Nicaragua, riappare in video il vescovo arrestato. Ma la Chiesa resta nel mirino di Ortega

Nelle immagini dei media governativi Juan Abelardo Mata, bloccato a giugno, è nella sua abitazione. Il fermo era stato l'ennesimo atto di pressione sulla comunità cristiana, bersaglio fisso del presidente
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August 14, 2026
Nicaragua, riappare in video il vescovo arrestato. Ma la Chiesa resta nel mirino di Ortega
Juan Abelardo Mata, vescovo emerito di Estelí, in Nicaragua
«Grazie, sto bene». Dopo oltre un mese senza notizie verificabili sulle sue condizioni, Juan Abelardo Mata, vescovo emerito di Estelí, in Nicaragua, è riapparso nella propria abitazione in un’intervista diffusa dai media ufficiali del Paese. Il religioso, 80 anni, era stato fermato dalla polizia il 29 giugno. Il governo aveva annunciato il 4 luglio di averlo ricondotto a casa dopo un interrogatorio sull’origine di alcuni beni e su presunti legami familiari ritenuti incompatibili con la «condizione sacerdotale». Una versione contestata dalle organizzazioni per i diritti umani, che hanno denunciato l’arbitrarietà del fermo. Fino alla diffusione delle immagini, non era stato possibile verificare in modo indipendente né il luogo di permanenza né l’effettiva libertà di movimento del vescovo. Durante l’intervista non gli viene mai chiesto della detenzione. La ricomparsa di Juan Abelardo Mata è avvenuta all’indomani della richiesta della Commissione interamericana dei diritti umani (Cidh) alla Corte interamericana di rafforzare le misure di protezione nei suoi confronti. Già nel 2021 la Cidh aveva documentato minacce, intimidazioni e atti di persecuzione contro il vescovo.
Il 2018 resta lo spartiacque. Le proteste contro il governo di Daniel Ortega furono represse con oltre 300 morti. Da allora Managua accusa settori della Chiesa cattolica di aver appoggiato la rivolta e un presunto colpo di Stato sostenuto da Washington. La Cidh ha registrato negli anni successivi sorveglianza, limitazioni al culto, arresti arbitrari, espulsioni, privazioni della cittadinanza, confische e chiusure di congregazioni. Secondo il rapporto del Colectivo Nicaragua Nunca Más, almeno 261 religiosi sono stati costretti a lasciare il Paese. Tra loro, dopo la detenzione e la condanna a 26 anni e quattro mesi per «tradimento della patria», anche il vescovo di Matagalpa, Rolando Álvarez, in seguito scarcerato e mandato in esilio. I rapporti diplomatici tra Managua e la Santa Sede sono sospesi dal marzo 2023.
La repressione, però, ha colpito ben oltre l’ambito ecclesiale. Politici, imprenditori, giornalisti, intellettuali e attivisti sono stati incarcerati, espulsi o privati della cittadinanza, spesso con la confisca dei beni. La riforma costituzionale del 2025 ha nel frattempo ha rafforzato ulteriormente l’esecutivo e istituito la copresidenza, affidata a Ortega e alla moglie Rosario Murillo. Il 19 luglio Ortega ha annunciato che non intende più permettere consultazioni nelle quali l’opposizione possa contendere realmente il potere. Nei giorni successivi il governo ha precisato che le elezioni resteranno, ma escludendo quanti vengono definiti «traditori della patria» o «golpisti». Gli Stati Uniti hanno chiesto all’Organizzazione degli Stati americani una risposta comune alla nuova stretta, mentre a Washington si discute anche di un rafforzamento delle sanzioni contro Managua. Il prossimo passaggio è atteso a settembre, quando il Parlamento, controllato dal sandinismo, approverà la nuova modifica costituzionale.
Ortega, tornato alla presidenza nel 2007, si prepara ad allungare ancora la permanenza alla guida del Paese. Il mandato, già passato da cinque a sei anni con la riforma del 2025, salirebbe a sette. E le elezioni, inizialmente previste per il 2026 e poi rinviate al 2027, slitterebbero ancora, al 2028. 

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