Le favole Mondiali finiscono all’alba
L’edizione extra-large della Coppa del Mondo ha già detto addio a 10 delle 12 cenerentole. Solo Congo e Capo Verde sfideranno ancora il pronostico

Ogni Mondiale ha le sue favorite, le sue pretendenti, le sue corazzate. Oppure le ex grandi che deludono. Come l’Uruguay, già eliminato a sorpresa e con disonore. Al punto che la Federazione sudamericana ha cancellato il volo privato che doveva riportare a casa i giocatori, informandoli che dovranno tornare pagando di tasca propria il biglietto aereo.
E poi ci sono loro: le “Cenerentole”. Quelle che arrivano da angoli del mondo dove il calcio è passione ma non potenza, dove qualificarsi vale quasi quanto vincere una Coppa. Nazionali che nessuno inserisce tra le candidate al titolo, ma che per qualche giorno si ritrovano sullo stesso palcoscenico di Germania, Argentina, Francia, Inghilterra o Brasile. È il bello di questa competizione: regalare a tutti la stessa linea di partenza, anche se il traguardo, quasi sempre, racconta un'altra storia.
Cosa ci fa Capo Verde ai Mondiali? Questo abbiamo scritto nel primo articolo dedicato a questa edizione extra-large della Coppa del Mondo di calcio. La realtà ci ha smentiti. Perché, anche se solo 16 squadre su 48 sono state eliminate nella prima fase, Capo Verde non è tra queste. E a sorpresa sabato giocherà i sedicesimi di finale contro l’Argentina. Impresa simile anche per il Congo, qualificato tra le migliori terze dei gironi, che domani affronterà l’Inghilterra.
Per Qatar, Nuova Zelanda, Curaçao, Giordania, Uzbekistan, Panama, Tunisia, Haiti, Iraq e Arabia Saudita invece il viaggio si è già concluso. L'eliminazione è arrivata puntuale, come da pronostico. Eppure sarebbe ingiusto liquidare la loro avventura con una semplice statistica. Perché, anche quando il destino sembra scritto, c'è sempre spazio per un'illusione. E il calcio molto spesso vive anche di quelle.
La Nuova Zelanda, ad esempio, ha assaporato il gusto dell'impresa pareggiando con Iran e restando in corsa fino all'ultima giornata. Curaçao, all'esordio assoluto su un palcoscenico così prestigioso, ha pagato dazio contro la Germania con un pesante 7-1, ma ha saputo rialzarsi strappando uno 0-0 all'Ecuador, prima di salutare il torneo contro la Costa d’Avorio.
La Giordania ha lottato con dignità in un girone proibitivo, trovando anche la forza di segnare contro l'Austria prima di arrendersi. L'Uzbekistan aveva acceso l'entusiasmo con il gol rifilato alla Colombia nella gara inaugurale del suo Mondiale. Per qualche minuto aveva persino immaginato di poter cambiare il corso della propria storia, prima che la qualità dei sudamericani e poi quella del Portogallo riportassero tutto dentro i confini della logica.
Anche il Qatar alla fine si è arreso, malgrado – come sostiene il quotidiano britannico The Telegraph – l’Emirato abbia pagato migliaia di persone per sostenere la propria nazionale sugli spalti. Secondo il giornale inglese, circa 2.000 persone avrebbero ricevuto pacchetti gratuiti in occasione della sfida della fase a gironi contro la Bosnia persa per 3-1 e costata al Qatar l'eliminazione dalla competizione. I pacchetti comprendevano pernottamenti in hotel, biglietti per le partite e, quando necessario, anche voli aerei, per un valore complessivo di diverse migliaia di euro a persona.
Molto meno costosa l’avventura di Panama, che ci aveva creduto fino all'ultimo. Due sconfitte di misura contro Ghana e Croazia raccontano una squadra organizzata, capace di restare in partita, ma incapace di trovare quel dettaglio che separa le outsider dalle grandi nazionali. La Tunisia ha vissuto un destino simile: travolta dalla Svezia, poi battuta da Giappone e Olanda, ha scoperto quanto il livello mondiale non conceda pause né seconde occasioni.
Una vera beffa poi ha fatto fuori l’Iran, che poteva passare tra le migliori terze dei gironi: il pareggio al sapore di “biscotto” (3-3 a tempo quasi scaduto) tra Austria e Algeria le ha qualificate entrambe ai danni della nazionale di Teheran.
Haiti invece ha affrontato un girone quasi impossibile con Scozia, Brasile e Marocco. Ha perso, ma senza rinunciare a giocare, trovando anche due reti nell'ultima partita contro i marocchini. L'Iraq infine ha dovuto fare i conti con Norvegia e Francia, due ostacoli troppo alti.
Sono storie diverse, accomunate dallo stesso finale. Perché il Mondiale resta il torneo dove le favole possono iniziare, ma raramente arrivano fino all'ultima pagina. Le differenze economiche, la profondità dei vivai, il numero di campioni, la qualità delle infrastrutture e dei campionati nazionali finiscono quasi sempre per emergere. Novanta minuti possono bastare per sorprendere una favorita; un torneo di tre, quattro o sette partite restituisce invece il valore reale delle squadre.
Eppure sarebbe sbagliato misurare queste nazionali soltanto attraverso il risultato. Per Paesi come Curaçao o Haiti esserci state rappresenta già un successo storico. Per l'Uzbekistan e la Giordania ha significato dimostrare che il calcio asiatico continua a crescere. Per Panama e Nuova Zelanda è la conferma di un percorso costruito negli anni. Per Iraq e Tunisia l'orgoglio di riportare la propria bandiera in una competizione che parla al mondo intero.
Il calcio, però, conosce una legge che raramente concede deroghe. Le grandi possono inciampare, ma quasi sempre si rialzano. Le piccole possono stupire, ma difficilmente resistono alla distanza. È una regola crudele, perché non tiene conto dell'entusiasmo, dei sacrifici o delle emozioni. Conta il talento, conta la qualità, conta la profondità della rosa. E quando il livello si alza, la differenza emerge inevitabilmente. L’eliminazione di 10 “Cenerentole” su 12 alla fine non è solo un dato statistico, ma una smentita geopolitica: la globalizzazione del pallone descrive un mondo interconnesso, ma non per questo più equo.
Il calcio è rimasto l'unico sport in cui si è strutturata l'idea che chiunque possa battere chiunque. Nel rugby, nel tennis, nella pallavolo o nel basket, i divari strutturali sono quasi sempre inscalfibili. Il calcio, grazie alla sua bassa percentuale di punteggio e alla componente casuale che un singolo episodio può generare, alimenta invece il mito dell'orizzontalità.
Resta da capire cosa rimanga a queste comunità dopo l’eliminazione. Se si spoglia il racconto dalla retorica delle “lacrime e dell’onore”, si scopre che per questi Paesi il Mondiale svolge una funzione puramente identitaria e sociologica. Il fatto stesso di esserci, di costringere il mondo a guardarli per ragioni non geopolitiche o tragiche, costituisce il vero guadagno netto.
Con la loro uscita di scena, il torneo in pratica comincia adesso. E cambia pelle. Diventa più equilibrato, certamente più efficiente. Scompare il rumore di fondo delle tifoserie più colorate e subentra il silenzio teso delle sfide scacchistiche tra panchine da milioni di euro.
Le piccole nazionali tornano nel cono d'ombra dei loro calendari continentali, lontano dai riflettori globali. Ci lasciano una certezza: il calcio non è una favola democratica. È un'aristocrazia che ogni quattro anni apre le porte del proprio palazzo per rinfrescare l'aria, dà un'occhiata agli ospiti venuti da fuori e poi, con assoluta fermezza, richiude il portone.
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