Addio a don Angelo Esposito, fidei donum per 25 anni in Guatemala
di Rosanna Borzillo, Napoli
È venuto a mancare oggi a causa di un tumore scoperto nel 2025. A Tacaná aveva fondato la clinica pediatrica "Los Angelitos" e numerosi progetti per l'infanzia

«Questa sera non voglio chiederti, Signore, di togliermi ogni fatica, ma di aiutarmi a viverla con Te». Sono le parole che don Angelo Esposito ha scritto il 17 settembre scorso, nelle quali chiedeva a Dio di donargli «la grazia di continuare a sperare». Oggi, nel giorno della sua morte, quelle parole raccontano più di ogni altra cosa il modo con cui il sacerdote ha attraversato anche l’ultima prova della sua vita: un tumore. Don Angelo Esposito, sacerdote dell’arcidiocesi di Napoli e missionario fidei donum per 25 anni in Guatemala, è morto oggi. Lo scorso settembre per l’ultima volta aveva partecipato alle celebrazioni per san Gennaro, tornando così a pregare nella sua città accanto alla Chiesa che lo aveva accompagnato negli anni della missione. I funerali saranno celebrati venerdì alle 11 presso il Palazzetto di San Sebastiano al Vesuvio dal cardinale arcivescovo di Napoli Domenico Battaglia. Sarà il suo paese d’origine a raccogliere per l’ultimo saluto familiari, amici, confratelli e quanti, in questi anni, hanno seguito e sostenuto la sua esperienza missionaria.
Nato nel 1973, quinto di sette figli, aveva ricevuto dalla famiglia una fede radicata nei valori umani e nel Vangelo. «Sono grato a mio nonno materno, mi ha fatto conoscere l’amore di Dio», aveva scritto ricordando le proprie origini. Ordinato sacerdote il 14 maggio 2000, aveva vissuto esperienze missionarie in Romania ed Etiopia, prima di arrivare in Guatemala. È nella diocesi di San Marcos, tra le comunità indigene dei Mam, discendenti dei Maya, che aveva scelto di spendere la sua vita. Prima a Tajumulco e poi, dal 2012, a Tacaná. Una terra di vulcani che sentiva in qualche modo vicina alla sua Napoli: «Sono passato da un vulcano, il nostro Vesuvio, a un altro!», raccontava. La sua parrocchia abbracciava un territorio di circa 330 chilometri quadrati, con villaggi disseminati tra strade sterrate e percorsi spesso difficili da raggiungere. Don Angelo non si fermava davanti alle distanze: partiva in fuoristrada, a piedi, in mulo o a cavallo per incontrare le persone, celebrare, confessare, ascoltare. «A Tacanà ho scoperto il vero volto di Dio. La Sua Parola è stata la mia luce», aveva raccontato, spiegando di aver imparato che «la santità si trova nel quotidiano, nel dono totale di sé e nel servizio ai poveri». A spingerlo sempre più verso di loro erano state soprattutto le condizioni dei bambini. Aveva visto famiglie segnate dalla fame, donne costrette a crescere da sole i figli, viaggi pericolosi verso gli Stati Uniti e comunità private delle cure essenziali. Di fronte alla malnutrizione dei più piccoli era nato “Los Angelitos”, una clinica pediatrica per curare i bambini denutriti. Grazie alla solidarietà, attorno alla clinica, poi, sono cresciuti altri progetti: un asilo, un orto, una fattoria sociale e iniziative per l’istruzione e la formazione degli adulti. A sostenerli, anche dall’Italia, l’associazione Hermana Tierra. Poi la malattia. Nel 2025, dopo un improvviso malore, è stato costretto a rientrare in Italia e a sottoporsi alle cure al Policlinico Gemelli di Roma. Anche dal letto dell’ospedale, però, il suo pensiero continuava a tornare a Tacaná. A quei bambini che gli dicevano in un videomessaggio: «Animo padre Angelo, te queremo mucho», «coraggio padre Angelo ti vogliamo bene». «Sono loro – diceva il sacerdote – che mi hanno insegnato ad accettare la sofferenza e a continuare ad amare». E sono ancora le sue ultime parole a chiudere il racconto della sua vita: «Quando mi sento fragile, ricordami che anche nelle notti più buie, Tu sei lì… e il tuo amore non viene mai meno».
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