«L'accordo sul Libano non è una pace tra pari, ma un documento di resa a Israele. Ecco perché»

Per Assem Dandashly, professore associato all'Università di Maastricht, manca il criterio della reciprocità. «Mentre Beirut è tenuta a disarmare Hezbollah, Tel Aviv si limiterà a controllare ma non si ritirerà dalle zone di occupazione. I vantaggi per Netanyahu sono evidenti»
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June 30, 2026
«L'accordo sul Libano non è una pace tra pari, ma un documento di resa a Israele. Ecco perché»
Le bandiere di Israele e Libano, in una rappresentazione al memoriale vicino al confine tra i due Paesi / Reuters
«L’Accordo-quadro firmato a Washington è in sostanza un documento di resa del Libano, ma formulato in un linguaggio diplomatico». È categorico il giudizio di Assem Dandashly, professore associato all'Università di Maastricht e ricercatore in materia di Diritto e Relazioni internazionali, in particolare nei Paesi del Medio Oriente. «Letto con un occhio critico – aggiunge – si capisce subito che non si tratta di una pace tra pari». «È un quadro che cerca di sancire i vantaggi strategici di Israele derivanti dalla guerra del 2024 e di presentarli come un accordo reciproco».
Quali sono, secondo lei, le “insidie” più gravi ivi contenute?
Ne ho contate almeno dieci. L'accordo parla di un “processo reciproco e sequenziale”, ma la sequenza non si basa su alcuna reale reciprocità. Il Libano è tenuto prima a disarmare gli attori non statali – Hezbollah, ma anche tutte le altre formazioni – e a fornire prove documentate di ciò, e solo allora l'esercito israeliano inizierà il ridispiegamento dei suoi militari. Sottolineo “ridispiegamento” e non “ritiro”. Ciò significa che Israele controllerà il ritmo del suo ridispiegamento in un territorio che non aveva il diritto di occupare in principio, mentre il Libano si fa carico da solo dell'onere della prova e dell'attuazione.
Un'altra osservazione che salta agli occhi?
L'introduzione delle cosiddette “zone pilota”, un termine tecnico che in arabo viene reso in maniera più chiara come “zone sperimentali”. Vale a dire che Israele “permette” all'esercito libanese di assumere l'autorità su una determinata area, ma poi lo sottopone a una verifica in materia di disarmo dei gruppi armati. L'estensione a nuove zone diventa subordinata al gradimento israeliano della sua efficacia nelle precedenti, concedendo di fatto a Israele il potere di veto sui tempi del suo ritiro. Questa logica ricorda gli Accordi di Oslo promettevano fasi transitorie, che sono poi diventate realtà permanenti sul terreno.
Molti politici libanesi si sono soffermati sulla clausola che chiude per sempre le porte alla responsabilità legale...
Infatti. Il testo dell'accordo indica che le parti si impegnano a “cessare ogni azione ostile o di opposizione nei fori politici e giuridici internazionali”. Per il Libano, ciò significa di fatto abbandonare qualsiasi procedimento dinanzi alla Corte Internazionale di Giustizia (Cig) o al Consiglio di Sicurezza in merito alle violazioni della sua sovranità. Faccio fatica a pensare che, prima della sua nomina a primo ministro del Libano, Nawaf Salam era a capo della Cig. Si tratta di una concessione estremamente pericolosa: chiude i meccanismi di responsabilità proprio nel momento in cui il diritto internazionale potrebbe meglio tutelare gli interessi libanesi. Il Libano rinuncia preventivamente al suo unico ricorso legale, senza alcuna garanzia che il comportamento israeliano cambierà. Ciò equivale a un'impunità legalizzata e tacitamente sancita.
Ma non riscontra, dietro le formule giuridiche, nessuna reale apertura per un negoziato...
È mio lavoro quello di decifrare il linguaggio diplomatico. Faccio un esempio. Il paragrafo 5 dell'accordo afferma che le operazioni militari israeliane in Libano “sono unicamente una risposta ad attacchi, minacce e intenzioni ostili da parte di gruppi armati non statali”. Con questa formulazione, al Libano viene chiesto di avallare la legittimità degli attacchi israeliani che hanno ucciso migliaia di civili e distrutto intere infrastrutture. Non vi è alcun riconoscimento di decenni di violazioni israeliane della sovranità libanese, nessun accenno a responsabilità e nessun riferimento al diritto internazionale umanitario.

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