Il branco si forma dove si spezza il legame
con la comunità adulta

di Angelo Palmieri
Servono scuola, famiglie, servizi, sport, cultura e ascolto psicologico, Le forme di devianza minorile crescono quando il tessuto relazionale si svuota e il bisogno di riconoscimento trova rifugio nella sopraffazione
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June 30, 2026
Il branco si forma dove si spezza il legame
con la comunità adulta
/Ansa
Le cosiddette baby gang non nascono nel vuoto. Sarebbe comodo leggerle come una patologia minorile da consegnare alla cronaca nera o alla sola risposta securitaria. Ma sarebbe anche un modo troppo rapido per assolvere il mondo adulto. Queste aggregazioni informali, fragili e intermittenti, sono il sintomo di una frattura più profonda: il venir meno di luoghi credibili di riconoscimento, appartenenza e limite.
Non siamo quasi mai davanti a organizzazioni strutturate. Siamo di fronte a branchi mobili, alleanze emotive, forme rovesciate di protezione. Offrono ciò che molte agenzie educative non riescono più a garantire: identità, adrenalina, visibilità, senso di forza. Non educano, arruolano. Non accompagnano, inglobano. Seducono chi cresce sentendosi fuori campo, escluso da ogni promessa.
In questo scenario la trap non va liquidata con disprezzo moralistico. In alcune sue forme veicola misoginia, culto del denaro facile, fascinazione per la violenza e immaginari criminali. Ma spesso è anche un referto: una lingua deformata che racconta periferie reali e simboliche, rabbia sociale, bisogno di riscatto e desiderio di essere visti. Diventa collante perché offre parole a chi non ha trovato voce altrove. Qui torna utile Bandura: la violenza non si apprende solo per esperienza diretta, ma per osservazione, imitazione, ricompensa simbolica. Se un gesto aggressivo ottiene status, like e paura, si fa modello praticabile, repertorio di condotta, scorciatoia di prestigio.
Qui prende forma un ecosistema del rancore: un ambiente sociale, digitale e affettivo in cui l’umiliazione diventa identità, la collera diventa appartenenza, la sopraffazione diventa linguaggio. Non basta dire che alcuni ragazzi sbagliano. Bisogna chiedersi chi li abbia visti prima che cercassero attenzione nel danno, chi li abbia accompagnati prima che il branco offrisse loro una famiglia sostitutiva. Nessuna lettura sociale può diventare assoluzione. Chi ferisce, rapina, umilia, aggredisce deve essere fermato. La legalità è la condizione minima della convivenza. Tuttavia, la sola repressione arriva quasi sempre quando il danno è già accaduto. È necessaria, ma insufficiente. Il punto è anticipare: intercettare il disagio prima che diventi sfida, la solitudine prima che si trasformi in odio, il vuoto prima che venga riempito da una mitologia della forza.
Per questo la risposta non può fermarsi a telecamere, pattuglie, divieti, Daspo urbani. Servono, talvolta, ma intervengono quando la frattura è già esplosa. Occorre costruire un’infrastruttura educativa stabile: scuola, famiglie, servizi sociali, parrocchie, sport, cultura e presìdi di ascolto psicologico. Le forme di devianza minorile crescono dove il tessuto relazionale si svuota e il bisogno di riconoscimento trova rifugio nella sopraffazione.
Il vero nodo, allora, non è soltanto che cosa ascoltano i ragazzi, ma quali parole consegniamo loro. Non solo quali compagnie frequentano, ma quali spazi educativi trovano aperti. Non solo quanta devianza producono, ma quanta promessa abbiamo smesso di riconoscere nei loro volti. I gruppi devianti minorili non sono solo una minaccia all’ordine pubblico: rivelano una comunità che ha smarrito parte della propria funzione generativa. Dove mancano adulti credibili, istituzioni porose, quartieri capaci di riconoscere, la banda diventa rifugio identitario. La sfida è sottrarre gli adolescenti al copione del colpevole: chiamarli per nome prima che lo faccia la strada.

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