Le seconde generazioni: a Modena fatti gravissimi, no a propaganda e scorciatoie etniche
di Diego Motta
Lettera aperta di associazioni e amministratori di origine straniera con cittadinanza italiana. «Non si usi questa azione per alimentare paura, sul disagio psichiatrico servono risposte politiche. È stata terrorizzata una comunità intera, ora auspichiamo una reazione unitaria come quella della piazza emiliana»

A Modena è accaduto qualcosa di gravissimo, per questo fare propaganda non serve. Donne e uomini di seconda generazione prendono carta e penna e, in una lettera aperta, scrivono del «violentissimo atto di Salim El Koudri che ha terrorizzato una comunità intera» e colpito persone inermi. Prima firmataria del testo è la parlamentare del Pd, Ouidad Bakkali, già promotrice della riforma sulla cittadinanza per il suo partito. Insieme a lei ci sono una quarantina di amministratori locali di origine straniera, tra cui Amir Atrous, responsabile immigrazione di Forza Italia a Milano, e i rappresentanti delle associazioni di seconda generazione, dal Conngi a Italiani senza cittadinanza.
Il senso dell'appello è molto semplice. «Occorre fare piena luce, piena verità, piena responsabilità» sulla terribile sequenza di immagini che ha colpito una città in un tranquillo sabato pomeriggio e ha messo l'Italia di fronte a un inedito scenario di insicurezza. «Proprio per questo, davanti a un fatto così grave, le parole pubbliche dovrebbero essere all’altezza. E invece, pochi minuti dopo l’accaduto, ancora prima che emergessero elementi di contesto, una parte della politica e dell’informazione ha scelto un’altra strada: trasformare una tragedia in un’occasione di propaganda» si sottolinea nel testo.
Il riferimento è a titoli usciti su quotidiani di destra che mettono nel mirino «la seconda degenerazione», «l’attentato del nuovo italiano», per citare quelli che hanno più colpito i firmatari della lettera. «È la scelta di usare un fatto gravissimo per alimentare paura, sospetto e odio contro intere comunità, contro una generazione, contro persone che vivono, studiano, lavorano, amministrano e partecipano alla vita democratica di questo Paese». La verità è un'altra. «Il dramma di Modena, per quanto emerso e come confermato anche dal ministro dell’Interno, si colloca dentro il tema del disagio psichiatrico. Questo non attenua in alcun modo la gravità dei fatti, né il dolore delle vittime».
Nei cittadini che sono intervenuti per fermare l'aggressore c'è il «senso più concreto di una comunità che reagisce e si protegge», così come viene ribadita «la vicinanza alle vittime» e il «grazie» alle istituzioni, dal Quirinale a Palazzo Chigi, che hanno subito mostrato la loro presenza a fianco delle persone finite nel mirino della furia omicida del trentenne poi arrestato. «Molti di noi hanno responsabilità pubbliche, politiche, civiche, educative, sociali. Da molto prima che qualcuno iniziasse a descrivere la partecipazione di persone con background migratorio come un’invasione, noi eravamo già qui: nei consigli comunali, nelle scuole, nei servizi, nel volontariato, nei luoghi della rappresentanza democratica - sottolineano con orgoglio i firmatari della lettera aperta -. Tra noi ci sono persone cattoliche, musulmane, di altre fedi e persone che non professano alcuna religione. Ci riconosciamo nella Costituzione, nella Repubblica, nella libertà, nella laicità, nell’uguaglianza davanti alla legge». L'auspicio è che la reazione dell'Italia sia come quella della piazza di Modena, ««una comunità che, anche nelle ore più difficili, reagisce restando unita».
Quanto a ciò che occorre fare adesso, la risposta è una sola: tocca alla politica. Occorre «affrontare il tema della salute mentale, dell’accesso ai servizi, della prevenzione, della presa in carico delle fragilità. Su questo non esistono scorciatoie etniche. Non si può distinguere il disagio sulla base dell’origine, della fede o del cognome. Si può solo decidere se essere all’altezza del problema con politiche pubbliche adeguate, oppure se usare la paura per evitare le domande reali. Noi scegliamo la responsabilità».
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