I droni russi in volo sopra il Mar Nero non fermano il viaggio del grano ucraino

di Lucia Capuzzi, inviata a Chomomorsk
Reportage dal porto di Chornomorsk, a sud di Odessa, uno dei sei scali ancora attivi dei 18 in funzione nel Paese prima della guerra
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July 1, 2026
I droni russi in volo sopra il Mar Nero non fermano il viaggio del grano ucraino
Una nave avvistata dalla Navy 18: la lavigazione avvlungo rotte obbligatorie / Lucia Capuzzi -
«Il cielo è chiaro», afferma il capitano Mykola, mentre entra nella cabina di guida, pronto a salpare. Il colore, in realtà, non è cambiato: sgombro di nuvole fin dal primo mattino, il suo azzurro è trasparente come sempre in estate. Una tonalità ben diversa dal blu cobalto del mare che i turchi chiamarono Nero, perché in direzione opposta a quello Bianco, il Mediterraneo. Eppure ci vogliono quasi tre ore prima di ascoltare l’attesa frase. Il segnale che i droni russi in volo a una distanza tra i 25 e i 30 chilometri finalmente se ne sono andati. La Navy 18 può riprendere il pattugliamento.
La “via del grano” è di nuovo libera. Così viene chiamato il porto di Chornomorsk, cittadina a una ventina di chilometri a sudest di Odessa. Uno dei sei scali tuttora attivi dei diciotto in funzione nel Paese prima della guerra. Il principale trampolino del flusso dei cereali dell’Ucraina, uno dei granai del mondo, tra i primi dieci produttori globali. Il conflitto, in corso ormai da oltre quattro anni e quattro mesi, non ha fermato il commercio, cruciale per la sicurezza alimentare del pianeta. Nonostante l’uscita della Russia, il primo agosto 2023, dall’accordo con cui veniva creato un passaggio sicuro, i mercantili continuano ad attraccare e ripartire. «Per ogni scalo, abbiamo individuato una rotta obbligata che tutte le imbarcazioni devono seguire», spiega Oleg Zasyadvovk, dell’ufficio comunicazioni della Marina, mentre monitora il telefono su cui riceve gli aggiornamenti dei movimenti dei velivoli senza pilota russi. Con elefantiaca solennità. Un cargo battente bandiera delle Barbados si avvicina alla banchina. Aveva cominciato la manovra prima dell’allerta-droni, per questo può proseguirla, aiutato da due rimorchiatori. «Deve ancora caricare, poi – aggiunge con amara ironia –. Preferiscono colpirle quando sono piene, in modo che si incendino più facilmente». Il “corridoio sicuro” individuato non lo è al cento per cento. Gran parte delle mine, seminate in abbondanza dalla Marina di Mosca, arrivata a meno di cinque miglia dalla costa all’inizio dell’invasione, sono state bonificate. «Il mese scorso ne abbiamo trovato una, insieme a tre frammenti di ordigni esplosi. Ma è raro. Il grosso del lavoro è monitorare e intercettare le incursioni dal cielo, sempre più frequenti negli ultimi mesi. Specie ora, nel pieno della stagione di raccolta del grano. Eppure sanno che sono imbarcazioni civili. Noi militari non le scortiamo proprio per evitare che le attacchino per prendere noi. In realtà, il loro obiettivo è quello di renderci la vita difficile, danneggiando il commercio», sottolinea il capitano Mykola. Mezz’ora prima, il suono della sirena l’aveva costretto a rimandare la partenza del Navy 18 e a rifugiarsi con l’equipaggio e i lavoratori del porto nel rifugio anti-missile.
Dalla scorsa primavera, i russi impiegano il nuovo sistema “Mesh” per far sì che i droni comunichino fra di loro e con l’operatore a terra. I vecchi Shaheed di fabbricazione iraniana, a cui viene aggiunta una telecamera a bordo, possono essere controllati da remoto. Tre settimane fa, in questo modo, hanno raggiunto tre vascelli, uno è andato in fiamme. Le due imbarcazioni di salvataggio accorse sono state centrate: due persone sono morte, quattro sono state ferite. «Ora, però, non ne abbiamo avvistati, dunque possiamo procedere», dice il capitano mentre conduce il Navy 18 verso il mare aperto: la salsedine impregna l’aria, imprimendole una nota dolciastra. Il porto è alle spalle. Fra gli spruzzi delle onde, si vedono sfilare un cargo in avvicinamento e il faro bianco con la sua distesa di gabbiani appollaiati intorno. Una normalità in apparente contrasto con le tre mitragliatrici piazzate a bordo e la rete anti-droni che avvolge la poppa. D’un tratto, sulla sinistra, spunta il relitto di un mercantile, la struttura adiacente è diroccata. «Era una zona di parcheggio. L’hanno distrutta a marzo», afferma l’ufficiale Oleg. Dopo circa un’ora, il Navy 18 punta verso il porto. «Stavolta il pattugliamento è andato bene», conclude Mykolai, nato e cresciuto ad Odessa: un uomo di mare, si autodefinisce, come il suo secondo, prima del conflitto lavoravano entrambi sui mercantili. «Ora continuiamo a navigare. Ma armati».
Oltrepassati i check-point militari che blindano il porto, la strada per Chornomorsk è un via vai di camion. Trasportano i cereali appena raccolti direttamente alla costa. Dagli enormi silos grigi dello scalo – avvolti nella guaina metallica – i mercantili li raccolgono a ciclo continuo. Tenerli nei magazzini a ridosso dei campi – come si faceva prima della guerra – è troppo rischioso con i droni russi in agguato nel cielo. «È vero, puoi guadagnare di più quando esporti fuori stagione. Ma il gioco non vale la candela. La mia azienda è stata colpita finora otto volte: tre missili e cinque Shahed», racconta Mikhail Beliy, proprietario di “Eurika”, nata ai tempi dell’Urss, nel 1985. L’ex docente di agraria l’ha creata appena dopo la Perestrojka, intuendo il cambiamento imminente. «Abbiamo cominciato in cinque. E imparato sul campo: non avevamo alcuna esperienza imprenditoriale. Certo, come docente conoscevo il sistema sovietico. Ma condurre una compagnia privata è un’altra cosa». In trentun anni, Eurika è cresciuta: nei suoi 3mila ettari lavorano duecento persone e produce in media 8mila tonnellate di grano e orzo l’anno vendute integralmente all’estero.
«Dopo l’attacco di Mosca è stato, dunque, un disastro: i porti sono rimasti bloccati per sei mesi. Per fortuna, i cereali non sono marciti nei depositi dove li avevamo conservati. Dall’agosto 2022, quando il flusso è ricominciato, abbiamo ripreso a esportare con relativa normalità, nonostante le perturbazioni globali – spiega -. All’invasione si è aggiunta la crisi di Hormuz che ha fatto lievitare il carburante. I costi di produzione sono aumentati del 30 per cento. Al contempo, però, anche il prezzo del grano è cresciuto sul mercato internazionale. Riusciamo, così, ad andare avanti». Il conflitto in casa, certo, «pesa». Soprattutto per quanto riguarda la manodopera. Con la maggior parte dei maschi adulti al fronte in seguito alla leva obbligatoria o nascosta per evitarla, le compagnie prendono quel che trovano. «In genere, lavoratori poco qualificati. Il che rallenta tutto. Siamo ancora all’inizio e dobbiamo finire entro una decina di giorni. Poi ci si mette pure il meteo…». Mikhail scruta il cielo con ansia: non pensa, però, ora ai droni di Mosca ma allo scroscio imprevisto di pioggia che fermerà le mietitrebbia per ore. L’imprenditore accarezza le spighe d’orzo bagnate. «Dobbiamo aspettare che asciughino». Mentre lo dice, stacca un chicco e lo mastica con concentrata lentezza. «La qualità è ottima. Sarà un buon raccolto. Ce la faremo anche stavolta».

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