La solitudine del calcio nell’era dello show: la Spagna vince il Mondiale del paradosso

Argentina battuta 1-0 ai supplementari. Di fronte allo spettacolo ipertrofico di un torneo sottomesso alla geopolitica e al business ha trionfato una scuola che ancora privilegia il gioco
Google preferred source
July 20, 2026
La solitudine del calcio nell’era dello show: la Spagna vince il Mondiale del paradosso
Gianni Infantino e Donald Trump consegnano alla Spagna la Coppa del Mondo / EPA
Ha vinto la Spagna. Ha vinto l’Europa. Ha vinto, sopratutto, un’idea di calcio che rifiuta di farsi ridurre a mero sottofondo per gli intervalli commerciali. Nel cielo di New York, sotto un diluvio di coriandoli e un'impalcatura di retorica senza precedenti, la "Roja" si laurea Campione del Mondo per la seconda volta nella sua storia, aggiungendo la corona iridata al titolo europeo conquistato due anni fa. Lo fa al termine di una finale dominata più nel senso del gioco che nelle occasioni, battendo un’Argentina ridotta in 10 nel finale per l'espulsione di Fernandez, e arrivata all’atto conclusivo svuotata, piegata dalla stanchezza e da un'inferiorità evidente.
Decide un gol di Ferran Torres nel secondo tempo supplementare. Un 1-0 risicato che chiude 120 minuti a tratti brutti, bloccati, ma senza mai una reale incertezza su chi avesse in mano il pallino del destino. Un solo gol subito in tutto il torneo – primato assoluto – e una sola battuta d'arresto: quel pareggio all'esordio contro Capo Verde. Un dettaglio delizioso per la narrazione sportiva: la piccola isola africana, debuttante assoluta, potrà raccontare ai posteri di essere stata l'unica nazionale del pianeta a non aver perso contro i campioni del mondo.
L'ultimo tango e il crepuscolo dei campioni
Per Leo Messi è stato l’ultimo tango a New York. Il sipario che cala sulla carriera internazionale del più grande interprete del XXI secolo non ha previsto il lieto fine da favola. Le lacrime a fine gara raccontano la solitudine di un re che voleva regalarsi un ultimo trionfo, ma che si è scontrato contro la legge inesorabile del tempo e di una squadra impoverita nelle energie. Messi resta un simbolo, un campionissimo stratosferico, ma il pallone, nella sua spietata equità, non concede credito nemmeno alle leggende quando la benzina è finita.
Ma il verdetto del campo travalica i singoli. Ha vinto il calcio continentale a dispetto di una globalizzazione forzata che ha stravolto il torneo. Un Mondiale imbandito per 48 nazionali, con sole 16 europee ai nastri di partenza: una geografia politica studiata a tavolino per diluire la qualità e moltiplicare i voti al governo del pallone mondiale. Eppure, quando la polvere dei gironi extralarge si è posata, a dettar legge è stata ancora una volta la scuola europea.
Una lezione che parla direttamente anche a noi. La Spagna vince perché ha creduto e continua a credere in una filiera, in un’identità continentale che non tramonta e che continua a foraggiare i propri vivai: nella Liga appena il 33% dei calciatori in campo sono stranieri. In Italia viaggiamo intorno al 66%. Non è un caso se loro alzano la Coppa del Mondo e noi da tre edizioni il Mondiale lo guardiamo dal divano.
Lo show "trumpiano" e la deriva del barocco
Se il campo ha espresso una verità limpida, il contorno ha offerto lo spettacolo di un calcio tronfio, arrogante, profondamente "americano" e trumpiano. Un torneo che si è fatto beffe persino delle proprie regole sacre anche nell'ultimo atto: se il regolamento impone un intervallo massimo di 15 minuti tra il primo e il secondo tempo, la finale ha visto ben 27 minuti di sosta forzata per far spazio a cantanti, ballerini, pupazzi e coreografie da Super Bowl. È il calcio sbruffone che pensa di essere al di sopra di tutto e di tutti.
Racchiude il senso di questa deriva la frase del presidente della FIFA Infantino, arrivato a definire questa edizione come «il più grande evento della storia dell’umanità». Un’iperbole che supera il senso della misura e sconfinando direttamente nel ridicolo, pronunciata da chi è apparso ormai piegato senza riserve ai desiderata del potere politico.
È stato il Mondiale più politicizzato di sempre. Tra polemiche sui visti negati, un calciatore prima squalificato e poi riammesso sul campo dietro l'indebito "suggerimento" della Casa Bianca, e un campione rimasto bloccato per una partita giocata in Iran dieci anni fa. Tutto sovradimensionato, tutto trasformato in arena di propaganda e smargiassate.
Il paradosso finale ha toccato il culmine durante la premiazione, con Donald Trump (generosamente fischiato dagli spalti) che affida la Coppa alla Spagna, applaudendola e congratulandosi dopo averla additata per settimane come nazione "nemica" sul fronte geopolitico. Un quadro surreale, ricucito a stento solo dalla consegna del trofeo "a quattro mani" insieme al presidente FIFA, per evitare che persino il protocollo ufficiale venisse completamente stravolto.
Alle radici di un gioco perduto
Tecnicamente non è stato un brutto Mondiale. Si è fatto guardare volentieri, anche le emozioni non sono mancare. Ma mentre i coriandoli d'oro coprono l'erba dello stadio, resta un senso di nostalgia per ciò che il calcio è stato e rischia di non essere più. Il vecchio football codificato dai maestri inglesi – usciti di scena in semifinale contro l'Argentina – era uno sport del popolo. Nasceva nelle strade, nelle piazze, nei parchi, tra i bar di periferia. Era profondo, popolare. Era il potere della semplicità. Oggi che il pallone è diventato una succursale dell'industria dell'intrattenimento globale, questi eventi sono diventati inaccessibile a molti per i loro costi. E soprattutto sono diventati un'altra cosa. La vittoria della Spagna per fortuna ci ricorda che, sotto gli strati dello show business, a vincere sono ancora le idee, il lavoro di squadra e l'appartenenza a una cultura sportiva. Un piccolo faro di logica all'interno del Mondiale più paradossale della storia.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Google Discover Seguici anche su Google Discover di Avvenire
Temi