La staffetta, i salti: come l'Italia dell'atletica è arrivata sul tetto d'Europa grazie alla forza di squadra

La serata finale di Birmingham ha regalato al photofinish agli azzurri il primo posto nel medagliere e nella classifica per nazioni, di nuovo dopo Roma 2024. Il dt La Torre: «Abbiamo reso quasi ripetibile ciò che sembrava irripetibile»
Google preferred source
August 17, 2026
La staffetta, i salti: come l'Italia dell'atletica è arrivata sul tetto d'Europa grazie alla forza di squadra
Larissa Iapichino festeggia la medaglia d'oro nel salto in lungo agli Europei di Birmingham / REUTERS
Tre centesimi nella 4x400 e un centimetro nel salto in lungo. Alla fine per stabilire chi comanda l’atletica europea sono bastati pochi dettagli e l’Italia è uscita da vincitrice della battaglia dentro l’Alexander Stadium. Sono stati quindici minuti surreali quelli intercorsi domenica notte tra il trionfo di Larissa Iapichino nel lungo e l’avvio della staffetta del miglio. Nel giro conclusivo dell’ultima finale del programma continentale l’Italia e la Gran Bretagna erano lanciate verso il traguardo con Lorenzo Benati e il britannico Charles Dobson separati da un respiro. Lo stadio spingeva il padrone di caso, ma il romano resisteva in vetta e si aggiudicava la volata per appena tre centesimi di secondo. Tanto ha scavato la differenza tra il silenzio nel quale sono ammutoliti i tifosi inglesi e il chiasso nel quale è esplosa la curva azzurra. Edoardo Scotti, Luca Sito, Mohamed Soudassi e Benati hanno conquistato il primo oro italiano di sempre nella 4x400 maschile agli Europei e con quella volata l’Italia ha completato il sorpasso più bello: Birmingham, due anni dopo Roma, incorona ancora una volta la Nazionale più forte del continente. Dieci ori, sei argenti, sei bronzi. Ventidue medaglie complessive. Più titoli di tutti, più podi di tutti. E non basta, perché gli azzurri hanno conquistato anche la classifica per nazioni con 226 punti, davanti alla Gran Bretagna con 211,5 e alla Germania con 196, eguagliando il record di 45 finalisti (ossia atleti classificati tra i primi otto) stabilito due anni fa all’Olimpico. Roma 2024, dunque, non era stata un’eccezione. L’Italia resta davanti anche in trasferta, dentro lo stadio di una delle nazioni dalla tradizione più profonda del mondo.
L’ultima serata è sembrata scritta apposta per dare una dimensione cinematografica al successo. Prima Larissa Iapichino ha trovato al primo tentativo un salto da sette metri esatti, seppure con vento appena oltre il limite (+2.1), diventando la prima italiana campionessa europea all’aperto del lungo (centrando un oro sempre precluso a mamma Fiona May) e battendo la britannica Jazmin Sawyers di un solo centimetro. Poi ecco il bronzo della 4x400 femminile con Alessandra Bonora, Anna Polinari, Alice Mangione ed Eloisa Coiro, che hanno riportato l’Italia sul podio continentale della specialità a dieci anni dall’ultima volta. È stata la conclusione perfetta di una settimana che aveva rischiato di prendere tutt’altra direzione. Nei primi giorni erano arrivati gli infortuni di due uomini simbolo: Mattia Furlani costretto ad abbandonare la qualificazione del lungo e Marcell Jacobs fermato dal problema fisico nella finale dei 100 dopo aver vinto la semifinale. Due colpi che avrebbero potuto incrinare certezze e ambizioni. Poi con i trionfi di Nadia Battocletti e Gimbo Tamberi e il dominio nella marcia l’aria è cambiata.
«I ragazzi e le ragazze hanno dato il 110 per cento, sono scesi in pista, in pedana e in strada avvelenati, per dimostrare che Roma non era stata un caso», è il bilancio del presidente federale Stefano Mei. «Tutta la Nazionale nel suo complesso ha dimostrato di essere la più forte d’Europa». L’Italia ha vinto con le stelle e con chi alla vigilia occupava la seconda fila, ha raccolto in pista, nelle pedane e sulla strada. Ha saputo assorbire gli infortuni senza trasformarli in alibi e ha trovato continuamente qualcuno disposto a raccogliere il testimone.
Il direttore tecnico Antonio La Torre taglia corto: «Sì, ora posso dirlo: è la squadra più forte di sempre. La spedizione di Birmingham è meglio di quella di Roma. Abbiamo reso quasi ripetibile ciò che sembrava irripetibile». In una frase La Torre racchiude il senso dell’Europeo: «Dentro una squadra forte tutti si sentono coinvolti e diventano più forti». È accaduto dopo l’infortunio di Jacobs, quando il gruppo e i capitani hanno impedito che la delusione contagiasse la squadra. È accaduto vittoria dopo vittoria, con i risultati di un atleta capaci di alimentare quelli del successivo. La Torre racconta persino di Massimo Stano caricatosi leggendo del successo di Gianmarco Tamberi: «Una corrente emotiva passata da una disciplina all’altra per tutta la settimana».
Adesso l’orizzonte si sposta inevitabilmente verso Los Angeles 2028: «Ci sono settori nei quali intervenire, lacune da colmare e giovani da accompagnare. L’alto femminile e l’asta richiedono attenzione, i 5000 maschili hanno bisogno di un salto di qualità e negli ostacoli il rendimento è stato inferiore rispetto a Roma. Allo stesso tempo, i salti continuano a rappresentare uno dei motori della Nazionale e nuove generazioni stanno aumentando la concorrenza interna».
Mei indica una strada altrettanto importante: «Ridurre l’abbandono tra i venti e i ventitré anni, sostenere gli atleti anche quando i risultati tardano ad arrivare e valorizzare il lavoro quotidiano di tecnici personali e società». Perché una Nazionale dominante nasce molto prima di entrare nello stadio.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Google Discover Seguici anche su Google Discover di Avvenire