La Madonna gigante di Konotopie e la sfida dei “colossi di Dio”
La statua è alta 55,6 metri e sorge accanto a un antico santuario polacco. Voluta dall’imprenditore Roman Karkosik e dalla moglie Grażyna come «voto di gratitudine», è stata inaugurata il 15 agosto. Dietro il record, una storia di devozione popolare

L'impressionante figura bianca domina sul paesaggio rurale della Polonia ergendosi dai campi di Konotopie, piccolo villaggio della regione della Cuiavia-Pomerania, tra Toruń e Lipno. È la nuova statua monumentale della Madonna, alta complessivamente 55,6 metri, inaugurata e benedetta il 15 agosto, solennità dell’Assunzione di Maria. Ed è, a oggi la più alta statua mariana d’Europa. A guardarla da lontano, colpisce anzitutto la sproporzione tra la sua mole e il luogo in cui è stata collocata: un piccolo paese di contadini, lontano dalle grandi città, che da secoli custodisce però una devozione mariana. La figura vera e propria misura circa 40,6 metri; altri 15 metri sono costituiti dal basamento a forma di corona, all’interno del quale sono stati realizzati una scala, un ascensore e una terrazza panoramica. La costruzione è in cemento armato e acciaio e per realizzarla sono stati utilizzati circa 2.500 metri cubi di calcestruzzo.
La storia della devozione
Il progetto è dello scultore Adam Jakub Matejkowski. A finanziarlo interamente, con fondi privati, sono stati l’imprenditore Roman Karkosik e la moglie Grażyna. La coppia ha presentato l’opera come un voto di gratitudine per le grazie ricevute, un atto personale di riconoscenza rivolto a Dio attraverso Maria. La storia della loro devozione nasce da una piccola immagine di appena 55 centimetri, una statua lignea della Madonna Addolorata conservata nel vicino santuario: la vicenda risale al 1885, quando l’allora proprietario della tenuta di Konotopie, l’evangelico Schmakteter, fece costruire una cappella lungo la strada e vi collocò una statua lignea della Vergine con Gesù deposto dalla croce sulle ginocchia. Secondo la tradizione locale, l’uomo volle erigere la cappella dopo la guarigione della figlia, attribuita all’intercessione di Maria. Da quel momento il luogo cominciò ad attirare pellegrini. Una cappella più grande venne distrutta dai tedeschi all’inizio della Seconda guerra mondiale; la statua, tuttavia, fu salvata e nascosta. Il culto riprese nel dopoguerra. Nel 2010-2011 furono ancora i Karkosik a finanziare la ricostruzione e l’ampliamento del santuario, anche allora come voto, in occasione della beatificazione di Giovanni Paolo II. Il monumento gigantesco è dunque, almeno nelle intenzioni dei suoi promotori, la prosecuzione di una storia cominciata con una minuscola immagine venerata dalla popolazione locale. Ma c'è di più: la Polonia, che resta una delle nazioni europee dalla tradizione cattolica più radicata, sta attraversando un cambiamento profondo, soprattutto tra le nuove generazioni e nelle aree urbane. La costruzione del monumento in aperta campagna segna plasticamente questa tensione: da una parte, la devozione mariana continua a essere una componente decisiva della religiosità polacca; dall’altra, la pratica religiosa e il rapporto con la Chiesa stanno avvertendo un contraccolpo, soprattutto nelle generazioni più giovani.

I colossi di Dio
Il confronto che ha fatto il giro del mondo è inevitabile: con i suoi 55,6 metri, la statua di Konotopie supera il Cristo Redentore di Rio de Janeiro, che raggiunge i 38 metri considerando anche il piedistallo. Non è la prima volta per altro che la Polonia affida alla monumentalità una manifestazione della propria fede. Già il Cristo Re di Świebodzin, inaugurato nel 2010, aveva suscitato discussioni per le sue dimensioni: 52,5 metri complessivi, più del Cristo di Rio, e un investimento che aveva fatto parlare alcuni, anche in ambienti cattolici, di megalomania. La proliferazione dei cosiddetti «colossi» sacri, soprattutto in America Latina, nel Sud-est asiatico e nell’Europa orientale, suggerisce una domanda che resta attuale: che cosa accade quando la devozione cerca di tradursi anzitutto in grandezza? Il criterio del bigger better rischia di produrre monumenti dalla retorica enfatica, talvolta prossima al kitsch, e di sacrificare la ricerca artistica alla pura imponenza. Ma sarebbe riduttivo liquidare queste opere come semplice esibizione: dietro quelle statue «alte come punti esclamativi» c’è spesso anche l’ingenuità sincera di comunità e fedeli che desiderano rendere visibile, nello spazio pubblico, qualcosa che percepiscono come più grande di loro. La Madonna di Konotopie ripropone dunque una tensione antica: quella fra la misura umana dell’arte sacra e il desiderio, difficilmente misurabile, di dare una forma alla grandezza di Dio.
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