Un adolescente su tre fuori dai social? Perché è una buona notizia

Molti hanno commentato le limitazioni introdotte in Gran Bretagna citando il "fallimento" della strategia australiana, dove il 70% ha aggirato il divieto. Ma se si trattasse di fumo, droga o alcool cosa penseremmo?
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July 2, 2026
Un adolescente su tre fuori dai social? Perché è una buona notizia
Un teenager con il suo smartphone/ ICP
Dopo che la Gran Bretagna ha dichiarato di voler vietare i social media ai minori di 16 anni, in molti media c’è stata una moltiplicazione di articoli che ha cercato di invalidare la strategia degli inglesi, usando come pretesto un presunto fallimento dell’analoga strategia già adottata in Australia, prima nazione al mondo ad aver preteso dalle piattaforme digitali di farsi responsabili e garanti di tale divieto. Il concetto che si è cercato di comunicare al mondo è: «Il divieto ai social in Australia non funziona». La motivazione? Il 70% degli under 16 continua a usarli. Concludere che quel divieto sia inefficace semplicemente citando la percentuale di chi non lo rispetta, non è corretto usando i criteri che la sanità pubblica utilizza per valutare se una norma di legge a tutela della salute risulta efficace oppure no. Il divieto australiano agiva su una popolazione di età compresa tra i 10 e i 16 anni che era massicciamente coinvolta – come utente e detentrice di un profilo – nel mondo social. Le ricerche fatte a pochi mesi di distanza dall’applicazione del limite di legge hanno dimostrato che una percentuale variabile tra il 30% (fonte: esafety.gov) e il 39% (fonte: Mollyrose Found.) non ha più accesso ai social media dopo l’introduzione della legge.
Ora immaginate che qualcuno venisse a proporvi una strategia preventiva che in pochi mesi porta un fumatore su tre a smettere di fumare, un giocare d’azzardo su tre ad abbandonare la ludopatia, un utilizzatore di sostanze psicotrope su tre a non farlo più. Considerereste quell’intervento clamorosamente vantaggioso o un fallimento? Cambiare un comportamento cronicizzato nella popolazione, specie se additivo, è uno dei compiti più faticosi per chi si occupa di Sanità Pubblica. Quando abbiamo scoperto che si moriva di Aids a causa di comportamenti sessuali e iniettivi che portavano al contagio dei soggetti vulnerabili, ci sono voluti tantissimi anni per convincere le persone che agivano comportamenti a rischio, ad abbandonarli. E in quel caso si parlava di cambiamenti comportamentali salvavita.
Chi si occupa scientificamente di cambiamenti comportamentali, sa che gli esseri umani sembrano seguire la legge della resistenza al cambiamento comportamentale, soprattutto se quel comportamento porta con sé il vantaggio della gratificazione dopaminergica, come avviene in tutte le forme di dipendenza e come succede quando entriamo nelle piattaforme online. Promuovere una legge che tuteli la salute dei minori attraverso un divieto, non significa semplicemente proibire che un fattore di rischio entri nella loro vita. Bensì, produce un cambiamento nella percezione pubblica di qualcosa che magari fino al giorno prima è stato considerato innocuo oppure vantaggioso. Implica permettere ai genitori che vogliono far aderire i propri figli al nuovo comportamento protettivo la possibilità di sentirsi dalla parte giusta, perché anche la legge lo dichiara, rinforzando il loro compito educativo. Tuttora, oggi, molti genitori vorrebbero limitare l’uso dei social media con i loro figli, ma si sentono impossibilitati a farlo perché tutto il mondo va in direzione ostinata e contraria.
Quindi, la sanità pubblica impone leggi che cambiano i comportamenti a rischio non per ottenere «nel qui ed ora» il cambiamento sperato. Bensì per riuscirci in un tempo lungo e, quindi, stabilizzare il guadagno di salute nel medio e lungo termine. Se oggi entriamo in cinema, ristoranti, aerei, luoghi di lavoro, ospedali «smoke-free» è perché una legge basata sul divieto l’ha resa possibile. Come specialista di sanità pubblica, io so che questa è la decisione da intraprendere. Ed essendo anche specialista della mente in età evolutiva, so che questo intervento proteggerà la salute mentale dei nostri figli. Per questo non comprendo come sia possibile che proprio il mondo della psicologia, con molti suoi specialisti, sia tra i principali sostenitori della critica al divieto usando principi come «Vietare non è educare» oppure «Togliete i social prima agli adulti. Troppo comodo togliere ai minori ciò che gli adulti usano senza limiti». Sono motivazioni antiscientifiche e molto infantilizzanti. Un genitore può essere un fumatore accanito eppure non andrà mai a comprare sigarette per il proprio figlio minorenne. E lo stato mette limiti di legge perché il figlio di genitori fumatori abbia un limite fermo che riduca il suo accesso ad un comportamento a rischio che i suoi genitori agiscono comunque.
È alla luce di queste evidenze che vale la pena affermare che il 30% di giovanissimi australiani fuori dal mondo dei social rappresenta una straordinaria buona notizia, che probabilmente porterà con sé in futuro molte altre buone notizie. Per concludere, il governo australiano sta oggi lavorando perché le piattaforme digitali siano molto più cooperative nell’applicare tutte le strategie necessarie a proteggere realmente i minori, che possono aggirare il divieto in modo troppo semplificato a causa degli scarsi sforzi messi in atto dalle stesse piattaforme per generare sistemi di «verifica dell’età» davvero efficaci. Perché il vero problema da affrontare non è la natura del divieto, ma l’enorme fatica che le Big Tech fanno ad accogliere una legge che ridurrà in modo significativo i loro profitti giganteschi.

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