Henri Fesquet, il cronista che seppe andare al cuore del Concilio e lo narrò al mondo
Il Vaticano II fu il primo grande evento ecclesiale avvenuto sotto lo sguardo dei mass media. L’inviato di “Le Monde” capì che in gioco non erano singole formule dottrinali, ma il modo con cui la Chiesa voleva abitare la storia e vivere il Vangelo

Prosegue il ciclo dedicato ai “volti del Concilio”, storie di uomini e di donne che durante il Vaticano II aprirono la via alla «vera riforma» della Chiesa. O seppero esserne testimoni credibili.
Per arrotondare lo stipendio di giornalista, nel 1946 Henri Fesquet aprì addirittura una scuola guida a Parigi. Forse fu proprio lì che imparò la regola più importante del mestiere: capire quando accelerare e quando frenare. Sedici anni più tardi, inviato di Le Monde al Concilio Vaticano II, si accorse che lo stesso problema agitava anche la Chiesa cattolica. Alcuni padri conciliari volevano premere sull’acceleratore del rinnovamento; altri procedevano con il freno a mano tirato. Fesquet comprese subito che quella non era una disputa per specialisti. Era un cambio di direzione.
Ogni mattina usciva dall’albergo con un taccuino in tasca e rientrava la sera con il Vaticano in testa. Non era un vescovo. Non era un teologo. Non aveva diritto di parola nell’aula di San Pietro. Eppure Henri Fesquet finì per conoscere il Concilio meglio di molti padri conciliari. Per quattro anni raccontò ai lettori di Le Monde quello che stava accadendo dietro le solenni formule latine.
La sua fortuna professionale fu quella di trovarsi nel posto giusto al momento giusto. Ma il talento consistette nel comprendere che dietro le dispute sulle commissioni, gli schemi preparatori e gli emendamenti si stava giocando una questione molto più profonda. Non era in discussione soltanto qualche formula teologica. Si confrontavano due modi di abitare la storia. Da una parte una Chiesa che per oltre un secolo aveva spesso privilegiato il linguaggio della difesa e della contrapposizione. Dall’altra una Chiesa che, senza rinnegare la propria identità, cercava nuove parole per incontrare la modernità.
Fesquet seppe tradurre questa tensione in un linguaggio accessibile. I suoi articoli non erano semplici resoconti: erano vere e proprie cronache di un cantiere spirituale. Per questo venivano letti non soltanto a Parigi. Molti vescovi li cercavano con curiosità. Naturalmente la cosa non piacque a tutti. In un’epoca nella quale la comunicazione ecclesiastica era ancora fortemente controllata, Fesquet rappresentava una novità quasi sconcertante. Descriveva le alleanze, registrava le tensioni, raccontava gli umori dell’aula. Oggi siamo abituati a conclavi e sinodi seguiti in diretta streaming, interviste quotidiane e indiscrezioni che viaggiano sui social network. Allora era un’altra epoca. Il Vaticano II fu il primo grande evento ecclesiale globale vissuto sotto i riflettori della stampa internazionale. Non nell’aula di San Pietro, ma nei caffè di Borgo Pio.
La sua penna era acuta ma raramente aggressiva. Critica, ma non ideologica. Guardava con simpatia al rinnovamento conciliare, senza però trasformarlo in una rivoluzione da celebrare acriticamente. Molti cronisti cercavano vincitori e vinti. Lui vedeva soprattutto un metodo. Comprendeva che il fatto più sorprendente non consisteva nell’approvazione di un singolo testo, ma nell’esercizio di un ascolto reciproco che coinvolgeva vescovi provenienti da continenti, culture e sensibilità diversissime. Per un osservatore laico francese, cresciuto nella patria della Rivoluzione e della laicità repubblicana, non era poca cosa vedere la Chiesa cattolica discutere pubblicamente di libertà religiosa, dialogo ecumenico, collegialità episcopale, rapporto con il popolo ebraico, presenza dei cristiani nel mondo contemporaneo.
Ora, a distanza di decenni, i suoi articoli conservano freschezza. Non si limitano a documentare ciò che avvenne. Restituiscono il clima di una stagione nella quale sembrava possibile coniugare fedeltà e cambiamento, tradizione e riforma, identità e dialogo.
Dopo la conclusione dell’assise, Fesquet continuò a interrogarsi sul destino dell’eredità conciliare. Lo fece in pamphlet del 1966 intitolato: Rome s’est-elle convertie? Roma si è convertita? Il titolo poteva sembrare provocatorio. Il Concilio aveva cambiato davvero il volto della Chiesa oppure soltanto le forme esteriori? Così rispondeva nelle conclusioni: «Ora è necessario passare all’azione e non accontentarsi della diagnosi. La chiesa si trova di fronte a un bivio, i migliori testi del concilio non serviranno a nulla se non diverranno carte d’azione. Resta da fare uno sforzo enorme. Si può tuttavia sperare nello spirito di decisione che anima l’élite cristiana. Non mancano uomini di valore che hanno messo la loro vita a disposizione della chiesa, cominciando dal papa attuale, la cui energia e chiaroveggenza non possono essere messe in dubbio».
Henri Fesquet non fu un padre conciliare. Non firmò costituzioni, decreti o dichiarazioni. Non prese la parola davanti ai duemila vescovi riuniti sotto la cupola michelangiolesca. Si limitò al racconto giorno per giorno. Ma raccontare bene un evento significa spesso contribuire alla sua storia. Perché gli avvenimenti passano; la memoria, invece, resta affidata a chi sa trovare le parole giuste.
Tra il fruscio delle talari, il latino degli interventi e le votazioni che scandivano le giornate conciliari, Fesquet comprese che stava accadendo qualcosa di molto più grande di una riforma ecclesiastica. Stava nascendo una Chiesa meno preoccupata di alzare muri e più disponibile ad aprire finestre. E fu tra i primi ad accorgersene. Non dall’interno dell’aula di San Pietro, ma al tavolo dei caffè di Borgo Pio. Talvolta il posto migliore per capire la storia è proprio stare nei pressi; ma un poco a distanza. Ogni grande avvenimento ha bisogno di un volto, di uno sguardo e di una voce. Il Vaticano II ebbe il sorriso mite di Bettazzi, gli schizzi rubati da Scorzelli e la penna limpida di Henri Fesquet.
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