Perché il Pnrr alla fine è stata un'occasione sprecata
di Diego Motta
Il Piano ha finanziato opere, riforme e interventi locali, ma non è riuscito a trasformarsi in un progetto condiviso di rilancio. Su sanità e disuguaglianze territoriali, in particolare, si è fatto troppo poco. Ora la sfida è capire che cosa resterà quando i fondi europei saranno esauriti

Che ne sarà di noi, senza più l’effetto Pnrr? L’interrogativo accompagna da tempo politici ed economisti. Oggi è la giornata di scadenza del Piano nazionale di ripresa e resilienza. Si chiudono i lavori, in teoria, ed è già tempo di bilanci.
Si potrebbe giocare all’infinito con quell’acronimo, Pnrr. C’è chi come l’economista Tito Boeri lo ha trasformato in «Proprio nessuna riforma rilevante», altri lo tradurrebbero in modo più diretto forse così: «Purtroppo nessuna ricostruzione reale». Lo farebbero perché davvero ai tempi si parlò di nuovo “Piano Marshall” per gli Stati membri, di un’opportunità senza precedenti per rilanciare il Vecchio continente, finendo così per caricare di grandi aspettative governi e opinioni pubbliche. Occorrerebbe tornare con la memoria ad allora, quando, in piena pandemia, il governo Conte riuscì a strappare all’Europa un impegno monstre a finanziare la rinascita del Paese: 191,5 miliardi suddivisi in 6 capitoli, dalla digitalizzazione alla transizione ecologica, dalle infrastrutture all’istruzione, dalla salute all’inclusione. È vero, si trattava più di prestiti da restituire (122,6 miliardi) che di sovvenzioni a fondo perduto (68,9 miliardi). Però, l’orizzonte della sfida sembrava così ambizioso da potersi meritare la mobilitazione complessiva del Paese. Invece il Pnrr è diventato ben presto una bandiera da agitare contro i rispettivi avversari politici. Chi ci aveva creduto sin dall’inizio se ne attribuiva i meriti e attaccava chi doveva portare a termine la missione dicendo che si stava facendo troppo poco e in ritardo per meritarsi la fiducia degli italiani. I nuovi arrivati mettevano le mani avanti, vaticinando che non sarebbe stato affatto possibile fare tutto ciò che si era programmato. Gli europeisti usavano il Pnrr come prova della vera resilienza dell’Europa in tempi cattivi, gli antieuropeisti ne approfittavano per attaccare il dedalo di regole e burocrazia necessari per aggiudicarsi via via tranche di finanziamento. Insomma, in poco tempo abbiamo trasformato il Piano nazionale di ripresa e resilienza nel simbolo dei nostri difetti: se serve alla mia causa è utile, se non serve non è un problema mio.
Si potrebbe giocare all’infinito con quell’acronimo, Pnrr. C’è chi come l’economista Tito Boeri lo ha trasformato in «Proprio nessuna riforma rilevante», altri lo tradurrebbero in modo più diretto forse così: «Purtroppo nessuna ricostruzione reale». Lo farebbero perché davvero ai tempi si parlò di nuovo “Piano Marshall” per gli Stati membri, di un’opportunità senza precedenti per rilanciare il Vecchio continente, finendo così per caricare di grandi aspettative governi e opinioni pubbliche. Occorrerebbe tornare con la memoria ad allora, quando, in piena pandemia, il governo Conte riuscì a strappare all’Europa un impegno monstre a finanziare la rinascita del Paese: 191,5 miliardi suddivisi in 6 capitoli, dalla digitalizzazione alla transizione ecologica, dalle infrastrutture all’istruzione, dalla salute all’inclusione. È vero, si trattava più di prestiti da restituire (122,6 miliardi) che di sovvenzioni a fondo perduto (68,9 miliardi). Però, l’orizzonte della sfida sembrava così ambizioso da potersi meritare la mobilitazione complessiva del Paese. Invece il Pnrr è diventato ben presto una bandiera da agitare contro i rispettivi avversari politici. Chi ci aveva creduto sin dall’inizio se ne attribuiva i meriti e attaccava chi doveva portare a termine la missione dicendo che si stava facendo troppo poco e in ritardo per meritarsi la fiducia degli italiani. I nuovi arrivati mettevano le mani avanti, vaticinando che non sarebbe stato affatto possibile fare tutto ciò che si era programmato. Gli europeisti usavano il Pnrr come prova della vera resilienza dell’Europa in tempi cattivi, gli antieuropeisti ne approfittavano per attaccare il dedalo di regole e burocrazia necessari per aggiudicarsi via via tranche di finanziamento. Insomma, in poco tempo abbiamo trasformato il Piano nazionale di ripresa e resilienza nel simbolo dei nostri difetti: se serve alla mia causa è utile, se non serve non è un problema mio.
La verità è che abbiamo sprecato una grande occasione: quella di fare sistema, insieme, per tornare a credere nel futuro del Paese e dell’Europa, un po’ come avvenne invece ai tempi dell’ingresso nella moneta unica (poi rinnegato da alcuni). Lo si è visto in questi anni, tanto a livello centrale quanto a livello periferico: ci sono stati tanti Comuni di piccole e medie dimensioni che hanno potuto ridefinire il volto delle loro comunità, con nuove scuole, centri sportivi, spazi per rispondere alla crescente povertà educativa. Alcuni paesi e città sono stati capaci di svoltare, altri no, semplicemente perché mancavano le professionalità giuste. Così, a pochi chilometri di distanza, un municipio ha cambiato faccia, mentre un altro è rimasto inchiodato al passato. Chi ha trovato personale competente ha fatto un salto di qualità, altri hanno continuato ad arrancare. Le asimmetrie tra Nord e Sud sono rimaste, il rischio di procedere a più velocità pure, mentre alcuni interventi-simbolo (si pensi alla proclamata fine dei “ghetti” per i braccianti) sono finiti rapidamente nell’oblio, tra scarsa volontà politica e risorse andate rapidamente perdute.
In sede di bilancio, il governo si è concentrato sui risultati in attivo prodotti dal Pnrr, come l’accorciamento dei tempi della giustizia civile, i pagamenti più rapidi della pubblica amministrazione, la riforma dei pubblici servizi e il nuovo codice degli appalti. Ma cosa si vede di tutto questo, nella vita quotidiana delle nostre comunità? L’Italia è tornata in questi anni a investire sul suo “cantiere futuro”, oppure piccole e grandi opere sono state semplicemente il frutto di un periodo che si è già chiuso? Molti dubbi riguardano, ad esempio, la tenuta del Prodotto interno lordo, che certamente ha beneficiato dell’effetto Pnrr in questi anni, pur mantenendosi a livelli rasoterra, senza alcuno squillo ad esempio da parte della produzione industriale. La crescita dello zero virgola in tempi di vacche grasse non è di buon auspicio per quando i fondi europei non ci saranno più e non si sono intravisti nel frattempo progetti e idee-guida in grado di determinare visioni grandi di futuro.
Eppure, tutto era nato da lì, in quel 2021: l’Italia veniva dal tunnel della pandemia e, secondo la cancelliera tedesca Angela Merkel, era meritevole del maggior numero di fondi proprio per la «straordinaria disciplina» mostrata durante il Covid. Era un (costoso) riconoscimento, quello che arrivava dai Ventisette, la ragione stessa per cui tutto doveva cambiare, a partire proprio dalla ricostruzione della nostra vulnerabile sanità. Dagli ospedali alle Case di comunità, non si può dire che la trasformazione sia avvenuta. E forse quella promessa di rinascita si è persa tra tante carte e vani proclami.
Eppure, tutto era nato da lì, in quel 2021: l’Italia veniva dal tunnel della pandemia e, secondo la cancelliera tedesca Angela Merkel, era meritevole del maggior numero di fondi proprio per la «straordinaria disciplina» mostrata durante il Covid. Era un (costoso) riconoscimento, quello che arrivava dai Ventisette, la ragione stessa per cui tutto doveva cambiare, a partire proprio dalla ricostruzione della nostra vulnerabile sanità. Dagli ospedali alle Case di comunità, non si può dire che la trasformazione sia avvenuta. E forse quella promessa di rinascita si è persa tra tante carte e vani proclami.
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