C'è un silenzio che pesa più delle armi

Nessuno parla della campagna "Un'altra difesa è possibile", che punta a istituire il "Dipartimento della difesa civile, non armata e nonviolenta". Troppi interessi in gioco. Ma c'è chi non si arrende
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July 30, 2026
C'è un silenzio che pesa più delle armi
/ ICP
C’è un modo antico e collaudato di neutralizzare un’idea scomoda senza contrastarla, criticarla o definirla sbagliata: basta non parlarne. È ciò che sta accadendo alla campagna “Un’altra difesa è possibile”, che dopo il deposito in Cassazione punta a presentare al Parlamento una proposta di legge di iniziativa popolare per istituire il Dipartimento della difesa civile, non armata e nonviolenta. Non è l’iniziativa di qualche idealista sognatore. Al contrario, la promuovono e coordinano a partire da una lunga e continuativa esperienza tre grandi reti della società civile italiana: la Conferenza Nazionale Enti di Servizio Civile, la Rete Italiana Pace e Disarmo e Sbilanciamoci. Organismi che poggiano sul lavoro di centinaia di associazioni, centri studi e sindacati, con grande competenza e radicamento territoriale in tutta Italia. Da mesi queste realtà hanno coperto tanti luoghi del Paese con eventi, incontri, banchetti, iniziative pubbliche, rilanci su media e social. Senza dimenticare l’advocacy politica, culminata in una conferenza stampa di presentazione in Senato. Volti noti della cultura, dell’informazione e della scienza hanno firmato a sostegno di questa idea. Eppure, sui grandi mezzi di informazione, soprattutto televisivi, è stato steso un velo di silenzio quasi perfetto. Non una stroncatura, non un’obiezione, non un “siete folli”. Nulla.
Come mai? Viviamo un periodo storico in cui di riarmo, guerre e spese militari si parla continuamente. Il governo sta addirittura prefigurando una riforma delle Forze Armate: un robusto incremento degli organici e la creazione di nuove componenti di riserva. Se ne parla, giustamente, sui giornali e nei talk show. Ma allora perché non si può discutere anche di uno strumento alternativo (per obiettivi e natura) di costruzione della sicurezza, che deve essere principalmente umana? Perché è di fatto vietato ragionare del completamento di quella prospettiva costituzionale che affida il dovere di difesa della Patria a noi cittadini, e che decenni di lotte degli obiettori e di giurisprudenza hanno riconosciuto declinabile anche in forma non armata e nonviolenta?
Questo diritto-dovere è iscritto negli articoli 11 e 52 della Carta, ma oggi manca il luogo in cui esercitarlo in modo strutturato. Esattamente la mancanza che “Un’altra difesa è possibile” vuole colmare, con quattro pilastri concreti: il potenziamento del Servizio civile come istituto di difesa della Patria, l’istituzione dei Corpi civili di pace formati a intervenire nelle aree di crisi prima e durante l’escalation armata, il rafforzamento della Protezione civile contro le devastazioni ambientali, un Istituto di ricerca sulla pace e il disarmo. Il velo di silenzio è la strategia più efficace per indebolire la portata di questa iniziativa: rende più difficile conoscerla, capirla, sostenerla e diffonderla. Perché quando una proposta di pace è costruita attraverso vere istituzioni di pace (come ha chiesto esplicitamente Papa Leone incontrando i movimenti sociali nel maggio del 2025, raccogliendo il testimone dell’Arena di Papa Francesco) allora diventa concreta e realizzabile, e per criticarla bisogna entrare nel merito.
La nonviolenza organizzata fa paura a un sistema di guerra perché è una strada politica: anzi, come ha sottolineato Papa Francesco nel Messaggio per la Giornata mondiale della pace del 1° gennaio 2017, è «lo stile di una politica per la pace». Non un’utopia, ma un cammino realistico tracciato dagli artigiani della pace, le cui esperienze di intervento civile disarmato già esistono e funzionano. Non potendo contrastare nel merito un’idea sensata e praticabile, si preferisce ignorarla.
Perché l’idea bellicista, secondo cui nulla si può ottenere senza le armi, e che queste, ingannevolmente, porterebbero pace e giustizia (ma la storia dimostra il contrario), si regge tutta sulla presunta mancanza di alternative. Sul far apparire il riarmo come naturale, automatico, inevitabile. Basta però mostrare che un’altra strada esiste perché quell’impianto vacilli. Dunque proliferano tentativi fragili e persino illogici di impedire qualsiasi dibattito, come la recente riscoperta del “difesismo” quale presunta terza via tra pacifismo e bellicismo: un’operazione che, dietro le parole, ripropone l’unica ricetta di sempre, quella di armarsi (pericolosamente) di più. Curioso: dedicano gran parte del loro tempo a criticare alternative di pace che non hanno mai avuto un grammo di potere decisionale né una briciola di risorse, ma non spiegano mai (concretamente) come armi ed eserciti dovrebbero produrre pace e proteggere le persone. E gli idealisti astratti sarebbero i nonviolenti? Al contrario: i pacifisti non sono soltanto idealisti, ma a partire da valori forti mettono sul campo una proposta concreta, articolata, scritta in un testo di legge. Di questo bisogna parlare. Va approfondito, discusso, magari anche criticato… ma non taciuto. Perché resterà una priorità del movimento pacifista a prescindere dall’esito della raccolta firme, che continua e va sostenuta, avendo già ottenuto un risultato importante: dovunque persone e associazioni si incontrano, ragionano, si organizzano per la difesa nonviolenta. E non si arrendono all’idea che il futuro possa essere scritto soltanto con le armi.

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