L'IA avanza senza regole e l'Onu corre ai ripari: cosa preoccupa Guterres
A Ginevra il segretario delle Nazioni unite ha dato il via al primo Dialogo globale sulla governance dell'IA chiedendo «una governance globale». Il rischio è che la tecnologia non risponda agli ordini umani e resti nelle mani di pochissimi

Da Ginevra il segretario generale delle Nazioni unite, Antonio Guterres, lancia l'allarme: la comunità internazionale deve «unirsi per istituire una governance globale dell'intelligenza artificiale ponderata e organizzata». In gioco - lo spiega senza mezzi termini - c'è il futuro dell'umanità. La cornice in cui stamani Guterres ha tracciato la strada per il prossimo futuro dell'IA è quella del primo Dialogo globale sulla governance dell'IA in Svizzera, una due giorni coordinata dall'Onu per permettere a tutti gli Stati membri di condividere e coordinare le leggi che regolano lo sviluppo dell'intelligenza artificiale. L'alternativa, senza orizzonti comuni, è la «deriva lasciata al caso».
La fretta, in questo campo, è necessaria. «Questi sistemi - avverte Guterres - si stanno evolvendo a una velocità più rapida delle istituzioni incaricate a regolarli». Il risultato è che, in assenza di un legislatore, le macchine iniziano a muoversi come desiderano. Spesso fuori dal controllo umano. «Le nostre istituzioni sono state concepite per regolamentare macchine che eseguono ordini. Non sono pronte a governare macchine che prendono decisioni. E alcuni limiti, una volta superati, non possono essere ripristinati», prosegue il segretario Onu. Secondo Guterres, oggi esistono tre rischi principali: il rapido sviluppo dell'intelligenza artificiale, la concentrazione delle capacità nelle mani di un numero ristretto di aziende e Paesi e la minaccia che i contenuti generati dall'IA rappresentano per l'integrità delle informazioni e la fiducia nei fatti. «La domanda è: Plasmeremo insieme questa trasformazione o lasceremo che plasmi noi?», è il monito lanciato da Guterres ai rappresentanti di governi, settore privato e mondo accademico riuniti per due giorni a Ginevra. Un avvertimento fondato sul lavoro minuzioso di una commissione di quaranta esperti indipendenti, incaricati dall'Onu di lavorare per tre anni sui rischi e le opportunità dell'IA nel prossimo futuro.
«L'IA non obbedisce ai nostri ordini», il parere degli esperti
Per chi ha fatto dell’intelligenza artificiale il proprio lavoro, si tratta di una banalità: il progresso dell’IA è già – e forse sarà sempre – diversi passi avanti rispetto ai Governi alle prese con la sua regolamentazione. Quaranta esperti indipendenti, selezionati dall’Onu «per orientare lo sviluppo tecnologico verso il bene comune», non potevano giungere a una conclusione diversa: i modelli generativi sono troppo veloci per essere amministrati. In realtà, il team nominato dalle Nazioni unite è andato oltre: al momento – spiegano – le abilità dell’IA crescono da sole tanto velocemente da non poter essere misurate, i test a disposizione sono troppo facili per gli algoritmi e la maggior parte dei modelli è in grado di capire quando viene messa alla prova dall’uomo. Così, i chatbot hanno iniziato ad alterare le risposte, seguendo uno schema che gli studiosi definiscono «inganno attivo». Mentono.
Sono queste le premesse da cui il gruppo di ricercatori indipendenti è partito per definire «rischi e opportunità globali delle IA», come richiesto dall’Onu. I quaranta esperti sono stati nominati a marzo - ognuno da un Paese diverso nei cinque continenti - e ieri hanno pubblicato il primo rapporto del loro lavoro triennale. Hanno lanciato un avvertimento a chiare lettere: «Le attuali misure di salvaguardia – scrivono in testa al report firmato anche dall’Italiano Silvio Savarese, informatico che insegna a Stanford – non tengono il passo con la crescita delle capacità dell’IA». Secondo il co-direttore del gruppo di ricerca, Yoshua Bengio, «questo è il momento decisivo per il cambiamento: le scelte che facciamo oggi definiranno in modo permanente il nostro futuro».
Non tutte le IA, però, sono uguali. Le più avanzate, secondo il team di ricerca, sono le cosiddette «frontier». Si tratta di modelli dall’elevatissima potenza di calcolo, in grado di svolgere una gamma vastissima di compiti complessi, che vengono interpellati dagli utenti per «scopi di ogni tipo». Sono queste le avanguardie più preoccupanti per i ricercatori. Prima di tutto, perché la loro grande capacità di calcolo richiede un altissimo dispendio di risorse, dati e talenti ingegneristici che al momento sono concentrati nelle mani di pochissime aziende private. E in due soli Paesi al mondo: Stati Uniti e Cina. In numeri, gli Usa detengono il 75% della potenza di calcolo tra i primi 500 supercomputer al mondo dedicati all’IA, mentre la Cina ne possiede il 15%. Il team incaricato dall’Onu fa «nome e cognome» delle big tech coinvolte: OpenAI, Anthropic, Google, Microsoft, Meta, xAI, DeepSeek e Qwen. La concentrazione delle risorse, però, non riguarda solo lo sviluppo delle reti neurali ma l’intera catena di approvvigionamento, controllata di fatto dai pochissimi attori in grado di distribuire i chip. Sono loro a fissare le soglie di rischio nell’addestramento delle IA. «Disporre di capacità di calcolo per l’IA, pubblica o privata, nei confini nazionali è necessario per garantire autonomia e potere contrattuale ai Paesi – scrivono i ricercatori –. In questo contesto, è emerso un mercato in crescita per infrastrutture di IA sovrane». Ma la rottura del duopolio Usa-Cina è ancora lontana. «Il messaggio è chiaro - sentenzia il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres -. Più l’IA avanza senza regole condivise, meno i Governi e i popoli otterranno da questa tecnologia».
I ricercatori notano anche che gli agenti, quelle IA che agiscono da sole per raggiungere un obiettivo, ormai si muovono con scarsa – o del tutto assente – supervisione umana. In crisi è la seconda delle leggi della robotica fissate dal romanziere e biochimico Isaac Asimov: «Obbedire agli esseri umani». «Non esistono certezze scientifiche che al momento gli agenti di IA non violino le istruzioni ricevute», scrivono gli studiosi. E ancora: «I sistemi di IA traggono sistematicamente in inganno gli esseri umani riguardo alle proprie conoscenze, ai propri piani o alle proprie capacità. Nella pratica, è un fenomeno osservato sempre più frequentemente». È un circolo vizioso: l’IA viene utilizzata per generare nuovo codice (in alcune aziende di informatica il 75% del codice non è scritto da umani), i cicli di auto-miglioramento accelerano lo sviluppo delle capacità degli agenti e gli umani perdono il controllo. Al momento, secondo i ricercatori, non esiste un sistema di monitoraggio in grado di aggirare gli inganni degli algoritmi.
Il motivo è che le IA «frontier» ormai hanno imparato a imparare. E lo fanno a una velocità inattesa. Il risultato è che, di fronte a modelli avanzatissimi, anche gli utenti più inesperti possono causare danni su vasta scala in settori critici. È da questo «uso malevolo» che mettono in guardia i ricercatori. Prima di tutto, nelle biotecnologie. Sarebbero ormai sufficienti, infatti, poche abilità per sviluppare e diffondere, con l’aiuto delle IA, i cosiddetti agenti bioingegnerizzati. L’innesco, cioè, di «pandemie generate intenzionalmente». «È un pericolo crescente – avvertono gli studiosi –. Ed è ancora poco compreso». Non solo. Gli agenti più sviluppati ormai permettono anche di automatizzare la scoperta di brecce nei sistemi di difesa informatici delle grandi organizzazioni: dalle Pubbliche amministrazioni agli eserciti. «Il ritmo di sviluppo dell’IA sta superando la capacità di mitigare il rischio e di governance» , commentano gli esperti. Nessuna infrastruttura è al sicuro dai cyberattacchi. Comprese le IA stesse. «Tutti questi rischi - sintetizza la co-direttrice del team Maria Ressa, premio nobel per la Pace nel 2021 - sono troppo grandi per le nostre società e per la nostra specie. Le forze che controllano l’IA non sono le stesse che daranno benefici alle popolazioni».
I più esposti ai rischi delle reti neurali sono i minori. In un solo anno, i ricercatori hanno contato oltre 8mila immagini e video di abusi generati artificialmente, con una stima di circa 1,2 milioni di bambini che hanno subito la manipolazione delle proprie immagini per creare deepfake (immagini fittizie generate dalle reti neurali). Per gli utenti in età dello sviluppo, i ricercatori individuano anche rischi relativi alla «sicofania», ovvero la tendenza dei chatbot di assecondare l’utente anche in contesti pericolosi. «Il comportamento compiacente dell’IA è particolarmente pericoloso, perché può alimentare pensieri paranoidi e ideazioni suicide – spiegano –. Alcuni studi documentano risposte dannose nel 9% delle interazioni».
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