Agosto 2021: quel ritiro dall'Afghanistan di cui porto ancora il peso
Il ricordo dell'allora ambasciatore della Nato a Kabul, che fu tra gli ultimi a visitare il Paese prima del ritorno dei taleban: sapevo che l'Occidente stava compiendo una scelta sbagliata, ma la posizione intransigente degli Usa di Biden fu purtroppo decisiva. Ora il futuro è nelle mani delle donne di quella terra

Abbiamo il dovere di ricordare. Lo dobbiamo a un popolo, quello afghano, che da oltre 46 anni, dall’invasione sovietica del Paese, vive le conseguenze di guerre imposte dall’esterno. Ma dobbiamo ricordare anche perché l’Italia perse 53 militari in Afghanistan e a almeno una vittima civile legata al conflitto, la giornalista della Rai Maria Grazia Cutuli. Occorre farlo anche perché a Washington recentemente sembra essere stato dimenticato il sacrificio di tanti europei in solidarietà con gli Usa in un intervento a seguito dell’attacco subito dagli Stati Uniti l’11 settembre. Questi nostri soldati non siano caduti invano. Ho incontrato i nostri militari in Afghanistan. Hanno fatto molto. La riprova l’abbiamo adesso che non ci sono più.
Tra poche settimane sarà passato un quarto di secolo dall’11 settembre 2001. Non possiamo parlare di Afghanistan senza tornare al giorno in cui l’Occidente ebbe una brusca sveglia dall’illusione della fine della storia. È una vicenda che ho vissuto da vicino, da quella mattina di settembre a New York quando ho visto con i miei occhi le Torri Gemelle in fumo dalla sede della nostra Rappresentanza permanente all’Onu. Era un attacco a tutti noi. Allora era facile dire “siamo tutti newyorkesi”, ma quel sentimento di solidarietà è durato poco.
Per me, però, quel giorno si è compiuta una svolta e poi le circostanze hanno portato il mio lavoro a intrecciarsi con l’Afghanistan: dapprima come inviato speciale dell’Italia, nel 2011-2012, nel periodo del nostro maggiore impegno militare, e poi come ambasciatore alla Nato nell’ultima fase dell’esperienza occidentale in quel Paese, quando fui l’ultimo tra gli ambasciatori del Consiglio Atlantico a visitare Kabul. Ho nel cuore le storie delle donne coraggiose che incontrai allora. In una piccola delegazione di diplomatici e militari italiani avemmo numerosi incontri con istituzioni afghane, governative e della società civile. Noi eravamo solo uomini e di fronte a noi c’era sempre almeno una donna, una situazione imbarazzante. Anche perché quelle donne non erano lì per compiacerci, ma perché rappresentavano una società molto diversa dalla nostra e capace di coltivare al proprio interno valori e diritti universali. Quelle donne ci chiedevano di continuare a fornire l’assistenza militare, politica ed economica necessaria a consentire una resistenza ai taleban, che avanzavano verso Kabul. Non potevo promettere molto.
Quella del ritiro dall’Afghanistan è una delle pagine della mia vita lavorativa delle quali mi sento più in colpa: l’accettazione di una decisione che sapevo essere sbagliata. Era facile criticare il nostro intervento, ma aveva prodotto risultati, nonostante le difficoltà e gli errori. Si trattava di resistere. Una frase attribuita ai taleban mi è rimasta impressa: «Voi avete gli orologi, noi abbiamo il tempo». Sapevano che prima o poi avremmo lasciato il campo. Stretti dai ritmi del ciclo politico con un elettorato poco interessato a un conflitto lontano, prima Trump e poi Biden fecero la scelta che sancì il successo dei taleban. Gli avversari del governo di Kabul, che con tutti i suoi limiti assicurava un minimo di diritti civili, hanno vinto per abbandono da parte occidentale. Alla Nato noi europei eravamo più disponibili degli americani a restare, ma non potevamo farlo senza l’indispensabile sostegno strategico degli Usa. Biden confermò una decisione che diede un grave messaggio: l’Occidente non mantiene i propri impegni nel tempo. Il segnale dato con il ritiro dall’Afghanistan probabilmente contribuì alla decisione di Putin di aggredire l’Ucraina.
La storia però non finisce mai e nessun regime è eterno. Dipende dalle ragazze di Herat che conosciamo grazie ai servizi di Lucia Capuzzi pubblicati il 9 agosto da Avvenire e che, nonostante tutto, vogliono studiare; dipende dalle loro insegnanti, che hanno potuto farlo proprio grazie alla nostra presenza; dipende anche da noi. È importante scriverne, parlarne, alimentare la speranza.
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