
Proponiamo in queste colonne l’editoriale introduttivo del direttore Francesco Paolo Campione al nuovo numero della rivista “Kalós” che, in occasione del trentennale della morte di Gesualdo Bufalino (1920-1996), è intitolato “Alfabeto di cenere. Un dizionario per Gesualdo Bufalino”, a cura di Giulia Cacciatore e Giovanna Di Marco. Una sorta di dizionario enciclopedico dei temi portanti dell’opera dello scrittore, «un ordito serrato – precisano le curatrici – che non si limita a celebrare una ricorrenza in modo convenzionale. I contributi qui raccolti interrogano l’eredità di Bufalino, anzitutto attraverso la memoria, fulcro della sua poetica».
«Scrivo per curiosità di me, per vedere dove vado a parare» (Il malpensante, 1987). È uno delle centinaia di aforismi, folgoranti ed epigrammatici frammenti di esistenza che Gesualdo Bufalino raccoglie ne Il malpensante, l’arguta collezione di pensieri, paradossi, spietate e autoironiche istantanee che nel suo intento avrebbero disegnato un multiforme e inesauribile autoritratto di parole. Lo scrittore vi si immagina come una terra incognita, una specie di personale Hic sunt leones alla cui esplorazione s’era avviato sin da giovanissimo, ma che solo nell’ultimo tratto della sua vita aveva preso sostanza nel diario di viaggio delle sue opere.
Bufalino è stato uno di quegli autori, non molti per la verità, per i quali la dimensione della vita e quella della scrittura si sono fuse a un tale grado di solidarietà da formare un nesso inestricabile. Dalla appartata Comiso, avamposto di una guerra planetaria mai scoppiata ma sempre sul punto di scatenare una apocalisse, ha perlustrato la vita per arrivare a comprendere, senza esserne sopraffatto ma anzi con la consapevolezza di chi vede l’esistenza come un fulmineo riverbero del non essere, il mistero della morte. In una delle non rare interviste concesse all’indomani della improvvisa, e per certi versi clamorosa, notorietà che aveva investito la sua mite e raffinatissima solitudine, Bufalino rivelò di sentirsi «un collezionista di ricordi, un seduttore di spettri». È in apparenza la confessione di chi è prigioniero di un tempo trascorso per sempre, e lì solamente desidera volgere il proprio sguardo a pascersi della amicizia di fantasmi. Sarebbe tuttavia una interpretazione mistificata della sua opera, un ingeneroso fraintendimento. Nelle due attitudini del radunare e dell’amare senza misura, i due volti della sua professione di scrittore, sta al contrario l’essenza più profonda della sua produzione letteraria. Collezionare implica conservare con cura, contemplare ogni giorno i pezzi di una raccolta sempre incompleta perché – a modo di un teatro della memoria – evochino costantemente in immagini le ombre di un passato lontano e restino vivide per sempre.
Sedurre, d’altro canto, è l’abilità di chi – indossando un abito attraente (il suono prezioso e desueto della parola, la clausola fascinatrice di una frase, il luccicare di un nesso raro e sorprendente) – attira a sé le muse umbratili della propria ispirazione. In questo muoversi sul limitare del presente e del tempo inagibile del passato e del futuro, la dimensione della morte ha assunto in Bufalino il ruolo di un’atmosfera che soffonde – senza però atterrire – ogni pagina delle sue invenzioni letterarie. «Tanto considero la mia morte plausibile e ovvia, quanto scandalosa e contronatura quella degli altri» (Bluff di parole, 1994). E, nello stesso luogo: «I morti (in ciò simili ai vivi) invecchiano con variabile rapidità. Tizio, morto stamani, è già nel ricordo uno spettro pieno di rughe. Caio, sepolto or sono trent’anni, si conserva fresco come una rosa». La relatività dell’esperienza, l’incomprimibilità del tempo a una misura esattamente percepibile fanno dunque sì che due voci quasi omofone, e in apparente dissidio – la luce e il lutto, il massimo del chiarore e le più nere tenebre –, nell’immaginario bufaliniano siano i due poli di un sentimento, quello della creatività (ma anche dell’essere siciliani), che senza posa oscilla fra tanatofobia e tanatofilia.
Diceria dell’untore, il capolavoro scritto nell’arco di una vita con il vagheggiamento di presentarsi al pubblico come un’opera postuma, è un po’ il libro dei libri di Bufalino, l’esemplificazione più limpida della sua poetica e dei temi che l’attraversano: l’inverosimiglianza dell’esistenza; l’educazione alla morte come esperienza necessaria – scontata la breve giovinezza nella reclusione di un sanatorio – per affacciarsi alla vita; l’amore come stigma doloroso al pari della malattia, eppure piaga esaltante e desiderata. Tra gli antipodi, all’intersezione della chiarità e del buio, nella scrittura di Bufalino la cenere è la reliquia materiale, cromatica, simbolica in cui si risolvono le cose, i desideri, la vita medesima: è il sapore dei piatti che il vivandiere imbandisce ai condannati ne Le menzogne della notte, l’ultimo pasto prima che – dileguatosi il buio – il mattino li consegni al patibolo; è il rancio stomachevole che i giorni dispensano all’uomo, tanto aborrito da richiederne sempre un bis e un altro ancora (Bluff di parole); è lo scaffale su cui lo scrittore immagina di radunare, dopo averli pazientemente cercati lungo l’arco della propria vita, tutti i libri letti e perduti: l’ultimo che completerà la raccolta ne sancirà la morte (Bluff di parole); è il colore di una strada tra due alti muri che improvvisamente strapiomba nel vuoto: sogno ricorrente dell’io narrante all’apertura della Diceria. Di cenere (e di una cenere che qui è residuo luccicante, al pari dell’anello del Doge gettato nei fondali di Torcello [Il malpensante], capace di rendere feconda la memoria) è l’alfabeto che “Kalós” oggi dedica a Gesualdo Bufalino ricorrendo i trent’anni dalla sua scomparsa: un dizionario di voci – settantasei, una per ogni anno della sua vita – curate dai maggiori studiosi della sua figura e della sua opera. Lemmi che rievocano i temi, i contenuti, le idee di uno scrittore che ha scelto la fascinazione della parola antica, il porsi al di là delle mode per farsi – già all’apparire delle sue prime opere – un autore classico.
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