Tremonti: «Il non profit è un'opportunità.
Una rivoluzione fiscale per agevolarlo»

L’ex ministro del Tesoro: al via l’esame in commissione della pdl per detassare, oggi e in futuro, le donazioni agli enti di pubblico interesse. «È chiave anche per il welfare, lo Stato non potrà più garantire tutto. Va capito per tempo»
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July 29, 2026
Tremonti: «Il non profit è un'opportunità.
Una rivoluzione fiscale per agevolarlo»
Giulio Tremonti, ex ministro del Tesoro nei governi Berlusconi, oggi deputato di Fratelli d'Italia
Ci tiene, Giulio Tremonti, al ruolo di architetto, anche un po’ visionario, del modello sociale italiano. L’ex ministro del Tesoro e giurista (e oggi presidente della commissione Esteri della Camera) si è ritagliato un suo spazio nella storia patria da ideologo e promotore dell’8 e del 5 per mille, che hanno dato certezza di entrate alla eterogenea galassia del non profit italico (un modello ripreso poi anche all’estero). Da oltre un anno ha messo mano alla sua ultima creatura, che potrebbe anch’essa innovare questo spicchio cospicuo della società: una proposta di legge per dare esenzione fiscale, presente e futura anche sui relativi rendimenti, per le donazioni liberali in favore di quei soggetti che lavorano per l’interesse pubblico. E ora spera che questa “legge Tremonti” possa vedere la luce in quest’ultimo scorcio della legislatura.
A che punto siamo?
La pdl numero 2478 è stata incardinata nella commissione Finanze della Camera. Visto il tema e avendo copertura certa, spero che ora possa correre. Anche perché non dovrebbe trovare opposizioni, in fondo potrebbe essere anche una proposta “di sinistra”. Sul tema la discriminante non è fra destra e sinistra, ma fra nuovo e vecchio.
E lei vede del nuovo in questo campo?
Ha notato quanto si è intensificata la pubblicità tv sull’8 e il 5 per mille e sui lasciti? È fortemente indicativo, è il riflesso di un sistema che si attiva e avanza.
Questa proposta cosa avrebbe d’innovativo?
Siamo immersi in una intensa mutatio rerum , viviamo una curva della storia che ha cause profonde, annidate nella globalizzazione e nella modifica delle strutture sociali in tutto il mondo. L’effetto “poche culle e poche tombe”, cioè l’andamento demografico negativo combinato con l’età che si allunga e con le mutazioni dell’economia, produrrà un effetto drammatico sul welfare conosciuto finora, basato su Otto von Bismarck e William Beveridge. Per tenere il sistema, non bastano più gli strumenti ordinari.
La globalizzazione c’entra sempre, in qualche modo?
È il fenomeno che ha indotto, in un tempo storicamente breve, costumi diversi ovunque. Le racconto un aneddoto per far capire l’impatto: nel 2009 fui invitato a tenere una lezione a Pechino, alla scuola centrale del Partito comunista cinese. L’indomani fui ricevuto dal direttore della scuola, che era anche il vicepresidente della Cina. A un certo punto mi disse: «Sa, noi vorremmo diventare un po’ ricchi prima di diventare troppo vecchi». Parlava degli effetti demografici prodotti in Cina dalla modernità. Era Xi Jinping.
Ma torniamo al nostro welfare.
Lo Stato centrale non potrà più garantire tutto o quanto più possibile. Tra l’altro in un panorama sociale che non vede più entità intermedie forti come una volta, dalle parrocchie alle piccole coop e ai sindacati. In parallelo emergono però due fenomeni: una realtà d’impegno sociale più matura e sempre più coinvolta e la cosiddetta “grande eredità” che – non solo in Italia – sta per essere lasciata dalla generazione dei “ baby boomers ”, a differenza del passato non di rado privi di eredi. Peraltro in un sistema basato sul Codice napoleonico che esclude la “ res nullius ”, per cui un bene se non ha un proprietario va allo Stato che non è in grado di gestire questa massa crescente di beni.
Non è stata la politica degli ultimi decenni a togliere forza ai corpi intermedi?
No, e quando mai? Semmai non li ha considerati perché si pensava che a tutto potesse provvedere lo Stato.
E quindi, tornando alla sua proposta?
Ecco, riuscire a incrociare questi due fenomeni potrà dare una svolta al mondo che ci attende. Deviando il passaggio di capitali e patrimoni dagli uffici pubblici, si potrà creare una nuova architettura con un crescente e più diretto coinvolgimento del pilastro sociale nelle politiche e nelle scelte di gestione delle risorse, all’esterno del calderone del bilancio pubblico. Con i giusti incentivi potrà nascere un ecosistema imperniato su nuove infrastrutture sociali, comunità e altro che, magari anche aiutate dalla IA, potranno in parte sostituirsi al declinante welfare statale. Più degli apporti che vengono dalle migrazioni, che sono positive ma non risolutive.
È tutto un mondo nuovo da costruire?
Le basi però già ci sono. Da dati Istat abbiamo in Italia 368.367 istituzioni del Terzo settore, nelle quali prestano opera 949.200 addetti, che arrivano a circa 4,6 milioni con i volontari. E al non profit già affluiscono 12,7 miliardi annui di euro. È una massa da valorizzare e favorire, anziché imbrigliarla come oggi con 13 regimi fiscali diversi.
È un progetto a suo modo anche politico?
Sì. Nel luglio 1989 scrissi per il Corriere della sera un articolo, sul bicentenario della Rivoluzione francese, intitolato “Una rivoluzione che svuoterà i Parlamenti”. Prefiguravo, con la crisi dei vecchi Stati che disponevano di una serie di leve da manovrare, che gli Stati contemporanei avrebbero via via perso potere e, al contempo, i cittadini smarrito la fiducia. E’ quel che vediamo oggi. La gente capisce che la politica non risolve i problemi, che sempre più spesso arrivano da fuori. Astensione e radicalizzazione non sono effetto dei populismi, come a volte si pensa, ma vengono appunto dalla mutazione mondiale delle strutture socio-economiche. È ora di ridare più spazio ai corpi intermedi della società: non si risolve così per intero il dramma della democrazia in crisi, ma si dà spazio a organismi che sono liberi. Dobbiamo avere fiducia nel Terzo settore, valorizzando energie civiche e risorse private orientate al bene comune. Oggi la vera rivoluzione è questa. È un’enorme opportunità.

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