Da un’intuizione a una scelta convinta: ecco come si diventa preti oggi

di Michele Gianola, direttore dell’Ufficio nazionale
per la pastorale delle vocazioni
Il cammino vocazionale al presbiterato prende forma attraverso tappe progressive che aiutano a chiarire la chiamata. La prima è quella che le linee guida sulla formazione al sacerdozio chiamano "fase discepolare"
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May 17, 2026
Vita comunitaria nel Seminario di Verona / PANOZZO
Vita comunitaria nel Seminario di Verona / PANOZZO
La sapienza della Chiesa ha strutturato gli itinerari di discernimento e formazione delle vocazioni al presbiterato e alla vita consacrata secondo tappe scandite da passi specifici e graduali offrendo, così, la possibilità e la responsabilità di chiarire progressivamente l’intuizione vocazionale fino all’adesione libera della volontà nella scelta di vita. Per la formazione al presbiterato, il documento della Congregazione per il clero – Il dono della vocazione presbiterale – scandisce tre tappe: discepolare, configuratrice e pastorale (o di sintesi vocazionale) che si conclude con l’Ordinazione e apre alla vita ministeriale; chiude la formazione iniziale e dà avvio alla formazione permanente. Prima di addentrarci nell’approfondimento specifico della prima tappa, ritengo utile fissare due elementi decisivi e prospettici per ogni itinerario vocazionale. Il primo: quando la Chiesa riconosce una vocazione – nel rito dell’ordinazione, della consacrazione religiosa o del matrimonio – pone una domanda fondamentale riguardo la libertà della scelta e della decisione.
La risposta viene al termine di un percorso di formazione nel quale il costante riferimento alla comunità educante richiama alla decisiva postura dell’essere scelti (non solo di scegliere), dimensione imprescindibile anche nella vocazione celibataria. Il rito – è il secondo elemento – segna l’inizio della storia vocazionale, imprimendole l’avvio perché si dipani nel tempo; si diventa presbiteri, ma diventare pastori secondo il cuore di Cristo è opera di tutta una vita. Qui, guardiamo l’inizio, il sorgere di quella intuizione che spinge a chiedere di entrare in seminario, muove i passi verso il colloquio con il responsabile del discernimento iniziale. Tutto questo è normalmente preceduto dal confronto più o meno lungo – sempre auspicato – con un direttore spirituale, una persona adulta nella fede capace di raccogliere la domanda iniziale, considerarne l’effettivo orientamento per quanto ancora indefinito e incompiuto.
La domanda iniziale non chiede risposta certa prima di iniziare il cammino: non si può pretendere di aver compreso la propria vocazione prima di iniziare a conoscerla e a conoscersi. Tant’è vero che la vocazione presbiterale si compie solo nel presbiterio. Così, l’ingresso in seminario è accolto sull’intuizione – ancora sfuocata, certamente – che nell’intimo del candidato abiti in nuce il desiderio del ministero, quella carità pastorale che si esprime nell’interesse alla vita pastorale, nel gusto di approfondire la relazione con il Signore, nell’attenzione ai bisogni della Chiesa e della società. La tappa discepolare ha il compito di approfondire la relazione con il Risorto: «il discepolo è colui che è chiamato dal Signore a stare con lui (cf. Mc 3,14) a seguirlo e diventare missionario del Vangelo. Egli impara quotidianamente a entrare nei segreti del Regno di Dio, vivendo una relazione profonda con Gesù» (Congregazione per il clero, Il dono della vocazione presbiterale , §61). In questa tappa, lo spazio formativo del seminario si caratterizza per una dimensione famigliare, come una casa dove conoscersi con il Signore, assieme alla comunità ecclesiale: «in questa tappa si custodisca uno stile iniziatico, aiutando il seminarista a vivere una misura alta della vita cristiana, animata da un confronto fecondo con il Vangelo, ascoltato e vissuto nella comunità dei credenti» (Conferenza episcopale italiana, La formazione dei presbiteri nelle Chiese in Italia , §51).
In questa fase iniziale, quindi, la chiave per il discernimento è la disponibilità a scendere nel cuore, centro nascosto che solo lo Spirito scruta, luogo della verità di se stessi e della decisione per la vita o per la morte (cf. Catechismo della chiesa cattolica, §2563). Scendere nel cuore non è mera introspezione, tutt’altro. Libero dagli anestetici che il nostro tempo somministra, infatti, esso risuona nell’incontro con la Parola e vibra a contatto con la storia. Si lascia toccare dalle vicende delle persone che incontra, brucia delle domande alle quali non può rispondere, si lascia toccare dalle ferite, gode delle scelte di bene e dei passaggi della vita. Immerso nella comunità, a contatto con la vita e la Parola, il seminarista sarà accompagnato a riconoscere se il modo di essere del discepolo lo spinge al ministero presbiterale. Lì, messo alla prova e confermato da chi ha il compito di curare la sua formazione, potrà chiedere con sincerità al proprio vescovo di essere ammesso tra i candidati al diaconato e al presbiterato, avendo chiarito il se diventare prete e avviarsi nella successiva tappa configuratrice, ad imparare il come.

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