Perché nelle classi non dovrebbero esserci confini
Il tetto del 30% agli stranieri rischia di erodere il principio di uguaglianza e il rispetto delle diversità costruiti dalla scuola negli ultimi decenni. La classe è una comunità di minori tutti diversi, non un luogo di incontro-scontro tra appartenenti a nazioni diverse

L’obiettivo di integrare maggiormente nella scuola alunni e studenti con background migratorio è certamente condivisibile. Ma non è facile convincersi che le politiche scolastiche attuali, compreso l’ultimo decreto-legge sul tetto del 30% degli stranieri nelle classi, realizzino effettivamente questo progetto. Al di là delle dichiarazioni ufficiali sulla necessità di far apprendere l’italiano a studenti e famiglie immigrate, compito fondamentale dell’istruzione, l’orientamento attuale sembra lentamente erodere il patrimonio di universalismo (tutti a scuola) e insieme di rispetto delle diversità culturali, sociali, etniche, di genere (scuola interculturale), che è stato costruito faticosamente negli ultimi decenni.
Un’equa distribuzione indubbiamente evita la concentrazione degli alunni di origine immigrata nelle stesse classi. Tuttavia, ci si è chiesti perché non vigilare e far rispettare nelle scuole le disposizioni che già dal 2010 chiedono di distribuirli nelle classi e nei plessi, cosa possibile nella grande maggioranza degli istituti. E in quelli dove per motivi urbanistici vi è un alto numero di alunni neo-arrivati (Nai), perché non agire per evitare il white flight (la fuga delle famiglie italiane) con progetti di potenziamento dell’offerta formativa (dalle lingue allo sport) che rendano attraente la scuola. Ci si domanda poi perché ricorrere a un decreto che probabilmente riguarderà, secondo le proiezioni di Costanzo Ranci – tolti i nati qui e chi ha già frequentato anni di scuola – una stretta minoranza di alunni in tutta Italia. Se si vuole più conoscenza dell’italiano perché non aumentare le risorse a disposizione degli insegnanti? Molti hanno osservato che le carenze linguistiche possono essere recuperate attraverso il potenziamento dell’insegnamento dell’Italiano L2, anziché la redistribuzione degli alunni. Ma le risorse messe a disposizione dal decreto, come osserva Tuttoscuola, sono largamente insufficienti.
Anche rispetto all’opportunità che i genitori imparino l’italiano, la strada maestra non è certo l’obbligo ma semmai il potenziamento dei Cpia (Centri provinciali per l’istruzione degli adulti) e soprattutto il sostegno alla rete del volontariato, delle comunità, del Terzo settore, delle parrocchie, che si caricano del peso di un servizio che lo Stato non svolge sufficientemente. E, infine, se veramente si vuole integrare bambini e ragazzi che si sentono e sono italiani, il vero potente strumento di inclusione e coesione sociale sarebbe concedere loro la cittadinanza.
Quindi, mentre si proclama la necessità di integrare, si manda un messaggio che in realtà va in altra direzione. Temere che i bambini italiani “si sentano nell’angolo” e diventino “minoranza” a scuola evoca l’invasione da parte degli “altri” minacciosi, in realtà sempre bambini. Ma così la classe non viene considerata come una comunità di minori tutti diversi perché maschi e femmine, di diversa classe sociale o origine etnica e di differenti personalità, ma come un luogo di incontro/scontro tra appartenenti a nazioni diverse. Perché arruolare nel nazionalismo bambini e ragazzi creando un conflitto di appartenenza? Perché richiamare la gerarchia tra i gruppi (“prima gli italiani”) invece di insegnare l’uguaglianza dei diritti di tutti gli esseri umani? Il termine “assimilazione”, utilizzato nei dibattiti di questi giorni, suona in modo equivoco. I valori della Costituzione non soltanto si insegnano ma si vivono realmente nella scuola. L’uguaglianza deve essere praticata senza che gli alunni venuti da lontano si sentano di serie B, tollerati e guardati con sospetto, smistati per rispondere alle paure delle famiglie. Paure alimentate sempre dalla politica per avere un bersaglio su cui far scaricare la frustrazione della gente. Il curricolo ufficiale dice “integrazione”, quello nascosto comunica divisione tra gruppi e sovranismo.
Nelle ultime Indicazioni nazionali del 2025 il tema dell’inclusione degli alunni stranieri non compare. L’educazione interculturale, di cui già parlavano le Circolari dell’allora Ministro Mattarella, sarebbe la risposta ad una scuola delle diversità, dove ciascuno è differente dall’altro per mille motivi (e non solo la lingua), ma è divenuta un tabù, mai nominata in nessun documento. Senza educare al confronto si isolano le identità culturali contrapponendole (“Occidente” contro il resto del mondo) mentre nel mondo attuale siano tutti interconnessi e interdipendenti. Le identità, come nota Mauro Ceruti, non sono “contro l’alterità” ma sempre in relazione reciproca. Quindi non abbiamo bisogno di una scuola identitaria, ma che insegni a vivere nel pluralismo, specie in tempi di guerra. Rendere estranei e considerare gli immigrati persone da cui difendersi mortifica Ahmed, che si sente italiano, Irina, che si è rifugiata nel nostro Paese, Andrei, che vorrebbe essere figlio di due popoli, Camila, che sogna di avere tanti amici. Ma soprattutto è una minaccia a quella grande ricchezza che è l’unità e la coesione di una società.
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