Contano poco, sono spesso vittime delle ingiustizie sociali: perché i giovani non si ribellano?
Le nuove generazioni avrebbero tanti motivi per avviare un moto di cambiamento. Invece non riescono ad andare oltre proteste isolate. Il Forum Disuguaglianze ragiona sui perché

Baby gang composte da minorenni che aggrediscono e minacciano coetanei e sconosciuti in contesti urbani; piccole manciate di giovani che in manifestazioni pacifiche seminano violenza o altri che lo fanno a scuola o in famiglia. In parallelo, giovani lontani dai partiti e che non vedono le proprie rivendicazioni sociali e ambientali tradursi in cambiamenti radicali, come fu per esempio nel ‘68. Tutti questi fenomeni – oltre a riguardare le nuove generazioni – hanno in comune che, quando entrano nelle cronache, spesso sono accompagnati da spiegazioni stereotipate. È da questi spunti che parte la riflessione di Forum Disuguaglianze e Diversità per andare più in profondità dei singoli eventi, partendo dalla domanda: perché la sensibilità, le perturbazioni e le ingiustizie sociali e ambientali vissute dalle nuove generazioni non stanno attivando un moto duraturo di cambiamento? Delle risposte il Forum prova a ipotizzarle nel saggio “Opportunità e ostacoli di un moto giovanile. La partecipazione delle nuove generazioni come questione democratica”, presentato a Roma alla biblioteca della Fondazione Basso, in presenza degli autori Fabrizio Barca e Caterina Manicardi, rispettivamente co-coordinatore e ricercatrice del Forum.
Il testo – realizzato nell’ambito del progetto “A prova di futuro! Giovani e protagonismo” con il sostegno di Fondazione Compagnia di San Paolo – si presta a diventare uno strumento (scaricabile gratuitamente) per inquadrare il tema della partecipazione delle fasce generazionali che vanno dall’adolescenza ai 34 anni come una questione di democrazia generale, avvalendosi anche del confronto con la fase storica degli anni ’60, quando perturbazioni, altrettanto profonde ancorché assai diverse, delle nuove generazioni concorsero in modo significativo alla trasformazione sociale dell’Italia. Il saggio si concentra su due focus: da una parte una panoramica di queste perturbazioni attuali, dall’altra una lettura dei flussi migratori giovanili e di ciò che li motiva.
A supportare l’analisi di Barca e Manicardi, fonti che vanno da Eurobarometro a un Rapporto Cnel, fino a molti altri studi di istituti di ricerca e a dati originali raccolti tra il 2023 e il 2026 dal Forum con l’indagine su tremila 17-19enni in 21 scuole italiane, oltre a informazioni qualitative accumulate dialogando per nove mesi con organizzazioni giovanili. «Con questo saggio mostriamo che il problema non sono le perturbazioni delle nuove generazioni ma gli ostacoli che impediscono a esse di tradursi in un moto collettivo di trasformazione sociale», raccontano i due autori. Tra questi, vengono individuati: il senso comune privo di speranza nel cambiamento e fiducia nel pubblico e nelle organizzazioni dopo mezzo secolo di cultura neoliberista; l’incertezza delle prospettive economiche, che ha ridotto i margini di contrattazione e peggiorato le condizioni materiali, rendendo più rischioso ogni impegno politico; movimenti, organizzazioni di cittadinanza o del lavoro e partiti spesso impermeabili alla voce dei giovani; politiche di istruzione, lavoro, cura e dell’abitare incapaci di rispondere alle loro aspirazioni o volte a intimidire l’impegno politico.
A tutto questo, si aggiunge la riduzione del loro peso quantitativo: la fascia 15-25 anni è passata infatti dal 15,7% della popolazione degli anni ’60 al 10,8% di oggi. La perdita di 58mila laureati tra i 25 e i 34 anni, che hanno lasciato l’Italia tra il 2019 e il 2023 (compensata però da 68mila migranti giovani entrati nello stesso periodo), unita al fatto che oltre un terzo di 11-19enni, sia di origine italiana che straniera, dichiara all’Istat che vorrebbe andare all’estero, sono, secondo l’analisi, sintomo dell’incapacità dell’Italia di offrire condizioni adeguate alla realizzazione personale.
«Dobbiamo lavorare per rimuovere gli ostacoli – concludono gli autori, auspicando che il loro testo possa concorrere allo scopo –. Servono un’apertura potente delle organizzazioni, delle associazioni della cittadinanza attiva e del lavoro, dei movimenti e dei partiti, al “disturbo” che viene da quelle nuove consapevolezze e preoccupazioni; un salto nella contesa del senso comune, con una chiamata convincente al ruolo di cultura, arti e nuovi media nell’alimentare la fiducia che un’alternativa è possibile e che mobilitarsi cambia le cose; una strategia di proposte concrete che non rimedi a valle con nuovi sussidi o esenzioni temporanee, ma tocchi tutti i campi (scuola, università, lavoro, cura, casa, spazi pubblici e cittadinanza) recependo la domanda di un migliore e più giusto modo di vita».
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