Arcuri: durante il Covid eravano «in guerra, disarmati». Cosa ha detto l'ex commissario

Davanti alla commissione parlamentare d'inchiesta sulla gestione del Covid conferma che durante un'emergenza globale usare le procedure ordinarie era «una condanna». In più che nessuna mascherina era «farlocca» e che si potevano utilizzare dispositivi anche senza il marchio CE
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July 28, 2026
Domenico Arcuri (S) affiancato da Marco Lisei durante l'audizione alla commissione parlamentare di inchiesta sulla gestione dell'emergenza sanitaria causata dalla diffusione epidemica del COVID. ANSA/FABIO FRUSTACI
Domenico Arcuri (S) affiancato da Marco Lisei durante l'audizione alla commissione parlamentare di inchiesta sulla gestione dell'emergenza sanitaria causata dalla diffusione epidemica del COVID. ANSA/FABIO FRUSTACI
Davanti alla «guerra» contro il Covid «le procedure ordinarie mostrano tutta la loro tragica impotenza». Si combatteva insomma una guerrasu scala globale «disarmati».  L’ex commissario straordinario per l’emergenza pandemica, Domenico Arcuri, in Commissione parlamentare di inchiesta sulla gestione del Covid-19, sottolinea come il quel periodo si fosse in guerra disarmati , ma con «una sola certezza: l'estrema necessità di mascherine, ventilatori polmonari e tamponi. Che semplicemente non c’erano». Perciò «pretendere di fermare un'epidemia globale con gli strumenti della ordinaria amministrazione non era solo un'illusione: era una condanna». L’ex responsabile di Invitalia, ripercorrendo i passaggi normativi principali di quel periodo, ricorda come il decreto Cura Italia «prevedeva tra l'altro la possibilità di disporre pagamenti anticipati anche dell'intera fornitura di mascherine», e la possibilità di «utilizzare mascherine anche prive del marchio CE. È una cosa che nella pubblica amministrazione è vietata ma dovete pensare che a quel tempo eravamo all'interno di un canale di mercato di guerra dove di fatto se non avessimo anticipato i soldi i dispositivi non sarebbero arrivati». In più, nel rispondere alle accuse di aver importato mascherine «farlocche» e comunque non idonee, sottolinea come «il prefetto Ciciliano non ha mai detto che mascherine inidonee sarebbero finite nelle corsie degli ospedali». Per poi sottolineare – citando una circolare dell’Agenzia delle dogane in realtà del 2026 – che «lo sdoganamento di una merce non equivale alla sua autorizzazione al commercio».
A stretto giro arriva però la replica. Arcuri, sottolinea in una nota l’Agenzia delle dogane, «ha fatto riferimento alla circolare n. 18/2026, fornendo un'interpretazione non corretta lasciando intendere che fosse applicabile anche a fattispecie pregresse e, in particolare, a casi e a procedure adottate durante l'emergenza sanitaria causata dalla diffusione epidemica del virus sars-cov-2».
Arcuri smentisce poi l’esistenza di un’unica «maxi commessa da 1,25 miliardi di euro, il più grande affidamento fuori gara», precisando che si trattava in realtà di sei contratti distinti distribuiti su 28 diverse aziende produttrici. E conferma la fasità di voler estromettere Consip dalle procedure di acquisto: «Consip utilizzando le proprie procedure non aveva ottenuto risultati accettabili dal punto di vista delle quantità reperite. I pochissimi e insufficienti dispositivi acquisiti erano costati più di quelli forniti dalle ormai famigerate aziende cinesi».
La reazione dei partiti
Arcuri «smonta anni di favole e bugie attraverso i fatti», tuonano le opposizioni, ricordando come Arcuri abbia «ampiamente chiarito tutti gli aspetti della sua gestione che gli vengono addebitati da chi continua a ripetere le stesse teorie accusatorie da anni, nonostante siano già state più volte smentite dalle sentenze della magistratura». I gruppi di Pd, M5s, Avs e Iv nella Commissione, infatti, aggiungono che «dopo anni di fango gratuito, ascoltare la ricostruzione di chi ha prestato il suo servizio allo Stato nel momento più tragico della storia repubblicana è un'autentica boccata d'ossigeno». Mentre dalla maggioranza Fdi attacca: «L’ex commissario ha scambiato la commissione d’inchiesta per un’aula di tribunale«. La sua infatti, tuona la deputata meloniana Alice Buonguerrieri, è stata «una vera e propria arringa difensiva in cui ha scomodato personaggi del calibro di Papa Leone, Sigmund Freud e Albert Einstein, ma ha accuratamente evitato di entrare nel merito dei gravi fatti emersi dai lavori della commissione». Una lettura a cui i capigruppo alla Camera e al Senato del partito Galeazzo Bignami e Lucio Malan aggiungono: «Riteniamo estremamente grave che i contenuti della testimonianza di Arcuri siano stati diffusi prima ancora che ai commissari a soggetti terzi che nulla hanno a che fare con la Commissione. Fatti gravi che meritano un approfondimento da parte dei presidenti delle Camere».
La vicenda
Il cuore del problema, su cui sulla carta si basa l’esistenza della stessa commissione, sono le provviggioni milionarie (circa 200 milioni) dietro l’appalto da 1,25 miliardi di euro per 800 milioni di mascherine cinesi acquistate durante l’emergenza dall’ollora commissario Domenico Arcuri nel 2020, poi rivelatasi non idonee a proteggere dal virus. Un caso su cui c'è già stato un processo, conclusosi a gennaio, con il patteggiamento a 1 anno e 8 mesi di carcere per frode ai danni dell'imprenditore che avrebbe coordinato l'operazione. Ma negli ultimi tempi sono emersi episodi alquanto singolari, portati alla luce da articoli di stampa, in cui viene dimostrata una frequentazione – mai negata da Giuseppe Conte – proprio con l’ex responsabile di Invitalia, anche recenti. L’ultimo sarebbe stato il 18 giugno. Un incontro quantomeno inopportuno, sostengono dalla maggioranza, tra l’altro proprio nei giorni in cui l’ex commissario Arcuri ha fatto sapere di voler essere ascoltato in commissione dove porterà tutte le carte per raccontare la sua verità.
Nessuna indagine giudiziaria, finora, ha mostrato alcun collegamento con la politica o il governo Conte. Le accuse di Fratelli d'Italia, però, vanno proprio in questa direzione. Come nella vicenda dell'avvocato Luca Di Donna, ex collega di Giuseppe Conte, che secondo i meloniani avrebbe promesso alle aziende un trattamento di favore da parte del governo giallorosso in cambio di pagamenti altissimi per le proprie consulenze. Su questo, già all'inizio del mese Conte aveva detto di aver deciso di passare alle querele. Secondo quanto raccolto dai membri di Fratelli d'Italia, infatti, sarebbe emerso un pagamento di 454mila euro allo studio legale Alpa per il controllo della documentazione relativa alle commesse della struttura commissariale durante la pandemia, ma la consulenza non sarebbe mai avvenuta.  

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