La regista israeliana, Hilla Medalia: «Quelle proteste mute per i bimbi palestinesi morti»
Ha ripreso per mesi la contestazione silenziosa di chi mostrava davanti alle basi dell’aeronautica le foto dei piccoli uccisi nella Striscia di Gaza. Così è nato il docufilm “Children no more”. «Per me è stato un atto radicale di resistenza»

Corpi ostinati. Corpi immobili. Corpi silenti. Corpi trasformati in pannelli espositivi per mostrare ciò che gran parte della società rifiutava di vedere. I visi di Ahlan, Maron, Firas, Jowan e gli altri bimbi che “erano e non sono più”. Sono stati uccisi a Gaza. A partire da marzo 2025 fino al cessate il fuoco, in vigore dal 10 ottobre scorso, gruppi di cittadini israeliani – a volte decine, altre centinaia – li hanno portati nel cuore di Tel Aviv. Iniziative analoghe si sono svolte davanti alle basi dell’aereonautica di Rehovot, Hatzor, Palmachim. Ovunque lo stesso dialogo muto. Gli attivisti non proferivano parola. Non rispondevano agli insulti o alle provocazioni. Semplicemente restavano là, con le gigantografie dei volti dei piccoli gazawi. Sotto il nome, l’età, la data di morte e la scritta: «Era e non è più».
«Un atto radicale di resistenza», lo definisce la regista israeliana Hilla Medalia che ne è rimasta folgorata. «Mi ha attratto la contraddizione intrinseca: una protesta silenziosa in un tempo di frastuono. Come regista, mi colpiscono i gesti che contrastano con il ritmo dominante poiché aiutano a vedere la realtà con lenti differenti. Più intime, in questo caso», racconta. Per mesi ha seguito le dimostrazioni e le ha ritratte con la sua telecamera. È nato così Children no more: were and are gone, che ha ottenuto la nomination all’Oscar come miglior cortometraggio documentario.
Negli oltre due anni di guerra, ci sono state varie forme di mobilitazione da parte della società israeliana. Perché ha voluto raccontare proprio questa?
In un contesto tanto accelerato e polarizzato, la scelta di manifestare stando in silenzio è potente. Dà spazio all’ambiguità e, dunque, alla riflessione. Molti l’hanno considerata un’iniziativa marginale. Magari lo è stata dal punto di vista quantitativo ma non per ciò che ha rappresentato. Non mi interessano le prospettive maggioritarie ma quanto è in grado di rivelare il groviglio di umori, spesso nascosti, che agitano gli spiriti umani.
Perché il grande pubblico israeliano ha fatto tanta fatica a provare empatia per i gazawi, inclusi i bambini?
Quando le persone sperimentano un trauma profondo è come se la loro capacità di provare emozioni si rimpicciolisse. Paura, dolore, rabbia rendono difficile affrontare la complessità e provare empatia con quanti non rientrano nel proprio circolo ristretto. Negare e voltare lo sguardo diviene più facile. Mi affascina proprio questo: cosa le persone vedono o non vedono.
Per questa ragione non c’è stata una condanna massiccia in Israele della guerra a Gaza?
Le società sottoposte a una forte pressione tendono a compattarsi intorno a una narrativa condivisa che offre un senso di stabilità. Il dissenso non scompare. Si fa, però, privato, silenzioso, meno manifesto. Il mio lavoro esplora proprio questo aspetto.
Come ha raccontato, il massacro del 7 ottobre l’ha obbligata a interrogarsi sul suo ruolo di artista. Che risposta si è data?
Che il mio lavoro deve guardare da vicino e in profondità per resistere alla smania di semplificare. Le circostanze attuali spingono a dichiararsi, prendere parte, essere espliciti. A pronunciare giudizi categorici. Per quanto mi riguarda, continuo a credere nel valore di raccontare le sfumature.
Come ha reagito il pubblico israeliano al suo documentario?
In modo variegato. Alcuni si sono sentiti in profonda sintonia. Altri lo hanno trovato impegnativo o addirittura difficile da guardare. Questa gamma di reazioni fa parte del processo. Il mio lavoro non ha la pretesa di risolvere qualcosa: cerca di aprire uno spazio di fronte al quale ciascuno risponde in modo differente.
E il pubblico palestinese?
Anche in questo caso ci sono state reazioni variegati. Alcuni spettatori hanno apprezzato il tentativo di confrontarsi con una realtà spesso ignorata nel dibattito israeliano. Un giornalista palestinese ha accettato di partecipare a un dialogo con me dopo una proiezione a New York. E un diplomatico palestinese ha visto il film in Messico e ha contattato Sky per dire quanto ne fosse rimasto colpito. Altri sono stati critici, in particolare su quanto fosse stato fosse incluso e cosa fosse lasciato fuori dall’inquadratura. Ciascuno di questi atteggiamenti è prezioso. Mi ricordano che ogni racconto è sempre parziale. Ed esiste all’interno di un discorso più ampio che non potrà mai contenere del tutto.
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