Mondiali: dimmi come esulti e ti dirò chi sei

Dalla “Viking Row” dei giocatori e dei tifosi norvegesi alle coreografie delle danze sudafricane: il rito laico degli spalti colma la solitudine contemporanea
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July 2, 2026
Mondiali: dimmi come esulti e ti dirò chi sei
Coppa del Mondo: il norvegese Martin Odegaard suona un tamburo mentre i compagni di squadra e lo staff festeggiano la qualificazione agli ottavi di finale / Reuters - Issei Kato
Ci sono immagini capaci di decodificare lo spirito di un’epoca meglio di un intero saggio di sociologia. Nelle cronache di questo Mondiale di calcio, a ridefinire la grammatica del tifo sugli spalti non è stata una giocata da moviola, ma un gesto arcaico e comunitariamente potentissimo.
La chiamano Viking Row, la remata vichinga. Un intero popolo sportivo che si siede o si alza all’unisono, imitando i giocatori in campo, flette il busto, porta le braccia avanti e indietro e simula il moto ritmico dei rematori delle navi Drakkar del Mare del Nord, accompagnando il movimento con un canto gutturale, che trasforma gli spalti in un’imbarcazione umana.
L’idea, nata quasi per gioco dall’intuizione del tifoso Ole Frøystad, è rimbalzata dagli stadi agli scranni del Parlamento norvegese, e infine si è fatta liturgia collettiva sul rettangolo verde, tesa a trascinare i gol della Nazionale di Haaland.
Non è un semplice sfogo di adrenalina individuale: è la riscoperta del corpo collettivo, la necessità dell’uomo contemporaneo di farsi comunità visibile attraverso un rito condiviso.
La Viking Row, d’altronde, non nasce dal nulla, ma si inserisce in una ricca ed eterogenea genealogia di coreografie ed espressioni identitarie che hanno costellato la storia dei grandi tornei. Ogni epoca ha avuto il suo paradigma sonoro o visivo, un modo unico attraverso cui la folla ha cercato di farsi sentire dal destino. Si pensi all’onda travolgente del Sudafrica nel 2010, dominata dal ronzio incessante e ipnotico delle “vuvuzelas”: uno strumento di plastica che per noi occidentali rappresentava solo un fastidio acustico, ma che in realtà esprimeva il canto democratico di un’intera nazione che celebrava il proprio riscatto sociale e storico.
Oppure si guardi all’Inghilterra, dove la tradizione orale si fa ironia e nostalgia con il celeberrimo inno “It’s coming home”. Quel coro dedicato alla Nazionale si trasforma in ogni competizione in un “mantra” laico, un misto di messaggio pop e struggente romanticismo operaio, capace di legare intere generazioni sotto lo stesso cielo.
Ma se cerchiamo l’antecedente più prossimo alla remata norvegese, la mente torna inevitabilmente all’Islanda del 2016 e al suo folgorante “Geyser Sound” (o Thunderclap). Quel battito di mani scarno, cadenzato dal ritmo di un tamburo primordiale, fu la prima grande manifestazione di una comunità che decideva di spaventare il mondo con la potenza drammatica del vuoto e del silenzio interrotto.
In una declinazione decisamente più ludica e mediterranea, l’Italia del Mondiale 2006 ha esportato il suo personale archetipo: il celeberrimo “Po-po-po”, mutuato dalle note dei The White Stripes. Un’intuizione nata sulle gradinate e trasformatasi in un canto di liberazione generazionale, capace di tradurre l’estasi della vittoria in una melodia elementare e contagiosa.
Ognuna di queste manifestazioni dimostra come il pubblico non sia mai stato un elemento neutro all’interno del grande palcoscenico del calcio. Per decenni, tuttavia, la narrazione più recente del calcio ha assecondato la deriva dell'individualismo esasperato. Abbiamo assistito alla proliferazione in campo di esultanze studiate a tavolino: corse solitarie verso le telecamere, scivolate narcisistiche volte a trasformare il campione in un’icona replicabile, gesti standardizzati da videogioco destinati a diventare filtri social ad uso e consumo degli sponsor. Era l’esultanza-marchio, figlia di un’epoca che celebra l’io a scapito del noi. I tifosi, ridotti a consumatori di un’estetica altrui, si limitavano a imitare passivamente il proprio idolo.
In questo panorama, la coreografia scandinava inverte radicalmente la rotta, ristabilendo una parità tra il campo e la tribuna. La vera novità di questo Mondiale risiede proprio nel crollo di questa barriera verticale: non è più il pubblico che copia il calciatore, ma sono i calciatori che cercano lo sguardo della loro gente per sintonizzarsi sullo stesso battito. I giocatori diventano parte dell’equipaggio; il capitano in campo rema insieme all’ultimo dei sostenitori in piccionaia. In un tempo frammentato, in cui la solitudine digitale confina le esistenze dentro schermi individuali, la remata vichinga offre la salvezza di una sincronizzazione corporea. Ci si muove insieme, si soffre insieme, si respira allo stesso ritmo.
Se è vero che il Mondiale è il più grande atlante antropologico del pianeta, la mappa delle esultanze ne descrive le geografie dell’anima. Accanto all’ordine geometrico della Norvegia - dove la remata coordinata rivela una cultura che concepisce la forza come disciplina - troviamo le espressioni di altre latitudini. Il mondo sudamericano e africano continuano a interpretare il gol come una catarsi coreografica, un prolungamento naturale della festa attraverso la danza, dove il corpo esprime una gioia ancestrale che guarisce le fatiche del quotidiano. Al polo opposto, la compostezza delle selezioni asiatiche, capaci di coniugare il calore del tifo con l’inchino rituale e il rispetto sacrale dell'avversario e dello spazio comune, ci ricorda che l’esultanza può anche farsi esercizio di etica civile. Così il tifo, quando si spoglia dell’aggressività volgare e dell’individualismo esibito, recupera la sua funzione originaria: essere un linguaggio universale, senza traduzioni o sottotitoli.
Dimmi come esulti e ti dirò chi sei: la Norvegia e la sua travolgente onda umana vista sugli spalti di Dallas anche dopo la faticosa vittoria dell’altra sera contro la Costa d’Avorio ci ricorda che nessuno si salva da solo. E che persino per spingere un pallone oltre la linea bianca, c’è bisogno del soffio e della fatica di un intero popolo che rema concorde verso la stessa riva.

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