Lo stop ai social per i minori divide già Francia e Australia: ecco cosa sta succedendo

Il Consiglio nazionale di Parigi oggi ha ritenuto la misura una "limitazione sproporzionata". Macron ha già incaricato il governo di scrivere un nuovo testo. In Australia invece l'esecutivo accusa le "big tech" di ostacolare i divieti
Google preferred source
August 14, 2026
Lo stop ai social per i minori divide già Francia e Australia: ecco cosa sta succedendo
Una quindicenne con un cellulare in mano a Sidney, in Australia / Reuters
Le leggi che vietano l'accesso ai social network ai minori hanno subito due battute d'arresto. In Australia, il Paese che per primo a dicembre ha approvato il bando dei profili ai minori di sedici anni, ieri le big tech sono state accusate in Senato di ostacolare l'applicazione della legge. Meta si è difesa dichiarando di aver chiuso 756mila account sospettati di appartenere ad australiani under-16 in sei mesi, ma le autorità australiane hanno proposto comunque di raddoppiare le sanzioni massime alle aziende, portandole a 64 milioni di dollari. In Francia invece, dove si osserva con attenzione l'esperimento australiano, oggi il Consiglio costituzionale ha bocciato il divieto di utilizzo dei social network per i minori di 15 anni, ritenendo che la misura costituisca una «limitazione sproporzionata» della loro libertà di espressione. Il presidente della Repubblica Emmanuel Macron ha incaricato subito il primo ministro Sébastien Lecornu «di lavorare, nel più breve tempo possibile, a una nuova formulazione giuridicamente solida». L'obiettivo è far sì che la riforma entri in vigore entro la primavera del 2027, quando si terranno le prossime elezioni nel Paese.

Il caso francese: cosa hanno deciso i giudici

I dubbi sollevati dai giudici francesi hanno a che fare con l'articolo 1 della legge, che secondo i magistrati impone un divieto troppo generalizzato. «Vietando ai minori di quindici anni l'accesso a determinati servizi online, la legge impone intrinsecamente a ogni persona, anche adulta, di dimostrare la propria età prima di accedervi», hanno spiegato i giudici nella sentenza. «Tuttavia - continuano i magistrati -, non specificando le condizioni e i limiti entro cui tale prova deve essere fornita, il legislatore non ha stabilito le garanzie giuridiche necessarie per assicurare il rispetto di tali requisiti». Il provvedimento, che sarebbe entrato in vigore alla ripresa delle lezioni dopo l'estate, non vietava agli under-15 solo i maggiori social network ma anche le più popolari app di messaggistica, come Whatsapp e Messenger. In ogni caso, i magistrati non hanno negato nella sentenza il valore di un intervento in materia, riconoscendo «l'esigenza costituzionale di tutela del superiore interesse del minore». La massima autorità giudiziaria francese non si è pronunciata neppure sul divieto di utilizzo dei telefoni cellulari nelle scuole superiori. Per questo, Macron confida di trovare entro il 2027 un nuovo testo che rispetti la sentenza della Corte: «Su impulso della Francia, più di trenta Paesi nel mondo si stanno orientando verso il divieto dei social network per i minori - commenta l'Eliseo -. L'obiettivo rimane invariato: tutelare il superiore interesse e la salute dei nostri figli».

Il braccio di ferro tra big tech e Governo in Australia

I toni dello scontro in Australia sono più duri. Ieri i vertici di Google, Meta, Snapchat e TikTok sono intervenuti in Senato per contestare i numeri presentati dal Governo, spiegando che dal loro punto di vista il divieto sarebbe già in funzione. La platea dell’Online safety amendment act australiano, secondo alcune stime, si aggira tra gli 1,2 e gli 1,5 milioni di adolescenti. Già a gennaio il governo di Canberra parlava di 4,7 milioni di account rimossi, disattivati o limitati. Da allora gli sforzi sono proseguiti: TikTok ne elimina circa 24mila al mese, Google sostiene di avere impedito nel 2026 a 740mila titolari di account di accedere con i propri profili a Youtube. Ma niente, al momento, sembra impedire del tutto agli under-16 di generare nuovi account e sistemi per aggirare gli ostacoli.
Ieri, in Senato, le big tech hanno chiesto di «non fare eccessivo affidamento su quei dati» (quelli che confermano l’accesso ai social da parte di 4 adolescenti su 5, ndr). I motivi sono diversi. «È una fotografia di un momento specifico, ma siamo ancora in una fase iniziale», ha puntualizzato alla commissione d’inchiesta Rachel Lord, responsabile delle relazioni istituzionali di Youtube, contestando al governo australiano di non aver aggiornato i dati dallo scorso marzo. Secondo la dirigente, le big tech ancora faticano a mettere a punto strumenti tarati sulla soglia dei sedici anni: «I dispositivi che stiamo utilizzando per individuare gli utenti in prossimità del limite dei 16 anni - ammette Lord - sono ancora in evoluzione». Ma non è solo una questione di tecnologie. Sono gli stessi dati forniti dagli utenti spesso a non essere corretti. «Potrebbero non riflettere l’effettivo possesso di un account da parte degli utenti minorenni», ha commentato alla commissione australiana Mia Garlick, responsabile delle politiche pubbliche di Meta per l’Australia. In altre parole, le piattaforme confesserebbero di non essere sempre in grado di stabilire se dietro a un “account adulto” si nasconda un minorenne.
Eppure, le autorità restano ottimiste: «Stiamo assistendo a un cambiamento, ma dobbiamo dare tempo al processo – ha affermato la commissaria Inman Grant –. È quando inizierà l’applicazione effettiva delle norme che i comportamenti cominceranno a cambiare». Al momento, comunque, sarebbero già più di 250mila gli adolescenti australiani che da gennaio hanno smesso del tutto di accedere ai social network.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Google Discover Seguici anche su Google Discover di Avvenire