Il presidente dei vescovi Usa: «La Corte suprema? Ha riconosciuto la dignità di ogni essere umano»
di Elena Molinari, New York
L'intervista esclusiva a Paul Coakley dopo la bocciatura da parte dei giudici dell'ordine esecutivo di Trump: «Quel provvedimento avrebbe condannato dei bambini a restare senza una patria»

Quattro dei sei giudici della Corte Suprema americana che ieri hanno detto no all'ordine esecutivo con cui Donald Trump voleva cancellare lo ius soli sono cattolici. Il dettaglio non sfugge al presidente della Conferenza episcopale degli Stati Uniti, Paul S. Coakley, eletto alla guida dei vescovi nel novembre 2025, che – interpellato da Avvenire – vede la sentenza come un'estensione naturale della dottrina della Chiesa.
Come accoglie la decisione?
Con sollievo. I bambini non commettono alcuna colpa nel nascere negli Stati Uniti, come avevamo scritto in un ricorso depositato a febbraio. Eppure quel decreto li avrebbe resi apolidi. In fondo non era una questione di status legale o di rispetto del Quattordicesimo emendamento, ma di riconoscere o negare l'eguale valore di chi nasce nella nostra comunità, e di proteggere la dignità umana di tutti i figli di Dio.
Con sollievo. I bambini non commettono alcuna colpa nel nascere negli Stati Uniti, come avevamo scritto in un ricorso depositato a febbraio. Eppure quel decreto li avrebbe resi apolidi. In fondo non era una questione di status legale o di rispetto del Quattordicesimo emendamento, ma di riconoscere o negare l'eguale valore di chi nasce nella nostra comunità, e di proteggere la dignità umana di tutti i figli di Dio.
La Casa Bianca parlava di «turismo della nascita» e di una cittadinanza come «dono prezioso» da difendere.
Le nazioni sovrane hanno il diritto di regolare l'immigrazione, ma hanno anche il dovere di proteggere la dignità di ogni persona. Quel provvedimento avrebbe condannato dei bambini a restare senza patria, costretti a scegliere se essere cittadini di seconda classe per sempre o emigrare verso un Paese mai conosciuto. Come cattolici, la nostra fede ci obbliga a protestare contro le leggi che negano la dignità della persona umana e danneggiano bambini innocenti.
Le nazioni sovrane hanno il diritto di regolare l'immigrazione, ma hanno anche il dovere di proteggere la dignità di ogni persona. Quel provvedimento avrebbe condannato dei bambini a restare senza patria, costretti a scegliere se essere cittadini di seconda classe per sempre o emigrare verso un Paese mai conosciuto. Come cattolici, la nostra fede ci obbliga a protestare contro le leggi che negano la dignità della persona umana e danneggiano bambini innocenti.
E sulla politica migratoria dell'amministrazione, più in generale, che cosa può dire?
I migranti spesso fuggono da guerre e persecuzioni cercando una vita migliore per le loro famiglie. È fondamentale trattare il prossimo che soffre non con indifferenza, apatia o pregiudizio, ma con la stessa misericordia del buon samaritano, il cui amore superò la più aspra divisione etnica del suo tempo. Troppo spesso, nel dibattito, i migranti vengono dipinti come un problema, dimenticando quanto generazioni di immigrati abbiano dato a questo Paese.
I migranti spesso fuggono da guerre e persecuzioni cercando una vita migliore per le loro famiglie. È fondamentale trattare il prossimo che soffre non con indifferenza, apatia o pregiudizio, ma con la stessa misericordia del buon samaritano, il cui amore superò la più aspra divisione etnica del suo tempo. Troppo spesso, nel dibattito, i migranti vengono dipinti come un problema, dimenticando quanto generazioni di immigrati abbiano dato a questo Paese.

Come sono i rapporti dei vescovi con il presidente?
Vogliamo costruire un ponte, una relazione, come è emerso dal mio incontro con il presidente all'inizio dell'anno. Vogliamo avere un posto al tavolo, per dialogare e comunicare le nostre preoccupazioni su una vasta gamma di temi. Penso che possiamo lavorare insieme: ci sono molti cattolici nella sua Amministrazione, e costruiremo ponti ovunque sia possibile. Quando ho chiesto al governo i visti per i religiosi o l'accesso ai centri di detenzione per immigrati, del resto, non l'ho fatto solo per i cattolici: era per gli operatori di ogni fede, e per offrire assistenza pastorale a chiunque sia trattenuto.
Vogliamo costruire un ponte, una relazione, come è emerso dal mio incontro con il presidente all'inizio dell'anno. Vogliamo avere un posto al tavolo, per dialogare e comunicare le nostre preoccupazioni su una vasta gamma di temi. Penso che possiamo lavorare insieme: ci sono molti cattolici nella sua Amministrazione, e costruiremo ponti ovunque sia possibile. Quando ho chiesto al governo i visti per i religiosi o l'accesso ai centri di detenzione per immigrati, del resto, non l'ho fatto solo per i cattolici: era per gli operatori di ogni fede, e per offrire assistenza pastorale a chiunque sia trattenuto.
Costruire ponti ha già portato a dei successi?
Certo. La libertà religiosa, ad esempio, resta da anni una nostra priorità: siamo da sempre tra i maggiori sostenitori di un'assistenza sanitaria estesa al maggior numero possibile di persone, ma non accettiamo che i soldi pubblici finanzino l’aborto, e questa Amministrazione lo ha capito.
Certo. La libertà religiosa, ad esempio, resta da anni una nostra priorità: siamo da sempre tra i maggiori sostenitori di un'assistenza sanitaria estesa al maggior numero possibile di persone, ma non accettiamo che i soldi pubblici finanzino l’aborto, e questa Amministrazione lo ha capito.
Quando è diventato presidente della Conferenza episcopale promise di portare «più luce che calore». Vale anche in questo caso?
Troppo spesso, nel discorso pubblico, si cercano i temi controversi per accendere gli animi e polarizzare la gente: sta diventando un modo di comunicare diffuso e un grande ostacolo alla comunicazione vera. Dicendo che speravo di portare più luce che calore intendevo proprio questo: offrire chiarezza e comprensione reciproca, invece di infiammare le passioni e suscitare rancori. Il calore, da solo, non ci porta molto lontano.
Troppo spesso, nel discorso pubblico, si cercano i temi controversi per accendere gli animi e polarizzare la gente: sta diventando un modo di comunicare diffuso e un grande ostacolo alla comunicazione vera. Dicendo che speravo di portare più luce che calore intendevo proprio questo: offrire chiarezza e comprensione reciproca, invece di infiammare le passioni e suscitare rancori. Il calore, da solo, non ci porta molto lontano.
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