Le ragioni politiche della sfida dei lefebvriani alla Chiesa
di Bruno Forte
All’obbedienza al Vicario di Cristo e al mantenimento della comunione della Chiesa i seguaci di Lefebvre hanno preferito la scomunica e lo scisma. Ma la motivazione è meno religiosa o spirituale di quanto si creda

A Écône, in Svizzera, sono stati consacrati quattro nuovi vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pio X, fondata da monsignor Marcel Lefebvre a Friburgo il 1º novembre 1970. L’appello di Leone XIV a fermarsi non è stato accolto. Aveva scritto il Papa al Superiore della Fraternità, don Davide Pagliarani, il 29 giugno scorso: «Con animo paterno desidero rivolgermi a Lei e, per mezzo suo, ai vescovi, ai sacerdoti, ai seminaristi e ai fedeli legati alla Fraternità sacerdotale San Pio X, consapevole della responsabilità che il Signore mi ha affidato come Successore dell’Apostolo Pietro. La Chiesa riconosce l’attaccamento alla vita liturgica, l’impegno nella formazione sacerdotale, lo zelo apostolico e il desiderio di fedeltà alla Tradizione che caratterizzano molte persone e comunità legate a codesta Fraternità. Ciò ha motivato l’atteggiamento di attenzione e di benevolenza che i miei Predecessori vi hanno costantemente manifestato». Il Santo Padre aveva poi aggiunto: «Con questo spirito, e colmo di affetto cristiano vi prego e vi chiedo con tutto il cuore: tornate sui vostri passi! Vi esorto a considerare attentamente il bene spirituale dei fedeli, perché l’atto scismatico che compireste li priverebbe della ricezione lecita e in taluni casi persino valida dei Sacramenti che essi amano e cercano per la propria santificazione». Infine, Leone aveva riaffermato la volontà di portare avanti il dialogo davanti al Signore: «La Chiesa è disponibile a un percorso di dialogo e di intesa che lo Spirito Santo può rendere possibile e fecondo. Prego per voi perché lacerare la Tunica inconsuntile di Cristo è un peccato di estrema gravità. Il Signore illumini le vostre coscienze e risvegli i vostri cuori. Per l’autorità ricevuta da Cristo, con animo addolorato, ma ancora pieno di speranza, sento il dovere di chiedervi di desistere dal vostro intento e affido queste intenzioni al Cuore Immacolato di Maria, Madre del Buon Consiglio».
L’argomento più forte richiamato dalla lettera del Successore di Pietro è il bene delle anime dei fedeli della Fraternità San Pio X, che con le ordinazioni decise renderebbe illeciti e in alcuni casi anche invalidi i sacramenti celebrati. All’obbedienza al Vicario di Cristo e al mantenimento della comunione della Chiesa i seguaci di Lefebvre hanno preferito la scomunica e lo scisma. Per cercare di comprendere che cosa li abbia spinti a un passo così grave e dalle conseguenze così dolorose occorre individuarne la motivazione più profonda: nelle loro parole essa sarebbe la difesa della tradizione cattolica contro lo scisma che sarebbe stato consumato dal Concilio Vaticano II e dai suoi sviluppi. Tutti i precedenti passi di riconciliazione voluti e approvati da Benedetto XVI sono stati di fatto ignorati. Le chiarificazioni dottrinali apportate nei dialoghi intercorsi sono state considerate nulle o insufficienti. Non è però questa la motivazione plausibile dello scisma: com’è sempre avvenuto nella storia della Chiesa le divisioni riflettono ambizioni personali, non prive di presunzione e arroganza, e hanno per lo più un carattere politico e non religioso. Porto a riprova di questo una testimonianza diretta, risalente ad alcuni anni fa: ero a Parigi per un soggiorno di studi e di ricerca, e mi ero recato una domenica, dopo aver celebrato l’eucaristia con la comunità religiosa che mi ospitava, alla Chiesa di Saint Nicolas du Chardonnet per rendermi conto di persona della liturgia là celebrata dai tradizionalisti legati a Lefebvre. La celebrazione si svolgeva in latino e tanti erano i presenti, specialmente giovani. Il Vangelo fu letto in francese e l’omelia tenuta in quella lingua. Il passo evangelico riportava le parole di Gesù: «Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta» (Mt 6, 33). La riflessione proposta dal celebrante fu questa: «Cercare la giustizia significa dare a ciascuno il suo, cioè rispettare l’ordine costituito. Chi rispetta l’ordine costituito e mantiene lo status quo consegnatoci dalla Tradizione riceverà in aggiunta tutti i doni del Signore». La conclusione fu accolta da un generale silenzio-assenso e la celebrazione proseguì come se fosse stata riaffermata la verità più evidente del mondo.
Mi fu chiaro, allora, come alla base del movimento tradizionalista vi fosse una motivazione politica, più che religiosa o spirituale. Ne avvertii il rigetto profondo, perché un tale ragionamento escludeva in partenza la novità a cui lo Spirito del Signore continuamente apre la Chiesa, proprio a partire dalla sua fedeltà al passato e a quanto trasmesso dai Padri, dai Pastori e dai Santi di tutti i tempi. La parola di Gesù era semplicemente ignorata: «Il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli v’insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto» (Gv 14,26). Soprattutto, era chiuso ogni spazio possibile alla novità suscitata dal Paraclito, a cui il servizio al Vangelo deve sempre di nuovo aprirsi, come affermava Papa Francesco nella Evangelii gaudium: «Evangelizzatori con Spirito vuol dire evangelizzatori che si aprono senza paura all’azione dello Spirito Santo. A Pentecoste, lo Spirito fa uscire gli Apostoli da sé stessi e li trasforma in annunciatori delle grandezze di Dio, che ciascuno incomincia a comprendere nella propria lingua. Lo Spirito Santo infonde la forza per annunciare la novità del Vangelo con audacia (parresia), a voce alta e in ogni tempo e luogo, anche controcorrente. Invochiamolo oggi, ben fondati sulla preghiera, senza la quale ogni azione corre il rischio di rimanere vuota e l’annuncio alla fine è privo di anima» (n. 259).
In realtà ciò che muove i tradizionalisti è precisamente all’opposto di quanto esprime una bellissima frase, legata alla testimonianza di Sant’Agostino: «Novi novum canamus canticum» - «Resi nuovi cantiamo il cantico nuovo».
Bruno Forte è Arcivescovo di Chieti-Vasto
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