Alla maturità tracce ideologiche? Più fiducia nei nostri studenti
Di destra? Di sinistra? La vera domanda è se un tema offre ai ragazzi l’occasione di ragionare

Dopo la pubblicazione delle tracce della prima prova dell’Esame di Maturità, si apre puntualmente il dibattito che porta con sé qualche polemica. Quest’anno, accanto ai commenti sugli autori scelti e sulle difficoltà dei testi, ne è emersa una di natura politica: alcune tracce sarebbero state troppo sbilanciate verso una determinata visione culturale o ideologica. Al di là delle valutazioni sul merito delle scelte ministeriali, la questione a mio avviso più interessante riguarda il modo in cui noi adulti guardiamo ai giovani. Davvero pensiamo che uno studente di diciotto o diciannove anni sia una sorta di recipiente vuoto, pronto ad assorbire passivamente qualsiasi idea gli venga proposta in una traccia d’esame? Crediamo che bastino un brano, un autore o una citazione per orientarne il pensiero? Chi vive la scuola ogni giorno sa che non è così!
Gli studenti, per la maggior parte, arrivano agli esami dopo anni di confronti, letture, discussioni, esperienze personali, relazioni educative. Hanno idee, convinzioni, dubbi, sensibilità diverse. Alcuni sono più conservatori, altri più progressisti; alcuni hanno posizioni nette, altri sono ancora alla ricerca di una propria sintesi. Possiedono strumenti per interrogare la realtà e per confrontarsi criticamente con ciò che leggono. Una traccia non è un ordine da eseguire, bensì una proposta di riflessione, così come un autore non è un maestro da seguire ciecamente, semmai una voce con cui confrontarsi. Chi affronta una delle tipologie proposte non misura l’adesione a una tesi, ma la capacità di comprenderla, analizzarla, argomentarla e, se necessario, contestarla. Dovremmo avere più fiducia nei nostri studenti; li invitiamo continuamente a sviluppare il pensiero critico, a non fermarsi alle apparenze, a verificare le fonti, a costruire giudizi autonomi, poi, però, quando si trovano davanti a un testo che non coincide con le nostre convinzioni, sembra quasi che temiamo che possano esserne influenzati senza alcuna capacità di discernimento. La scuola italiana, pur con tutti i suoi limiti, continua a essere uno dei pochi luoghi in cui ragazzi provenienti da storie, culture e sensibilità differenti possono incontrarsi e confrontarsi senza risposte preconfezionate e con libertà di pensiero. Per questo motivo, la domanda da porci non dovrebbe essere se una traccia sia “di destra” o “di sinistra”, ma se offra agli studenti l’occasione di ragionare, argomentare e prendere posizione in modo personale e consapevole.
Chi ogni giorno entra in una classe sa che i giovani sono molto meno manipolabili di quanto spesso si creda. Hanno antenne finissime per riconoscere la propaganda, sanno smascherare incoerenze, pongono domande scomode e non accettano facilmente verità confezionate. Ora che è giunto il tempo delle prove orali, quanta fiducia e ascolto vero siamo disposti ad accordare ai maturandi? Quando raccontano il percorso compiuto, collegano saperi ed esperienze, rispondono alle domande, esprimono opinioni e interpretano il mondo che li circonda, mostrano di essere capaci di pensare con la propria testa. Ascoltarli davvero significa riconoscere il valore del cammino educativo compiuto, non misurare quanto abbiano saputo ripetere, bensì quanto abbiano imparato a comprendere, valutare e scegliere. Per questo, più che proteggerli a priori dalle idee che li raggiungeranno ugualmente, dovremmo continuare a credere nella loro intelligenza, nella loro libertà e nella capacità di discernimento. Il sistema scolastico prevede di dare loro i crediti come una sorta di punteggio da sommare, non sarebbe decisamente meglio dare loro “credito” in forma di fiducia?
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