De la Fuente dopo il Mondiale: «A Dio chiedo solo un giorno in più»
Dalla disoccupazione al tetto del mondo, il ct della Spagna campione non nasconde i propri ideali anteponendo la persona al campione e la fede alla tattica

Si può arrivare sul tetto del mondo con i piedi piantati bene in terra, rimanendo sé stessi. Senza alcun timore di manifestare i propri valori: l’uomo prima del giocatore, la preghiera prima della tattica. A poche settimane dal trionfo mondiale il ct della Spagna Luis de la Fuente è tornato a parlare del successo della “Roja”. L’ha fatto al quotidiano El Mundo andando ben oltre il campo: «Sono un privilegiato della vita. Quello che faccio è ringraziare. Ringraziare Dio per questo, per avere una famiglia meravigliosa, per avere amici fantastici. Gli chiedo soltanto una cosa, se proprio devo chiedere: di darmi un giorno di più, un altro giorno ancora per poter continuare a fare ciò che faccio».
Una fede vissuta con naturalezza e con un certo stupore per il fatto che sia diventata oggetto di discussione: «Non capisco perché dopo le mie dichiarazioni pubbliche sul mio credo, ora mi avvicinino per strada per ringraziarmi di quella testimonianza» ha spiegato. E lo ha ribadito durante il Mondiale: «Sì, credo, sono cattolico - ha detto - La fede mi dà molta forza, molta fiducia in me stesso. Mi ha permesso di diventare la persona che sono oggi». Ma attenzione a non confondere il segno della croce prima della partita con la scaramanzia: «Non sono affatto superstizioso. Se prego oggi e domani, è perché lo faccio da molto tempo. Ringrazio Dio ogni giorno. Quando mi sveglio, mi guardo e dico: “Un altro giorno in cui posso godermi la vita”. Ringrazio per queste piccole cose. Prego per questo, sarebbe ingiusto chiedere a Dio di aiutare me e non l’avversario».
Una forza mai venuta meno, neppure quando la carriera in panchina sembrava ormai arrivata al capolinea. Luis de la Fuente Castillo, nato a Haro, nella Rioja, nel 1961, è stato prima calciatore: con l’Athletic Bilbao ha conquistato due campionati spagnoli, una Coppa del Re e una Supercoppa, prima di intraprendere il percorso da allenatore. Un duro colpo fu l’esonero nel 2011 alla guida dell’Alavés in Segunda División B (all’epoca il terzo livello del calcio spagnolo). Disoccupato per 18 mesi, il destino pareva già segnato fino a quando nel 2013 sfogliando un giornale sportivo un trafiletto gli cambiò la vita: la Real Federación Española de Fútbol (Rfef) stava cercando urgentemente dei tecnici per il proprio settore giovanile. L’invio di quel curriculum fu l’inizio di un cammino esaltante. Con le nazionali giovanili ha conquistato l’Europeo Under 19 nel 2015 e l’Europeo Under 21 nel 2019, oltre alla medaglia d’argento olimpica a Tokyo 2020. Solo il preludio ai trionfi con la Spagna maggiore: la Nations League 2023, l’Europeo 2024 e il Mondiale 2026 col record di risultati utili consecutivi per una nazionale di calcio maschile (38), superando il primato dell'Italia.
Sposato e padre di tre figli, la sua dimensione interiore si riflette anche nella sua idea di calcio. Come il criterio con cui costruisce le sue squadre: prima dei giocatori migliori cerca le persone migliori. «Per me, essere una brava persona è essenziale; è un valore aggiunto. Datemi prima di tutto le brave persone, e poi i bravi professionisti». Il talento conta, ma da solo non basta; servono carattere, umiltà, disponibilità e capacità di mettersi al servizio degli altri. È anche questa la ragione per cui la Spagna campione del mondo ha impressionato soprattutto per la compattezza. «Nella vita come nel calcio – ha spiegato a El Mundo - credo che sia la squadra a rendere migliore il singolo. Io credo che il talento individuale debba essere sempre al servizio del collettivo, sempre. Perché, inoltre, è proprio il collettivo che ti farà migliorare, non il contrario. Ed è questo che ci renderà più forti». Mai sedersi sugli allori, significativo l’aneddoto svelato a proposito della finale del 19 luglio scorso: «C’è stato un giocatore che, quando è finita la partita, si è avvicinato e mi ha detto: “Mister, cosa ci resta ancora da vincere?”. E io gli ho risposto: “Beh, la prossima partita di settembre contro l’Inghilterra", l’impegno più immediato». La vittoria non è un punto d’arrivo, ma una responsabilità da rinnovare ogni giorno. Anche questo, nella sua visione, è un modo di vivere la fede: riconoscere il dono ricevuto senza smettere di lavorare. «La fortuna non esiste» ripete il ct con la calma di chi sa che nella vita conta il lavoro, la preparazione, la formazione e la fiducia in Dio. «Sono religioso perché ho scelto di esserlo. Vengo da una famiglia religiosa, ma nel corso della mia vita ho avuto molti dubbi e mi sono allontanato dalla religione. Ma a un certo punto della mia vita, ho deciso di riavvicinarmi ad essa e di affidarmi a Dio per tutto ciò che faccio». Una volta un giornalista gli chiese a bruciapelo: “Dammi una ragione per credere in Dio”. E lui rispose: «È qualcosa che bisogna vivere. Non c’è una sola ragione, ma mille per credere in Dio. Senza Dio, niente nella vita ha senso».
Parola di mister Luis, un credente che non nasconde la propria fede ma la vive con semplicità attraverso il lavoro quotidiano, la responsabilità e la gratitudine. E, arrivato sul tetto del mondo, continua a chiedere soltanto «un giorno in più» per proseguire il cammino. «Io dico di essere un combattente, un lottatore, e mi piace avere la possibilità di lottare. Gli chiedo di darmi la possibilità di continuare a farlo».
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