La preghiera? È la prima forma di disarmo. La pace secondo Leone. E Agostino

Per papa Prevost, la pace non è anzitutto un obiettivo geopolitico ma una forma dell’anima che nasce dalla conversione interiore e solo da lì può irradiarsi nella storia. Una visione che rilancia la lezione del vescovo d’Ippona
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August 18, 2026
La preghiera? È la prima forma di disarmo. La pace secondo Leone. E Agostino
Castel Gandolfo: Leone XIV presiede la Messa nella solennità dell'Assunta nella parrocchia pontificia di San Tommaso da Villanova, il 15 agosto 2026 / Ansa
Il pontificato di Leone XIV è segnato da un insistente richiamo alla pace. La pace di cui parla il Pontefice non è anzitutto un obiettivo geopolitico né un equilibrio tra interessi contrapposti: è una forma dell’anima, una disposizione del cuore, una realtà che nasce dalla conversione interiore e soltanto da lì può irradiarsi nella storia. È difficile non raccogliere, dietro questa impostazione, briciole del pensiero di Agostino.
Non è un caso che il primo saluto di Leone XIV sia stato proprio quello del Risorto: «La pace sia con tutti voi». Da allora quelle parole sono diventate il filo rosso del suo magistero, come richiama il recente volume della Libreria Editrice Vaticana, Disarmata e disarmante. La pace è un dono . Il Papa insiste che la pace cristiana non è semplice assenza di guerra, ma un dono che proviene da Cristo e trasforma chi lo accoglie. La sua origine non è politica, ma teologica.
Questa prospettiva è profondamente agostiniana. Per il vescovo d’Ippona la pace è tranquillitas ordinis : la tranquillità che scaturisce quando ogni realtà trova il proprio giusto posto nell’ordine dell’amore. Non si tratta di un ordine imposto dalla forza, ma della giusta armonia delle relazioni: dell’uomo con Dio, dell’uomo con se stesso, degli uomini tra loro. Finché il cuore rimane disordinato, anche la società produrrà inevitabilmente conflitti. La guerra nasce nell’interiorità dell’uomo.
È significativo che Leone XIV torni più volte proprio su questo punto. «Il cuore è il campo di battaglia più importante». Lì si combatte la vera lotta contro l’orgoglio, l’avidità, la volontà di dominio; solo cuori riconciliati possono costruire un mondo riconciliato.
Ecco ancora Agostino: il male è un amore deviato, un desiderio che ha smarrito il suo vero oggetto. Il disordine del mondo riflette sempre un disordine del cuore. Per questo ogni autentica riforma della convivenza deve passare attraverso una riforma dell’interiorità. La pace politica, senza la pace dell’anima, rimane inevitabilmente fragile.
Anche nel rifiuto di considerare la pace un’utopia irraggiungibile, Leone XIV richiama direttamente Agostino: «Non è difficile possedere la pace... se la vogliamo avere, essa è lì, a nostra portata di mano» ( Discorso 357.1). Non è un ingenuo ottimismo. Agostino vuole dire che la pace è un bene già offerto da Dio, che attende di essere accolto.
Questa convinzione attraversa l’intero magistero di Leone XIV. La pace non è il risultato esclusivo delle strategie diplomatiche, pur necessarie; è anzitutto una grazia che domanda collaborazione. Per questo il Papa insiste tanto sulla preghiera. Agli occhi del mondo, essa può apparire impotente; nella prospettiva cristiana, invece, rappresenta la prima forma di disarmo. «Pregando, disarmiamo il nostro ego», scrive. È l’affermazione agostiniana secondo cui ogni trasformazione sociale prende avvio dalla conversione del desiderio.
Ma vi è un ulteriore elemento che rende riconoscibile l’impronta di Agostino. Leone XIV parla della pace sempre in relazione al bene comune. La denuncia del nazionalismo esasperato, della ricerca dell’interesse particolare, della logica della sopraffazione non nasce soltanto da considerazioni politiche. Essa poggia su una precisa antropologia: l’uomo realizza se stesso soltanto nella comunione.
Anche qui Agostino offre la chiave interpretativa. Nel De civitate Dei le due città sono due amori: l’amore di sé fino al disprezzo di Dio e l’amore di Dio fino al dono di sé. La storia è il luogo in cui questi due orientamenti del cuore si intrecciano continuamente. Per questo nessuna pace autentica può essere costruita sull’affermazione egoistica del proprio interesse. Ogni pace fondata sulla forza contiene già in sé il germe della propria dissoluzione.
Si comprende allora perché Leone XIV utilizzi spesso espressioni come “dialogo”, “riconciliazione”, “incontro”, “mediazione”. Non si tratta di categorie diplomatiche aggiunte successivamente alla fede, ma della traduzione storica di una visione teologica dell’uomo. L’altro non è un ostacolo da neutralizzare, ma qualcuno con cui ricostruire una comunione ferita.
In un’epoca che tende a cercare la pace esclusivamente nelle architetture istituzionali, Leone XIV ricorda che nessun equilibrio internazionale sarà stabile se il cuore umano rimarrà dominato dalla paura, dall’avidità e dalla volontà di potenza. Non sminuisce il valore della diplomazia; ne indica piuttosto il fondamento più profondo.
Agostino aveva scritto che la pace è «la tranquillità dell’ordine». Leone XIV sembra tradurre oggi quella formula nel linguaggio del XXI secolo. Una pace “disarmata e disarmante” è quella che nasce da uomini finalmente disarmati dentro di sé. Solo quando il cuore rinuncia a dominare può imparare a custodire. E solo allora la pace cessa di essere una parentesi tra due guerre per diventare, davvero, una forma della vita umana.

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