La lista nera dell'Iran: nel mirino c'è anche Giorgia Meloni

Gli ayatollah diffondono un elenco dei leader ritenuti responsabili della morte di Khamenei: «La nazione chiede di vendicarlo». Il regime avverte: «Se attaccati di nuovo, l’accordo sarà stracciato»
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July 11, 2026
La lista nera dei leader considerati responsabili della morte di Khamenei, pubblicata da un quotidiano iraniano. Nella terza riga appare anche Giorgia Meloni / FOTOGRAMMA
La lista nera dei leader considerati responsabili della morte di Khamenei, pubblicata da un quotidiano iraniano. Nella terza riga appare anche Giorgia Meloni / FOTOGRAMMA
Vendetta. Il redivivo – ma solo attraverso un comunicato scritto diffuso dai media statali iraniani – Mojtaba Khamenei ha lanciato, ieri, i suoi strali all’indirizzo dei «criminali» responsabili della morte del padre, ucciso nel primo giorno della guerra scatenata da Usa e Israele contro l’Iran, lo scorso 28 febbraio.
«La vendetta è la volontà del nostro popolo e sarà certamente attuata», ha tuonato Khamenei mai apparso in pubblico dopo l’assassinio del padre Ali, sepolto venerdì. La Guida suprema ha parlato di «un elenco completo, dal primo all’ultimo dei criminali che porteranno nella tomba il desiderio di una morte tranquilla nel proprio letto». E il quotidiano Hamshari ha dato dei volti alla lista nera: tra questi, accomunata a diversi leader occidentali da una tuta arancione “modello Guantanamo”, c’è, sotto a Trump e Netanyahu, anche la premier italiana Giorgia Meloni. Non poteva mancare, poi, nelle parole di Khamenei il tributo alle «decine di milioni» di persone hanno partecipato alle solenni cerimonie funebri in onore del padre, sia in Iran che in Iraq.
Speculari – e altrettanto incendiarie – le parole usate dal presidente Usa Donald Trump che, in un post pubblicato venerdì sera, ha minacciato di «decimare e distruggere completamente» l’Iran in caso di attentato alla sua vita. «Mille missili sono pronti a essere lanciati e puntati contro la Repubblica Islamica dell'Iran, e migliaia di altri seguiranno immediatamente se il governo iraniano metterà in atto la sua minaccia», ha scritto Trump su Truth.
I negoziati tra Usa e Iran sono destinati a rimanere seppelliti sotto il fuoco incrociato – militare e retorico – tra le due parti? I 17 morti e 115 feriti provocati dai raid condotti dagli Stati Uniti mercoledì e giovedì sono una “pietra tombale sulla tessitura diplomatica”?
La strada appare stretta. E i margini di manovra molto esigui. Gli Usa hanno chiesto a Teheran che dichiari «pubblicamente aperto lo Stretto di Hormuz». Altrimenti, hanno minacciato, «ci saranno conseguenze». Dall’altra parte della barricata, l'Iran ha fatto sapere che «non si considererà più vincolato dall'accordo con gli Stati Uniti se Washington continuerà ad attaccarlo».
E il fronte negoziale? Sarà riannodato il filo diplomatico? Sembrava che la faticosa macchina negoziale potesse ripartire, con la Cbs che dava per atterrate in Oman «le delegazioni statunitense e iraniana». L’obiettivo: «Continuare i negoziati tramite mediatori, nonostante il drammatico scambio di colpi che ha fatto fallire la tregua». In realtà la squadra Usa, formata dal vicepresidente JD Vance, Jared Kushner, dal segretario di Stato Marco Rubio e dall'inviato Steve Witkoff, non è mai partita. Presente invece il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi per incontrare, a Muscat, i negoziatori del Qatar.
Che lo spazio negoziale non sia però del tutto cancellato, lo confermano le parole del presidente iraniano Masoud Pezeshkian per il quale resta «necessario evitare l’escalation». Lo stesso inquilino della Casa Bianca, del resto, aveva dichiarato, venerdì, di aver accettato di proseguire i colloqui con l’Iran, anche se il cessate il fuoco previsto nel “Memorandum d’intesa”, firmato dai due Paesi a giugno, era «ormai terminato».
Resta il nodo più difficile da sciogliere, quello che di fatto ha strangolato il negoziato: il controllo del tormentato Stretto di Hormuz. Trump continua a chiedere che le acque del “punto di strozzatura energetico” più critico al mondo siano liberamente navigabili. Da parte sua, Teheran non è disposta ad abdicare al controllo del traffico marittimo che attraversa le acque dello Stretto, controllo che costituisce una formidabile arma usata dal regime per “esternalizzare” i costi – economici e politici – della guerra. Alcuni funzionari Usa, citati dalla Cbs , avrebbero ammesso «in privato» di considerare un «errore» gli attacchi alle navi mercantili nello Stretto dei giorni scorsi. Azioni attribuite, sempre secondo la ricostruzione dell’emittente, a un’entità “deviata” interna al sistema di potere iraniano.
Parole, che se rispondessero al vero, certificherebbero la divisione tra “falchi” e “moderati” nel fronte iraniano. Secondo la lettura di un diplomatico, che ha scelto di rimanere anonimo, «alcune frange del Corpo delle Guardie rivoluzionarie islamiche sostengono che gli Stati Uniti abbiano lanciato un attacco illegale contro di loro a febbraio, quindi perché dovrebbero preoccuparsi del diritto internazionale del mare? Altre invece vogliono cooperare. A Teheran c’è una spaccatura».
Come l’Iran intende gestire lo Stretto di Hormuz? Il Memorandum d’intesa non stabilisce in maniera esplicita che i passaggi nelle sue acque resteranno gratuite. Una conferma indiretta su quale sia l’orientamento iraniano arriva da un’anticipazione del Guardian . Secondo quanto riportato dal quotidiano britannico, l'Europa sta «valutando proposte che potrebbero consentire l'applicazione di pedaggi di navigazione nello Stretto di Hormuz, a condizione che tali pedaggi non siano obbligatori e abbiano il sostegno dell'agenzia delle Nazioni Unite che regola il trasporto marittimo». Qualcosa di simile a quanto avviene per «alcuni servizi di navigazione sono ammissibili in molti corsi d'acqua naturali, tra cui lo stretto di Malacca e la Manica». Di fatto, un avvicinamento alle posizioni di Teheran.

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