Ridare voce agli elettori, prima che sia tardi
Prima del voto serve trovare un'intesa che restituisca agli elettori la scelta dei parlamentari

Nel 1953 Alcide De Gasperi varò una legge che attribuiva un robusto premio di maggioranza a quel partito che avesse ottenuto, di suo, la maggioranza assoluta dei voti validi. La norma non dovette superare alcun vaglio di costituzionalità, in quanto la Consulta non era ancora operativa. Tuttavia, sfuggito l’obiettivo alla Dc per una manciata di voti (riportò il 49,8%) essa non fu più riproposta, di fatto bocciata, dal verdetto popolare che le fu affibbiato, di “legge truffa”. Sta prendendo corpo ai giorni nostri, invece, una norma che vorrebbe conferire alla minoranza più forte, che superi in entrambe le Camere il 42% dei voti espressi, un premio di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato così da poter godere di un’ampia fiducia. In pratica, in nome della stabilità, si vorrebbe di fatto dirottare, con legge ordinaria, la centralità della nostra democrazia parlamentare dalle Camere al potere esecutivo, dando pieni poteri a una coalizione e al suo leader, sorretti dal consenso di circa un elettore su quattro, visti gli attuali livelli di partecipazione al voto.
Si fa leva sulla sentenza della Consulta sull’Italicum del 2017, che – è vero – non bocciò la soglia minima che era stata inserita del 40%. Tuttavia proprio quella sentenza dovrebbe consigliare di evitare distorsioni estreme del principio di rappresentanza. In presenza di una contesa fra coalizioni che potrebbe decidersi sul filo, infatti, bisognerà spiegare ai cittadini, prima ancora che ai giudici costituzionali, la ragione per cui si ritiene giusto, fra due coalizioni che beneficiassero in ipotesi di un consenso sostanzialmente paritario, portare il solco che le separa anche oltre il 20% attribuendo un “pegno di minoranza” che sembra incompatibile con il principio del voto “eguale” stabilito dall’articolo 48. A consigliare cautela, dunque, per non essere surrogati dalla Consulta, sono proprio i precedenti verdetti del 2014, sul Porcellum, e poi quello del 2017 con il quale, bocciando il ballottaggio, la Corte ha reso auto-applicativo il suo correttivo (stavolta, infatti, il ballottaggio è stato eliminato dal testo). Ma la soluzione individuata, ora, dei due “listoni-premio” appare davvero abnorme e non meno a rischio di esser cassata: 105 parlamentari fra Camera e Senato sarebbero eletti in blocco, in nome di una coalizione che indica già il candidato premier, trasformando in questo modo il capo dello Stato da arbitro a notaio. Viene introdotta per la prima volta, oltre alla disciplina di partito conseguenza dei listini bloccati, anche una disciplina “di coalizione” per una significativa quota di parlamentari per cui vien da chiedersi che ne è dell’assenza di vincolo di mandato prevista dalle Costituzione che lega il parlamentare solo ai suoi elettori.
Su tutte queste criticità vigila con occhio attento il Quirinale, che attende di conoscere il testo prima di potersi pronunciare. L’eliminazione del ballottaggio, l’innalzamento della soglia dal 40 al 42 per cento sono un segnale che la maggioranza ha dato, ma c’è una raccomandazione, soprattutto, di cui tener conto, e cioè quella di non violare il “Codice di buona condotta in materia elettorale” elaborato dalla Commissione Europea per la democrazia, la cosiddetta “Commissione di Venezia”, che ha già bacchettato l’Italia per i ripetuti cambiamenti della legge elettorale e ha prescritto quanto meno di non intervenire a meno di un anno dal voto. Si tratta anche di dar tempo alla Consulta di intervenire, essendo ormai acclarato che anche un gruppo di cittadini organizzati può adire la Corte sul diritto di voto. Tutto ciò considerato la coalizione di governo si è incamminata su una strada ad alto rischio. Il verdetto della Consulta prima del voto è probabile, e questo punto anche auspicabile, dal momento che in ballo non c’è solo la stabilità di governo della prossima legislatura, ma anche gli equilibri della rappresentanza che decideranno il prossimo capo dello Stato e i giudici di nomina parlamentare nelle istituzioni “terze”, a partire proprio della Consulta.
Giorgia Meloni, da sempre a favore delle preferenze, non può regalare questo argomento al grande guastafeste del progetto, ossia il generale Vannacci. Non è una questione tecnica. Essa ha a che vedere con la caduta verticale della partecipazione, base della democrazia. C’è bisogno, finché si è in tempo, di un sussulto di responsabilità, per dare un segno di “apertura” agli elettori, soprattutto ai più giovani. Il segnale venuto dall’ultimo referendum andrebbe colto, evitando un gioco delle parti in cui entrambi gli schieramenti, ai massimi livelli, appaiono tentati da un meccanismo in cui chi vince prende tutto. Senza un’intesa super partes per ridare voce agli elettori, attraverso le preferenze o i collegi uninominali, ci si limiterebbe a far finta, ognuno a modo suo, per poi affidare al voto segreto il compito di bocciare gli emendamenti che a parole ora si dice appoggiare. Il gioco è ormai scoperto, e gli elettori sono più attenti di quel che si pensa.
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