San Francesco e l'IA: il gesto di Damietta otto secoli dopo
Il Santo che varcò le linee nemiche per presentarsi
al cospetto del Sultano oggi ci guida verso l’algoritmo con una domanda:
non «cosa puoi fare?», ma «con chi sei in relazione?»

C’ è un episodio nella vita di Francesco d’Assisi che i libri di devozione tendono a narrare come gesto mistico, e che può invece essere letto come l’atto fondativo di una postura intellettuale destinata a durare secoli. Tra l’agosto e il settembre del 1219, mentre la Quinta Crociata imperversava sulle rive del Nilo, Francesco attraversò le linee nemiche e si presentò al cospetto del sultano al-Malik al-Kamil. Non portava armi, e neppure argomenti teologici confezionati per vincere una disputa. Portava, secondo le fonti, soltanto la sua presenza e la disponibilità a un dialogo che i cannoni di entrambi gli eserciti rendevano indicibile. Che cosa si dissero i due non lo sapremo mai. Ma il gesto di traversare la linea del fronte – di scegliere l’incontro dove tutti si aspettavano lo scontro – dice qualcosa di più di quanto qualunque cronaca possa trasmettere: dice che il mondo intero, anche il mondo dell’altro, è territorio da abitare, non da temere. Questa disposizione al mondo è ciò che distingue Francesco all’interno del panorama intellettuale e spirituale del suo tempo. Il Medioevo dominante aveva ereditato dalla tradizione neoplatonica una certa diffidenza verso la materia: il mondo sensibile era scala o inganno, proiezione di un disegno superiore che esigeva di essere attraversato con distacco. Francesco inverte questa grammatica. Nel Cantico delle Creature , composto tra il 1224 e il 1226 mentre la cecità lo privava della luce che più aveva amato, egli non loda Dio sopra la creazione ma attraverso di essa, con un pronome che ancora oggi sorprende i filologi: “ per” frate Sole, “ per” sora Luna. La creazione non è più una scala gerarchica di sudditi convocati all’obbedienza cosmica, come nel Salmo 148; è una fraternità orizzontale, una rete di relazioni in cui il sole e il vento, l’acqua e la terra sono interlocutori, portatori di un volto. Francesco compie, con le parole semplici di un cantico in volgare umbro, una silenziosa rivoluzione semantica: il creato non è oggetto da trascendere ma soggetto con cui stare.
Sarebbe superficiale fermarsi qui e concludere che Francesco ci parla oggi soltanto come precursore dell’ecologia. La Laudato si’ di papa Francesco e la recente Laudate Deum ne hanno giustamente riconosciuto il magistero ambientale; ma la portata del messaggio francescano va oltre l’urgenza climatica e tocca qualcosa di più profondo: il modo in cui una civiltà costruisce la propria relazione con il reale. E in questo senso Francesco d’Assisi è all’origine di una tradizione intellettuale che ha prodotto la scienza moderna, e dunque anche la tecnologia digitale che oggi interroghiamo. Il nesso non è immediato, ma è storicamente fondato. L’ordine che Francesco fondò divenne, nel giro di pochi decenni, il luogo dove l’Europa pensava il metodo con cui conoscere il mondo. Bonaventura da Bagnoregio elaborò la teologia della luce come struttura dell’essere; Duns Scoto introdusse la distinzione formale che avrebbe nutrito la logica del particolare; Guglielmo di Ockham dissolse i ponti tra ragione e fede, aprendo alla natura la sua autonomia. Ma è Ruggero Bacone, il “Doctor Mirabilis” dell’Università di Oxford, a tracciare il filo più diretto verso la modernità scientifica. Bacone, frate francescano del XIII secolo, scriveva nell’ Opus Maius che il ragionamento conduce alle conclusioni e ci costringe ad ammetterle, ma non è in grado di darci certezze né di allontanare il dubbio: soltanto l’esperienza può acquietare la mente nell’intuizione della verità. Era, in embrione, la formulazione del metodo empirico; era, in radice francescana, la conseguenza diretta del gesto di Francesco: se il mondo è fratello, il mondo merita di essere ascoltato, osservato, toccato.
Non è casuale che questa tradizione sia fiorita nell’ordine di chi aveva scelto la minoritas , la piccola postura di chi non domina ma accompagna. La scientia experimentalis di Bacone non è il progetto prometeico di chi conquista la natura, ma il progetto relazionale di chi vuole comprenderla. Nell’anticipo che la scuola francescana di Oxford opera rispetto alla rivoluzione scientifica del XVII secolo, c’è l’impronta di una spiritualità che aveva insegnato a guardare il mondo come un testo da leggere, non come una materia prima da lavorare. Il “libro della natura” – metafora che i francescani contribuirono decisamente a popolarizzare – è un libro in cui si entra da lettori, non da proprietari. Questo è il punto in cui Francesco d’Assisi parla più potentemente al paradigma tecnologico contemporaneo, e in particolare all’Intelligenza artificiale. Noi abbiamo ereditato la tradizione empirica che la scuola francescana contribuì a fondare: i sistemi di apprendimento automatico che inducono dai dati, che costruiscono modelli del mondo a partire dall’osservazione massiva, incarnano, in forma computazionale, il sogno di Bacone. Ma abbiamo rischiato di separare il metodo dal gesto originario che lo generava. Francesco non guardava il creato per estrarne utilità; lo guardava per entrare in relazione. La differenza non è metodologica: è etica.
Il paradigma tecnologico dominante pone la domanda: che cosa puoi fare? Misura il valore di un sistema artificiale dalla sua capacità di produrre, ottimizzare, prevedere. Francesco pone una domanda diversa: con chi sei in relazione? Non chiede alla tecnologia di essere meno capace, ma di essere più responsabile; non chiede di rinunciare all’esperienza empirica, ma di riconoscere che ogni esperienza avviene sempre con qualcuno. L’Intelligenza artificiale che processa dati su esseri umani li tratta come “sora acqua” – come una realtà che parla e chiede cura – oppure come materia prima ottimizzabile? Li avvicina come interlocutori o li gestisce come risorse? Questi non sono interrogativi naif. Sono la traduzione contemporanea di una distinzione filosofica che Francesco operò con il corpo prima ancora che con la mente, attraversando le linee di fronte a Damietta. Il Poverello di Assisi che incontrò il Sultano non stava negoziando un accordo di pace; stava testimoniando che il confine tra noi e l’altro non è un ostacolo ma una soglia, e che le soglie sono fatte per essere attraversate con cura, con attenzione, con quella forma di rispetto che lui chiamava fraternità. Otto secoli dopo, nell’era dei sistemi artificiali che tracciano profili, classificano individui e ottimizzano comportamenti, quella stessa domanda rimane inevasa: stiamo attraversando le soglie o stiamo soltanto erigendo muri più intelligenti? Francesco non ci dà risposte tecniche. Ci lascia in eredità una postura: quella di chi considera il mondo abbastanza reale e abbastanza prezioso da meritare non solo di essere conosciuto, ma di essere incontrato. Per un francescano del XXI secolo che lavora sull’etica dell’intelligenza artificiale, questa eredità non è un ornamento spirituale da esibire nelle prefazioni: è il punto da cui ogni discorso deve partire, e a cui ogni risposta tecnica è chiamata a rispondere.
L’Anno Giubilare Francescano, indetto da papa Leone XIV per gli 800 anni dal transito del Santo, è un tempo di grazia che invita tutti a riscoprirne il messaggio di pace, umiltà e fraternità per il mondo contemporaneo. Avvenire vuole contribuire con una serie di articoli domenicali, “San Francesco ci dice che...”, in cui voci credenti e laiche offrono il loro sguardo personale sulla figura del Poverello di Assisi.
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