Un data center dentro le Dolomiti: occupa lo spazio lasciato vuoto da una miniera

di Paolo Viana, inviato a Trento
Verrà inaugurato il prossimo 23 giugno. Si tratta di un progetto innovativo che supera i confini della sostenibilità
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May 18, 2026
Un data center dentro le Dolomiti: occupa lo spazio lasciato vuoto da una miniera
Sarà perché da queste parti si tira ancora a sorte per sapere a chi spetta la legna del bosco. O perché i cavatori di dolomia non sapevano come riempire i tunnel scavati nel ventre della montagna e li hanno riempiti prima di mele e poi di vini e formaggi. Quando si sono palesati i milioni del Pnrr qualcuno però si è ricordato che il Trentino ha una legge mineraria tutta sua, che permette di creare magazzini e attività nel “vuoto” creato dall’uomo. Nasce così Intacture: in un settore energivoro che si scervella per collocare i server in fondo agli oceani i trentini hanno costruito sotto 100 metri di roccia un data center che raggiungerà i 6 Mwp. Custodisce il supercomputer dell’Università di Trento, uno dei più potenti del Nordest, in una sorta di grattacielo rovesciato dentro la montagna. Tutt’intorno, solo i meleti della val di Non.
L’iniziativa è di Trentino DataMine e sconvolge i paradigmi della sostenibilità. Tutto ciò che è nel “grattacielo” è certificato, ma il consumo energetico, il consumo di suolo, la sismicità, il rischio idrogeologico e le radiazioni elettromagnetiche sono annullati all’origine. Nel cuore delle Dolomiti, infatti, la temperatura si mantiene costante intorno ai 12 gradi e l’umidità è bassissima perché siamo circondati da roccia calcarea isolata da argille: per raffreddare i server si utilizza l’aria aspirata dall’esterno - tendenzialmente inferiore ai 24 gradi e restituita a 30 gradi - e il chiller si attiva solo tra luglio e agosto. Ogni radiazione è isolata da tonnellate di minerale. La superficie occupata è un “vuoto” creato dall’estrazione. Insomma, una sostenibilità offerta dalla natura. «La montagna - spiega l’amministratore delegato di Trentino DataMine, Dennis Bonn – è una vera e propria tecnologia: garantisce stabilità, sicurezza e condizioni ambientali ideali».
Del grattacielo spunta un piano, un edificio moderno in legno e acciaio che si confonde con le conifere, ma il cuore affonda nei 15 chilometri di tunnel scavati per ospitare i server. «Siamo una infrastruttura con due “core” - dice Bonn -, il supercomputer universitario e un servizio di stoccaggio dei server privati: oggi le aziende del Triveneto hanno la possibilità di custodire i propri dati, letteralmente, nel cuore delle Dolomiti».
Uno dei soci privati è l’Istituto di Sviluppo Atesino (Isa): con una cinquantina di partecipate, per un valore contabile di 181,5 milioni di euro, questa holding ha centinaia di azionisti privati e un’importante presenza di realtà ecclesiastiche. In Trentino DataMine troviamo anche Dedagroup (servizi IT), Gpi (informatica sanitaria) e Covi, che controlla Tassullo, l’azienda che ha acquisito il diritto di superficie in sotterraneo. «La legge mineraria della provincia autonoma di Trento - precisa Bonn - permette all’industria estrattiva di cavare la dolomia seguendo geometrie funzionali al riutilizzo di quegli spazi». Un altro snodo decisivo è stato il Pnrr, che ha assicurato 18,4 dei 50 milioni di euro necessari per il datacenter, il quale sarà inaugurato il 23 giugno. «Il rapporto con l’università, che detiene il 49% della Trentino DataMine, è stata abilitante per ottenere quel finanziamento e continuerà ad esserlo nella progettualità e nella gestione» sottolinea Bonn che nel Cda è stato indicato da Isa.
La partnership pubblico privata nasce e vuol restare a geometria trentina in un mondo hyperscale che parla un linguaggio ben diverso. «Fin dall’origine - chiarisce Bonn - il progetto non è concepito come un semplice data center, ma come un punto di riferimento per l’innovazione, la ricerca applicata e il trasferimento tecnologico, capace di mettere in continuità università, centri di ricerca, imprese e territorio. In questo quadro, l’infrastruttura fisica è uno strumento abilitante di una visione più ampia: rafforzare la capacità digitale nazionale e trattenere competenze, dati e valore in Italia».
L’area computazionale, cioè il super computer (fino a 200 petaflops, cioè 200 milioni di miliardi di operazioni al secondo, e 10 Petabyte di storage) «offre capacità di calcolo differenziate, dal computing di base fino all’addestramento e all’inferenza di modelli di intelligenza artificiale, inserendosi in una visione di AI distribuita ed europea» spiega Bonn e fa riferimento a «un concetto di sovranità digitale pragmatico».
Un’esperienza territoriale che guarda sia alla crescita della domanda di capacità computazionale, trainata dall’intelligenza artificiale, dall’High Performance Computing e dai servizi digitali critici, che alla necessità di ripensare il modello di sviluppo delle infrastrutture digitali, riducendo il consumo di suolo, migliorando l’efficienza energetica (alimentazione 100% da energia rinnovabile) e avvicinando il calcolo ai luoghi in cui i dati vengono prodotti. Bonn ammette: «Possiamo crescere fino a 10MW». Se gli chiedi perché fermarsi a dieci quando c’è tanta montagna da scavare, la risposta spiazza: «per non sottrarre energia al territorio». Del resto, anche Bonn è trentino e fa legna nei boschi.

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