La pace figlia di mercato e democrazia? Una promessa tradita
Per anni il mondo occidentale ha creduto che l’avvenire sarebbe stato sempre e solo migliore. La globalizzazione ha frantumato il sogno e nel vuoto che si è generato la guerra è tornata a essere possibile

Nel 1989 Francis Fukuyama scrisse che l’umanità aveva raggiunto, nella combinazione di economia di mercato e democrazia liberale, il punto d’arrivo della propria evoluzione politica: la «fine della storia». Da quel momento in poi, mercato, democrazia e pace sarebbero stati un pacchetto indivisibile. Dove arrivava il primo, le altre due lo avrebbero seguito, quasi per legge di natura. Il commercio avrebbe reso le guerre troppo costose per essere razionali. La democrazia si sarebbe diffusa per contagio, seguendo il benessere. E una sicurezza collettiva garantita da un ordine multilaterale a guida occidentale sarebbe stata la cornice stabile dentro cui tutto questo poteva accadere. Oggi, a oltre trent’anni di distanza, quella promessa appare in frantumi: eserciti che si riarmano, frontiere che tornano contendibili, un’economia della sicurezza che prospera proprio perché la pace non si materializza. Per capire come ci siamo arrivati, occorre tornare a quella promessa e chiedersi perché non ha retto.
Per un decennio, la promessa sembrò mantenersi. Gli anni Novanta furono, per usare le parole dell’economista Philip Pilkington nel suo The Collapse of Global Liberalism and the Emergence of the Post-Liberal World Order (2025), «l’apice del progetto liberale»: un periodo in cui l’ideologia liberale, avendo penetrato la società in profondità ma non ancora del tutto, dava l’illusione della stabilità. La cosiddetta New Economy nasceva dal declino della manifattura occidentale e dalla crescita dei servizi finanziari e professionali, e veniva raccontata come la prova che il progresso tecnologico e quello morale procedessero ormai insieme, in una spirale ascendente senza limiti. Computer, email, mercati finanziari sempre più integrati: tutto sembrava confermare che la storia avesse davvero trovato la sua direzione definitiva.
Ma quella promessa era strutturalmente fragile, e lo era per almeno due ragioni. La prima riguarda l’economia reale, che la narrazione ottimista preferiva ignorare. Già nel 1987 il premio Nobel Robert Solow osservava che si vedeva l’era del computer ovunque tranne che nelle statistiche sulla produttività: il cosiddetto «paradosso della produttività». Negli stessi anni, gli Stati Uniti passavano da un surplus commerciale a un deficit che sarebbe poi esploso nei decenni successivi a livelli che, secondo gli stessi manuali di economia internazionale, nessuno avrebbe giudicato sostenibili. Il racconto della New Economy, scrive Pilkington, era «un sogno liberale confuso», in cui i pensatori dell’epoca, accecati dalla propria ideologia, ignoravano i principi macroeconomici di base pur di confermare la propria fede nel progresso (Pilkington, 2025).
La seconda ragione è più profonda, e riguarda la natura stessa del progetto liberale globale. Quel progetto presupponeva che le proprie idee, una volta diffuse, sarebbero state accolte ovunque allo stesso modo in cui erano state accolte in Occidente. Altre società, in realtà, hanno preso ciò che del pacchetto liberale conveniva loro, a cominciare dal libero commercio, senza sottoscriverne il resto. Quando questa realtà ha cominciato a farsi evidente, la reazione delle élite liberali non è stata l’autocorrezione, ma qualcosa di più inquietante: secondo Pilkington, «un collasso nella paranoia rivolta verso l’interno», accompagnato da un crescente isolamento delle élite liberali rispetto alle proprie società (Pilkington, 2025). Il dibattito sull’immigrazione in Europa, in cui ampie fasce della popolazione si sono trovate etichettate come moralmente arretrate per il solo fatto di esprimere preoccupazioni che le élite consideravano superate dalla storia, è un esempio di questa frattura. È una lettura parziale, e andrà presa con la cautela che merita un’opera dichiaratamente “post-liberale”. Ma il punto diagnostico che ne emerge resta utile: una promessa universale che si scopre non condivisa universalmente, e che invece di rivedersi si richiude su sé stessa, prepara il terreno alla propria rovina più di quanto la prepari qualsiasi nemico esterno.
C’è poi una dimensione che le analisi economiche da sole non colgono fino in fondo: quella psicologica. Lo storico Manlio Graziano, nel suo Come si va in guerra (2026), ricorda come la fiducia nel futuro non sia un dato costante, ma vari con il ciclo storico. Durante i “trent’anni gloriosi” del dopoguerra, la convinzione diffusa, e per molti versi giustificata, era che si stesse andando verso un avvenire migliore. La globalizzazione, paradossalmente, ha rovesciato questo clima: proprio nel periodo in cui le condizioni materiali dell’umanità miglioravano come mai prima, si è diffusa una nuova sensazione di incertezza e ansia per il futuro (Graziano, 2026). La crisi del 2008 ha trasformato quel presentimento in certezza. E un decennio di crisi successive, dalla Grecia alla Siria, dalle ondate migratorie alla pandemia, fino alle due invasioni russe dell’Ucraina, ha fatto il resto.
È in questo clima che diventano pensabili cose che fino a poco tempo prima non lo erano. Per tutta la fase dell’egemonia americana, l’intangibilità delle frontiere è stata, scrive Graziano, “il tabù dei tabù”: a parte violazioni sporadiche, i confini stabiliti alla fine della Seconda guerra mondiale erano rimasti sostanzialmente intoccati. Dal 2014 quel tabù ha cominciato a incrinarsi, e con l’amministrazione Trump si è apertamente infranto, fino a includere rivendicazioni su Canada, Groenlandia e Panama (Graziano, 2026). Non importa se queste rivendicazioni si traducano mai in azioni concrete. Ciò che conta è che siano diventate dicibili, pronunciabili, parte del repertorio normale del discorso politico. Ed è in questo spazio — dove la guerra torna a essere un’opzione discutibile e non più un tabù — che un ordine economico costruito sull’attesa di nuove emergenze trova il proprio terreno più fertile.
L’ordine che teneva insieme sicurezza collettiva e democrazia, dunque, non si è sgretolato per un evento improvviso. Si è sgretolato per l’accumularsi di tre fattori: una promessa che prometteva troppo, un racconto economico che non corrispondeva ai fatti, e un’élite che, messa di fronte al proprio fallimento, ha scelto la chiusura anziché la revisione. Il risultato è un vuoto in cui la guerra è tornata a essere pensabile — non come destino, ma come scelta possibile, di nuovo discutibile, di nuovo praticabile. Su questo punto può aiutarci un riferimento più antico. Hannah Arendt, ne Le origini del totalitarismo (1951), osservava che quando la guerra, l’inflazione e la disoccupazione dissolvono i legami sociali tradizionali, gli individui isolati e privati di appartenenza diventano “facile preda” di movimenti che si presentano come depositari di verità eterne, capaci di spiegare ogni cosa a partire da un’unica premessa (Arendt, 1951). Non è difficile riconoscere, in questa descrizione, qualcosa della condizione attuale: un ordine che si sgretola lascia dietro di sé non solo un vuoto istituzionale, ma anche persone che hanno smesso di credere alle promesse di ieri e sono pronte ad ascoltarne di nuove. Un vuoto del genere, nella storia, raramente resta tale. Prima o poi qualcuno lo riempie, e di solito lo fa con un progetto che ha radici più antiche di quanto sembri.
(6 - continua)
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