Giovani insieme da Paesi in guerra fra loro.
«Fare pace è accogliere il dolore dell’altro»

di Irene Funghi, inviata a Castiglione della Pescaia (Grosseto)
Palestinesi, israeliani, libanesi, russi, ucraini. E italiani. Al campo internazionale dell’Opera La Pira le ferite dei popoli bruciano. E la convivenza è la faticosa conquista di giorni vissuti insieme. Ecco le loro voci e le loro storie
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August 18, 2026
Giovani insieme da Paesi in guerra fra loro.
«Fare pace è accogliere il dolore dell’altro»
Alcuni giovani partecipanti al Campo internazionale dell’Opera La Pira / I.Fun.
Dal punto più altro del villaggio, si scorge una distesa verde di pini marittimi, poi il Mar Tirreno. Salem Al-Drae, 30 anni, lo scorso anno, a Castiglione della Pescaia, lo ha visto per la prima volta. «Qui siamo liberi», dice del Campo internazionale dell’Opera per la Gioventù Giorgio La Pira, in corso in questi giorni al villaggio La Vela, in provincia di Grosseto. Originario di Masafer Yatta, in Cisgiordania, vicino Hebron, ha documentato soprusi, demolizioni e violenze per “No Other Land”, Premio Oscar per il miglior documentario nel 2025, promosso da un collettivo israelo-palestinese. «Qui – dice –, musulmani, ebrei o cristiani raccontiamo ciò che viviamo e pensiamo, senza paura. E incontriamo i nostri vicini dei Paesi arabi, dove non possiamo entrare». Nella discesa, che porta al refettorio, un albero ricorda Adwa Hathaleen, ucciso lo scorso anno da un colono israeliano nella stessa zona di Masafer Yatta, mentre, anche lui, documentava soprusi. Un amico dei giovani, stranieri e italiani, dell’Opera. «Solo così possono fermarci», dice Salem con uno sguardo incredibilmente sereno. Padre di famiglia, non smetterà mai di rimboccarsi le maniche per la terra in cui vive e sognare di visitare i Paesi vicini al suo, dove «c’è ancora chi non sa cosa accade in Cisgiordania» e dove gli piacerebbe organizzare un altro “Campo internazionale”. È il sogno di chi immagina un vita senza più check-point che lo trattengono per ore o giorni. «Dopo il documentario è andata anche peggio». Racconta arresti, torture e, nonostante tutto, la fiducia in chi vive dall’altra parte del confine: «In arabo, diciamo che ogni dito della mano è diverso. Così sono le persone: tra gli israeliani c’è chi non sa nulla di noi, chi sa, ma si disinteressa, chi ci sostiene, ma rimane al sicuro nella propria città, e chi prende posizione assieme a noi».
In questi giorni, a pochi metri da lui, c’è anche Michael Duke, 28 anni, ebreo. Cresciuto tra Stati Uniti e Canada, ma negli ultimi cinque trasferitosi a Gerusalemme, dove ha fatto studi biblici alla Hebrew University e dal prossimo anno al Schechter Institute inizierà il percorso per diventare rabbino. Sotto il cappellino nasconde una kippà. «Mi sono trasferito, Israele mi sento più sicuro». Un tremore leggero accompagna le sue parole, mentre racconta «violenze fisiche e psicologiche» subite in America. Sulla maglietta azzurra campeggiano grandi caratteri ebraici. «È un versetto biblico, chiede di amare i propri vicini», dice con voce sottile. Eppure, a chi non sa, «basta vedere quelle lettere per giudicare o offendere».
A La Vela, il dolore dei popoli si incontra, ma le ferite bruciano e non sempre la convivenza è facile: «Con alcuni – confessa Marie (nome di fantasia) –, per ora non sono riuscita a parlare. La mia mente mi dice che non ho nulla contro di loro, ma il mio corpo si ribella». È per questo che il campo, organizzato in collaborazione con l’opera-segno della Cei del Consiglio dei giovani del Mediterraneo, con l’istituto Giuseppe Toniolo e con il sostegno del Ministero degli Esteri e della Rete Mare Nostrum, dura dieci giorni. Solo così i ragazzi imparano ad avvicinarsi gradualmente e a rispettare i tempi gli uni degli altri. La Pira, di solito, quando a La Vela arrivavano ancora solo italiani, ci arrivava dopo l’11 agosto, anniversario della liberazione di Firenze dal nazifascismo. Si aggirava tra le casette fatte costruire dal fondatore dell’Opera, consigliere comunale e assessore nelle sue giunte Pino Arpioni, che le aveva volute come quelle del campo di lavoro tedesco dove era stato recluso. Ogni cosa, confessava in vecchiaia Arpioni, ha il suo «rovescio della medaglia»: «Può essere usata per far soffrire o per far gioire». Sulle orme del sindaco di Firenze, allora, dalla fine degli anni Settanta agli anni Duemila, i “suoi” giovani vennero guidati a Londra, per riallacciare il dialogo con gli anglicani, nell’Unione sovietica, a 25 anni dal viaggio di La Pira, a Fatima e in Terra Santa, con lo scopo di costruire quei ponti che portano ancora oggi circa 140 giovani italiani, da aree di guerra o affacciate sul Mediterraneo a ritrovarsi ogni estate. E a dare a ogni notizia e a ogni guerra il volto di un amico, di cui preoccuparsi e rendersi cura come di un fratello.
Lo sa bene Roman Reinhardt, professore di relazioni internazionali all’università Mgimo di Mosca, che porta a La Vela ogni anno nuovi studenti. Dopo la chiusura del Patriarcato di Mosca – la Chiesa ortodossa russa – al dialogo, anche per l’Opera l’università è rimasta una delle poche porte aperte sul Paese: «Abbiamo un rapporto con l'Opera che dura da più di 35 anni e per noi è molto importante mantenerlo nonostante la crisi nelle relazioni tra l'Occidente e la Russia», dice Reinhardt. Per lui, «i legami personali, sia vecchi che nuovi, creati qui sono uno strumento di diplomazia culturale molto forte, che, magari non subito, ma in fin dei conti possono essere utili per arrivare alla pace». Maria Tarasova, studentessa russa di 20 anni, dell’Ucraina dice: «Siamo due Nazioni sorelle, due vicini. Prima o poi la guerra finirà». Ha voglia di viaggiare, scoprire il mondo e dei suoi coetanei provenienti da altri Paesi afferma: «Non ho nulla contro nessuno, sono pronta ad incontrare chiunque e molto grata allo staff italiano per come si sta prendendo cura di ogni aspetto». Le delegazioni russa e ucraina all’inizio del campo faticavano a parlarsi. Un anno è accaduto che il dialogo si sbloccasse anche solo il giorno prima delle partenze. Ma i giovani continuano a partecipare, convinti che «qui sia possibile raccontare gli uni agli altri ciò che accade, al di là della propaganda – afferma un giovane che chiede di rimanere anonimo –. Non dobbiamo covare rabbia, ma usare le nostre energie per costruire qualcosa di meglio e trovare soluzioni ai problemi».

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