A Genova la Conferenza mondiale sulle dipendenze vuole rimettere al centro del problema le persone

Da oggi al 20 maggio i delegati da cinque continenti riuniti a Palazzo Ducale per il Symposium promosso da WFTC, Ceis Genova e Fict. Obiettivo: superare letture ideologiche e approcci emergenziali per costruire modelli di cura fondati su comunità, inclusione e reinserimento sociale
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May 18, 2026
La presentazione del Symposium mondiale sulle dipendenze in corso a Genova / Ceis Genova
La presentazione del Symposium mondiale sulle dipendenze in corso a Genova / Ceis Genova
Sottrarre il tema della droga alla semplificazione ideologica e ai freddi report statistici sullo spaccio e sui consumi (che pure, con numeri da capogiro, interpellano ormai i governi si tutto il mondo)  e riportarlo dentro la vita concreta delle persone. Non una disputa astratta tra permissivismo e proibizionismo, né l’ennesimo dibattito consumato nei palazzi della politica, ma un confronto internazionale che prova a rimettere al centro le storie, le fragilità, le relazioni spezzate e i percorsi possibili di ricostruzione. È l'obiettivo del Symposium mondiale sulle dipendenze che si apre oggi a Genova, promosso dalla World Federation of Therapeutic Communities insieme alla Fondazione Ceis Genova e alla Federazione italiana comunità terapeutiche. Al cuore della tre giorni, l’idea che le dipendenze non possano essere comprese soltanto attraverso gli allarmi sui numeri, sulla sicurezza o sull’emergenza sanitaria. Servono certamente politiche pubbliche, norme, prevenzione e controllo. Ma prima ancora serve uno sguardo umano: dietro ogni dipendenza ci sono quasi sempre una domanda di senso, una vulnerabilità e una solitudine, che coinvolgono soprattutto le nuove generazioni.
A discuterne i rappresentanti provenienti dai cinque continenti - comunità terapeutiche, operatori, istituzioni, università, terzo settore -: il fenomeno ha ormai dimensione globale e nessun Paese può affrontarlo da solo. Le nuove dipendenze attraversano confini, culture e generazioni: cambiano le sostanze, cambiano le modalità di consumo, si intrecciano sempre più spesso con il disagio psichico e con le dipendenze comportamentali, dal gioco d’azzardo all’uso compulsivo delle tecnologie. Eppure, dentro questa trasformazione che spesso abbiamo raccontato su Avvenire, resta identica la domanda: come si accompagna una persona fuori dalla dipendenza senza ridurla alla sua caduta? La risposta che emerge dal Symposium di Genova sembra stare proprio nella parola “comunità”. Che non è soltanto una struttura terapeutica, ma un metodo culturale e sociale di cui l'Italia è da sempre pioniera. Cura, educazione, inclusione lavorativa, relazioni, prossimità: il percorso di lavoro condiviso è destinato a produrre anche una “Carta di Genova”, un documento internazionale che proverà a indicare standard e linee comuni nel campo delle dipendenze. Lo sottolinea con forza Enrico Costa, presidente della Fondazione Ceis Genova e vicepresidente WFTC, spiegando che «la complessità e la gravità del disagio richiedono risposte integrate». Costa insiste soprattutto sul fatto che il modello comunitario «continua a dimostrare la sua efficacia nell’accompagnare le persone in percorsi concreti di cambiamento» e sull'urgenza di tornare a considerare chi vive una dipendenza «non come un caso clinico o un problema di ordine pubblico, ma come una persona portatrice di una storia e di una possibilità di rinascita. Il Symposium da questo punto di vista è un laboratorio globale nel quale verranno messi a confronto modelli educativi e politiche sviluppate in contesti molto diversi, segnati da livelli differenti di tossicità, fragilità psichiatriche e normative istituzionali». A riprova che il fenomeno non può più essere affrontato in maniera settoriale: la dipendenza oggi si intreccia sempre più spesso con il disagio mentale, con l’isolamento sociale e con le nuove vulnerabilità giovanili.
«Sarà un’occasione unica non solo per parlare di dipendenze ma soprattutto per offrire soluzioni comuni e condivise» rimarca l’arcivescovo di Genova, Marco Tasca, che legge l’evento non solo come occasione di studio ma come segnale culturale e civile. «C'è la necessità di strutturare scenari di presa in carico ma anche di educazione, inclusione e reinserimento di persone con dipendenze» sottolinea il presule, ricordando come Genova abbia «una lunghissima e consolidata tradizione di volontariato e assistenza, è una città che si dimostra attenta alle fragilità». La scelta della Liguria come sede del Symposium - che ha cadenza decennale - non è d'altronde solo organizzativa: è anche il riconoscimento di un territorio che negli anni ha tentato di costruire reti tra servizi sanitari, istituzioni e terzo settore, comprendendo che la presa in carico non può esaurirsi nella risposta emergenziale. Parlare di droga significa decidere se guardare alle persone come problemi da gestire oppure come vite da recuperare. E in un tempo in cui il discorso pubblico oscilla spesso tra paura, stigma e superficialità, il fatto che per tre giorni Genova diventi un luogo mondiale di ascolto e confronto rappresenta già, di per sé, un segnale da cogliere.

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