sulle rotte e i luoghi di Matvejević. E torna nei suoi Balcani. In Bosnia, a Sarajevo, in quel crocevia di straordinarie contaminazioni culturali, dove durante il Ramadan si prepara il Somuni, un pane speciale risalente all'Impero ottomano. Per finire in Turchia, come un cerchio che si chiude in un viaggio che ha abbracciato tutte le culture e le frontiere mediterranee: nell’antica città di Konya dove visse ed è sepolto il sufi mistico persiano Rumi si preparano pani unici come il Yumurtali Pide o il Bunlar Boregi. Fra i dervisci che danzano cercando l’unione con il Creatore e i Mausolei, Torrione gira per i forni della città di Mevlana per compiere il rito del pane nel mese del Ramadan. L’ultima immagine è di un panettiere che intinge la mano in una scodella di giallo d’uovo e la imprime su quel pane sacro.
«Il pane è un trattato di pace».
Per Stefano Torrione percorrere “la strada del pane” diventa una vera missione. Nello spirito di quanto scrive Erri De Luca nella postfazione di Pane Nostro di Matvejević (Garzanti): «Il pane è un trattato di pace». Un invito a riflettere sui conflitti del nostro tempo, ricordando ciò che accomuna le culture più di quanto le divida. A ritrovare il senso del pane, che cementa le comunità ma che si spezza, si condivide con l’altro, in un gesto di ospitalità, di accoglienza, di umanità. Come fosse quello di casa. Che non si dimentica. Sacro.
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