L’impero ottomano? Vive ancora nella Turchia di Erdogan
La memoria del califfato e di un sistema che ha retto per 623 anni ha superato anche la rivoluzione di Atatürk. Oggi resiste come spazio mentale e geopolitico, una tipica democratura

C’era una volta l’impero degli Ottomani, una piccola dinastia guerriera ai margini dell’Anatolia nel XIII secolo, che approfittando del collasso dell’Impero bizantino, delle divisioni del mondo islamico e della frammentazione politica dei Balcani, nel breve arco di due secoli e con la conquista di Costantinopoli nel 1453, d’ora in poi chiamata Istanbul, avevano trasformato un principato di frontiera nel cuore di un impero destinato a dominare tre continenti. L’apogeo fu raggiunto sotto la guida di Solimano il Magnifico (1520-1566): le sue armate avevano raggiunto le porte di Vienna, la sua flotta controllava il Mediterraneo orientale, le province arabe sottomesse dal sultano originario di Trebisonda garantivano accesso ai luoghi santi dell’Islam.
Ma non era solo il temutissimo esercito e il disciplinato corpo dei giannizzeri (bambini cristiani sottratti alle famiglie dei territori conquistati e convertiti all’islam) a garantire la tenuta dell’impero: come già era avvenuto millecinquecento anni prima nella Roma di Traiano e di Tito, la forza della Sublime Porta risiedeva nella capacità di amministrare le diverse etnie e culture: mentre l’Europa era dilaniata dalle guerre di religione, musulmani, cristiani ed ebrei vivevano all’interno di una struttura imperiale che concedeva ampi margini di autonomia alle comunità locali, purché riconoscessero l’autorità del sultano e pagassero le imposte. Un sistema che aveva retto per secoli. Fino a quando, dai primi impercettibili scricchiolii alla sconfitta ottomana davanti a Vienna nel 1683, l’impero cominciava a sfaldarsi. Il centro del mondo e dei commerci non era più il Mar Mediterraneo, ma l’Oceano Atlantico, greci, serbi, bulgari, romeni e altri popoli reclamavano l’indipendenza dal sultano, la rivoluzione industriale e i progressi tecnologici dei Paesi europei lasciavano Istanbul al palo. La Sublime Porta era invecchiata, le sue strutture politiche e amministrative non erano più al passo con i tempi.
L’impero ottomano cominciò a venire definito “il grande malato d’Europa”. Sul suo corpo stremato si accendevano gli appetiti di Francia, Regno Unito e Russia. Pian piano, vecchie e ricche provincie si staccavano una dopo l’altra come tessere del domino. Anche l’Italia tra il 1911 e il 1912 se ne prese una porzione, la Tripolitania e la Cirenaica. Ma l’errore fatale di Istanbul allo scoppio della prima Guerra Mondiale fu quello di schierarsi a fianco della Germania e dell’impero austro-ungarico. Fu la fine degli ottomani. L’impero che per sei secoli aveva dominato il Mediterraneo orientale aveva cessato di esistere.
Nel 1920 gli ambasciatori di Mehemet VI, trentaseiesimo e ultimo sultano e centesimo califfo dell’islam, siglavano il Trattato di Sévres che sanciva la sconfitta turca e la fine di un impero durato 623 anni, che nel periodo di massimo fulgore si estendeva da Algeri al Cairo, da Tripoli ad Alessandria, da Damasco a Baghdad, dalla Mecca a Baku, dalla Medina al Golfo di Aden, da Rodi a Costantinopoli, da Atene a Sofia, da Bucarest a Belgrado fino alle porte di Vienna. Il duo costituito dal diplomatico britannico Mark Sykes e da quello francese François Georges Picot ridisegnò la carta geografica del Medio Oriente definendo le rispettive zone di influenza e creando nuovi Stati come il Libano, l’Iraq, la Siria, la Giordania e la Palestina. A seppellire definitivamente il califfato ci pensò in realtà Kemal Atatürk, che guidò una vittoriosa rivoluzione in aperta polemica con l’eredità imperiale, trasformando i resti dell’impero in una repubblica parlamentare, laica, che guardava all’Europa adottando il suffragio universale, il calendario gregoriano e l’alfabeto latino.
Era la Turchia che conosciamo oggi, ma il sogno neo-ottomano continuava a dormire sotto la cenere. A risvegliarlo ci ha pensato a lungo Recep Tayyip Erdogan, prima sindaco di Istanbul, poi onnipotente rais , abile e spregiudicato leader che ha sovvertito la narrativa ufficiale che ha utilizzato lo stendardo della democrazia per combattere il nostalgici del laicismo autoritario kemalista e traghettare la Turchia in una velleitaria età dell’oro con scoperte ambizioni geopolitiche di un ritorno all’egemonia ottomana sulla regione. Ed è proprio questo il paradosso della Turchia contemporanea: essere uno Stato nazionale nato per seppellire l’eredità ottomana e guidato da un leader che, almeno in parte, ha costruito la propria legittimità politica sulla promessa di riportarla al centro della Storia, al prezzo tuttavia di azzopparne la democrazia. Perché oggi la Turchia è una democratura , o se vogliamo una democrazia illiberale e autarchica, un Paese in cui cinquantamila fra funzionari pubblici, militari, forze dell’ordine, militanti politici, giornalisti si trovano dietro le sbarre accusati di tramare contro lo Stato, e dove di quando in quando si vagheggia il ritorno alla pena capitale.
Come è potuto accadere? La risposta risiede nell’intramontato nazionalismo turco, che Erdogan ha ammantato di un velo religioso, ammaliando sia la classe media che negli oltre vent’anni del suo potere si è arricchita, sia la grande vandea anatolica, che nel rais ha riconosciuto il condottiero di cui sembra avere eterno bisogno. Ma soprattutto con Erdogan la Turchia si è rimessa al centro di un Great Game regionale, dialogando e scontrandosi con tutti i potentati, da quelli mediorientali (la Siria post-Assad, l’Arabia Saudita, l’Iran, l’Iraq, gli Emirati del Golfo, Israele) a quelli africani (la Libia, l’Egitto), fino alle superpotenze mondiali (l’America, la Cina, la Russia). Un sogno neo-ottomano che ha fatto della Turchia una pedina insostituibile, anche per la Nato, con la quale da anni mantiene ambigue relazioni (dal sistema antimissile acquistato dai russi alla vendita di sofisticati armamenti al miglior offerente, Mosca compresa) e per l’Europa (pensiamo solo ai quasi 4 milioni di rifugiati siriani che Erdogan ha a lungo trattenuto in patria facendo pagare un conto salatissimo alla Ue), così come ha rinchiuso abilmente i curdi in un’angusta enclave al confine siriano.
Che dire? Come s’intuisce, l’impero ottomano non è affatto scomparso nel 1922, ma sopravvive come spazio mentale, culturale e geopolitico. Sono molte le personalità illustri a sostenerlo. A cominciare da Orhan Pamuk, che celebra la nostalgia (hüzün) della Istanbul post-ottomana, allo storico Timothy Snyder, fino all’ex premier e leader del partito di governo Akp Ahmet Davutoglu, che nel suo saggio Strategic Depth teorizza un neo-ottomanesimo che rappresenta la continuità tra l’antico impero e la politica estera turca. Concezione condivisa dal politologo americano Robert D.Kaplan, che anche nel suo ultimo lavoro, Il secolo fragile , più volte ha sostenuto che gli imperi sopravvivono come spazi geopolitici e mentali, anche dopo la loro fine formale. La reggia che Erdogan si è fatto costruire a immagine e somiglianza del suo potere ne è una plastica testimonianza. L’impero, direbbe qualcuno, è tornato.
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