Mondiali, il Brasile in blu: la maglia ispirata alla Madonna
La seconda divisa, usata anche al torneo iridato, richiama il colore del manto della Vergine di Aparecida, patrona del Paese, ed è legata al trionfo del 1958

«Giocate per la maglia». È una delle frasi che ogni tifoso del mondo rivolge ai propri campioni. Perché niente più della divisa rappresenta l’appartenenza: dentro quei colori ci sono la storia, la memoria, l’identità di un popolo. La maglia non è un semplice pezzo di stoffa, ma un simbolo che porta sulle spalle il peso di una nazione. E forse nessuna maglia nel calcio mondiale pesa più di quella del Brasile. Non soltanto la celebre prima divisa verdeoro, ma pure la seconda maglia, blu, sfoggiata anche in questi Mondiali 2026.
Parliamo della Nazionale più titolata della storia della Coppa del Mondo, cinque volte campione (1958, 1962, 1970, 1994, 2002), l’unica ad aver partecipato a tutte le edizioni del torneo. Hanno indossato questa maglia giocatori leggendari, da Pelé, il più grande di tutti, a Zico, da Garrincha a Ronaldo, da Romario a Kakà e Ronaldinho. Ma la storia della divisa brasiliana nasce anche da una ferita. Per molti anni la Seleção aveva giocato con una maglia bianca. Poi arrivò il Maracanazo, la sconfitta nella finale del Mondiale 1950 contro l’Uruguay al Maracanã. Quel colore finì per essere associato a una delle più grandi delusioni sportive del Paese. Serviva voltare pagina. Nel 1953 il quotidiano carioca Correio da Manhã , con il sostegno della Confederazione brasiliana degli sport (Cbd), lanciò un concorso per disegnare la nuova maglia della Nazionale. Tra le proposte vinse quella di un giovane studente e disegnatore di 19 anni, Aldyr Garcia Schlee, che conquistò la giuria: maglia gialla con dettagli verdi, pantaloncini blu e calzettoni bianchi. Il progetto aveva una regola precisa: doveva contenere i quattro colori della bandiera brasiliana. Nacque così la “canarinha”, una delle divise più riconoscibili nella storia dello sport.
E proprio quel blu, nato come elemento dell’identità nazionale della nuova maglia, avrebbe trovato qualche anno dopo un significato ancora più profondo nella memoria collettiva brasiliana.
Tutto risale al Mondiale del 1958. In finale contro la Svezia, il Brasile non poté utilizzare la tradizionale maglia gialla perché anche gli avversari vestivano di giallo. La Seleção non aveva una seconda divisa pronta e fu costretta a trovare una soluzione all’ultimo momento: vennero acquistate maglie blu e gli stemmi brasiliani furono cuciti sopra. Quel giorno il Brasile batté la Svezia 5-2 e conquistò il primo Mondiale della sua storia, con un giovanissimo Pelé protagonista.
Attorno a quell’episodio è nata una tradizione molto amata, rilanciata oggi dallo stesso Santuario sul sito ufficiale che ricorda come l’allora dirigente a capo della delegazione brasiliana, Paulo Machado de Carvalho, scelse il blu con questa convinzione: «Vinceremo, giocheremo con il colore del manto della Madonna di Aparecida, patrona del Brasile». La chiesa che sorge nello Stato di San Paolo è tra i più grandi santuari mariani del mondo, visitato ogni anno da milioni di fedeli. La devozione risale al 1717, al ritrovamento di un’immagine della Madonna da parte di tre pescatori, Domingos Garcia, Filipe Pedroso e João Alves.
Non a caso Aparecida è diventata uno dei simboli religiosi e culturali del Paese. «Qui si sente una presenza particolare della Madre celeste» disse Giovanni Paolo II nel 1980. E papa Francesco nel 2013 la definì «la casa della Madre di ogni brasiliano». Un legame profondo anche con il mondo dello sport, testimoniato dai cimeli lasciati dagli atleti in segno di ringraziamento. E non poteva essere altrimenti per il calcio, passione collettiva popolare.
Da quel primo trionfo mondiale la maglia blu entrò nell’immaginario brasiliano come la “camisa da sorte”, la maglia della fortuna. Molto più di una semplice seconda divisa. Perché una maglia non è mai solo una maglia: è il filo che lega un popolo ai suoi ricordi. E quella blu del Brasile, oltre alle vittorie e ai campioni che l’hanno indossata, porta con sé anche una storia di fede, cultura e appartenenza.

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